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Che cosa può insegnare la lotta ai brigatisti per combattere il terrorismo islamico in Europa

Applicare lo stesso schema vincente di allora, pur con tutte le ovvie differenze, promuovendo un’attivizzazione antiterroristica delle comunità islamiche e degli imam, espellendo senza problemi quelli che non aderiscono.

28 Luglio 2016 alle 14:57

Che cosa può insegnare la lotta ai brigatisti per combattere il terrorismo islamico in Europa

Una squadra antiterrorismo (foto LaPresse)

Combattere un terrorismo di matrice islamista che è in grado di attivizzare soggetti già presenti in Europa comporta difficoltà evidenti, che però forse potrebbero essere affrontate meglio se si tenesse conto della lezione che è stata lasciata dalla lotta contro il terrorismo brigatista di mezzo secolo fa. Allora si vinse quella battaglia, con costi umani e politici assai rilevanti, perché si riuscì a ridurre, fino a farla praticamente scomparire, l’area grigia di chi non stava “né con lo stato né con le Br”. Questo risultato fu raggiunto con l’attivizzazione delle organizzazioni del movimento operaio contro il terrorismo, con l’infiltrazione all’interno delle formazioni politiche più vicine al terrorismo, con una forte pressione poliziesca svolta in tutte le direzioni, compresa la criminalità comune.


Lo stesso schema si potrebbe applicare, pur con tutte le ovvie differenze, promuovendo (anche un po’ imponendo) un’attivizzazione antiterroristica delle comunità islamiche e degli imam, espellendo senza problemi quelli che non aderiscono. Oltre a dare pubblicità alle condanne del terrorismo che vengono da quegli ambienti sarebbe utile sottolineare e criticare apertamente le aree di silenzio che possono nascondere una neutralità inaccettabile. L’infiltrazione negli ambienti dell’estremismo islamico, anche per il variegato panorama di questa area, può forse essere favorita dalla collaborazione con i servizi dei paesi di origine, e in ogni caso probabilmente è, almeno in Italia, già in atto. Anche se può sembrare poco edificante, anche la pressione sulla criminalità, che deve essere indotta a collaborare con lo stato soprattutto nella identificazione delle forniture illecite di armi, può dare buoni frutti.


C’è da sperare che questa traccia sia, di fatto, già seguita dalle autorità italiane, che hanno l’esperienza più lunga di lotta al terrorismo interno e che quindi dispongono di una patrimonio di strumenti e di metodi sperimentati, che potrebbero essere alla base dell’efficacia finora dimostrata nella prevenzione del terrorismo islamista nel nostro paese (di cui si può parlare naturalmente con i debiti scongiuri).


E’ vero che in questi anni le forme di comunicazione sono cambiate moltissimo, che l’uso delle reti informatiche è un elemento che cambia i connotati anche della lotta al terrorismo, ma questo è un tema che ha già ricevuto l’attenzione dovuta e che richiede soprattutto una collaborazione più efficace tra i servizi di tutti i paesi che partecipano alla coalizione antiterroristica, per quanto ancora virtuale. D’altra parte anche se sono diverse le forme di propaganda e di comunicazione, se anche il web sostituisce i volantini stampati al ciclostile, i contenuti delle campagne di reclutamento degli spostati da avviare verso azioni violente, gli ambienti in cui maturano queste tendenze, l’esigenza di trovare armi da impiegare negli attentati, restano sempre eguali, anche se naturalmente il messaggio veicolato non è più quello della rivoluzione proletaria ma quello della riconquista islamica. E’ giusto concentrarsi sulle novità e sulle differenze, se questo serve a dare maggiore efficacia e ad attualizzare gli schemi di lotta la terrorismo, ma sarebbe una sciocchezza trascurare gli elementi di continuità che spingono a replicare gli schemi del passato.

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