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Dàgli allo squilibrato. Le stragi in Giappone non soffrono dei nostri tic

Il più grave omicidio di massa in una struttura per disabili di Sagamihara, porta alla luce la visione dei giapponesi sull'omicidio di massa e i malati di mente.

27 Luglio 2016 alle 10:16

Dàgli allo squilibrato. Le stragi in Giappone non soffrono dei nostri tic

Giappone, strage nel centro disabili di Sagamihara (foto LaPresse)

Roma. Ieri intorno alle 2 e 30 del mattino (ora locale) Satoshi Uematsu, un giapponese di 26 anni, ha commesso il più grave omicidio di massa del Giappone moderno all’interno di una struttura per disabili di Sagamihara, la Tsukui Lily Garden, a 45 chilometri a ovest di Tokyo. Tutto è durato meno di mezz’ora: Uematsu ha parcheggiato l’auto, si è avvicinato all’edificio, ha rotto un vetro ed è entrato. Conosceva la struttura perché ci aveva lavorato per quattro anni, fino al febbraio scorso. Ieri ha legato gli assistenti, ha rubato le chiavi dei reparti e colpito a morte almeno 19 ricoverati, 9 donne e 10 uomini, tutti tra i 18 e i 60 anni, tutti con problemi mentali. Altri 26 sono rimasti feriti. Completato l’attacco, Uematsu ha messo i suoi tre coltelli nello zaino, è uscito, ha pubblicato su Twitter un selfie con un sorriso macabro e la scritta “Sperando nella pace nel mondo. Bellissimo Giappone!!”, e poi si è consegnato alla polizia: “Sono stato io, è meglio che i disabili spariscano”. L’aveva già detta questa frase. A fine febbraio Uematsu era stato ricoverato per due settimane dopo aver inviato una lettera alla residenza dello speaker della Camera bassa nella quale chiedeva alla Dieta di autorizzare l’eutanasia nei confronti dei disabili, altrimenti ci avrebbe pensato lui, a toglierli di mezzo. Aveva indicato anche alcuni luoghi dove avrebbe colpito. Le autorità avevano deciso per un ricovero coatto, e il 2 marzo Uematsu era stato dimesso.

 

Il Giappone è uno dei luoghi più sicuri della terra, dove la piccola criminalità quasi non esiste, e detenere un’arma da fuoco è pressoché impossibile. Ma è anche il luogo in cui le malattie mentali sono considerate uno stigma sociale, e il disastro demografico, il crollo delle nascite, ha portato il welfare del paese al collasso. Più di un quarto della popolazione è oltre i 65 anni, e mancano gli assistenti sanitari professionisti (uno dei pochi settori in cui il governo di Tokyo sta aprendo all’immigrazione). Le strutture per anziani e per malati mentali sono spesso abbandonate, con personale non qualificato. Fino al 2001 perfino la sicurezza nelle scuole era lasciata al proverbiale senso di civiltà nipponico. Qualcosa cambiò dopo la mattina dell’8 giugno 2001, quando Mamoru Takuma, un bidello ventiseienne con precedenti penali per pedofilia e stupro, entrò indisturbato nella scuola elementare Ikeda di Osaka, uccidendo 8 bambini e due maestre con un coltello. Fu poi dichiarato schizofrenico. Nel 2008, sempre l’8 di giugno, Tomohiro Katÿ, un venticinquenne depresso che aveva già tentato il suicidio due anni prima, lanciò il camion che aveva affittato sulla via principale di Akihabara, uno dei quartieri più frequentati di Tokyo, poi accoltellò alcuni passanti, lasciando 7 morti. Da allora in Giappone si iniziò a parlare di kireru, una parola che letteralmente significa “tagliare con coltello” ma che nel senso più traslato indica un’esplosione di rabbia irrazionale, incontrollabile, pericolosa. Subito dopo il massacro di Akihabara, la polizia giapponese arrestò decine di emulatori prima che passassero all’opera. Nel 2008 si parlava di Kato, che era un ottimo studente durante la scuola superiore, oppresso dal ruolo che avrebbe dovuto ricoprire nella società. Uematsu, l’autore della strage di ieri – la più sanguinosa in Giappone dal massacro di Tsuyama del 1938 – è un uomo disturbato, ma la maggior parte dei giapponesi pensa che questa non sia una giustificazione, e che dovrebbe subire un processo senza le attenuanti dell’infermità mentale, rischiando comunque una condanna a morte.

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