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La versione di Bolton: l’invasione dell’Iraq nel 2003 è arrivata troppo tardi

A chi gli domandava come si sarebbe giustificato se lo sbarco in Normandia fosse fallito, il generale Eisenhower diceva: “La mia decisione di attaccare in quel momento e in quel luogo era basata sulle migliori informazioni disponibili”.

7 Luglio 2016 alle 10:25

La versione di Bolton: l’invasione dell’Iraq nel 2003 è arrivata troppo tardi

L'ex premier Tony Blair stringe la mano all'ex presidente americano George Bush, in una foto del 19/11/03 (foto LaPresse)

New York. A chi gli domandava come si sarebbe giustificato se lo sbarco in Normandia fosse fallito, il generale Eisenhower diceva: “La mia decisione di attaccare in quel momento e in quel luogo era basata sulle migliori informazioni disponibili”. Il monumentale report Chilcot non fa che confermare che George W. Bush, Tony Blair e la coalizione dei volenterosi ha agito con le stesse garanzie che confortavano Eisenhower nella decisione sul D-Day quando nel 2003 hanno ordinato l’invasione dell’Iraq per rovesciare il regime di Saddam Hussein. A quel punto il rais aveva violato patti e risoluzioni dell’Onu a bizzeffe, mentendo in molti modi sulle proporzioni e le capacità distruttive del suo arsenale. L’intelligence ha sbagliato alcune valutazioni che hanno contribuito alla decisione, ma, come ha scritto sul Telegraph l’ex ambasciatore americano presso l’Onu, John Bolton, “l’intelligence può sottostimare o sovrastimare una minaccia”, è un fatto fisiologico: la raccolta di informazioni abita nel regno nebbioso delle approssimazioni, dei depistaggi, della controinformazione e dell’imperfezione, richiede discernimento e soltanto in rarissime occasioni fornisce certezze apodittiche. Gli ispettori dell’Onu, ad esempio, sono rimasti molto sorpresi nel 1991 quando hanno capito quanto il regime di Saddam era vicino alle capacità di costruire un arsenale nucleare, e allo stesso tempo i continui rifiuti del regime di ammettere osservatori internazionali al processo di distruzione delle armi chimiche hanno portato qualunque cancelleria e organo internazionale, da Downing Street alla Casa Bianca fino al Palazzo di vetro, a credere che si trattasse dell’ennesimo inganno.

 

Non avevano certezze di grado assoluto, così come non le aveva Eisenhower nel 1944, quando pure le sacrosante ragioni per intervenire nel conflitto mondiale abbondavano. Ed è sulle ragioni dell’intervento che l’adagio del generale sulla strutturale perfettibilità delle informazioni a disposizione in un certo frangente storico dà a Bolton l’occasione per esplicitare nuovamente una tesi di fondo: “Non avremmo dovuto invadere l’Iraq nel 2003. Invece avremmo dovuto finire il lavoro nel 1991 dopo aver liberato il Kuwait dell’aggressore iracheno. Ci avevano detto allora che i membri della coalizione araba, specialmente la Siria di Assad, avrebbe avuto delle obiezioni alla destituzione di Saddam. Forse erano preoccupati, perché sarebbero stati i prossimi. Purtroppo non è andata così”, ha scritto Bolton. Al di là delle lacune e delle versioni contrastanti dell’intelligence, la versione di Bolton, il quale si duole che Bush padre nella prima guerra del Golfo si sia limitato a schiaffeggiare Saddam, lasciandolo al suo posto, riflette la visione del mondo che ha dato la spinta all’invasione del 2003.

 

Si trattava di una spinta ideologica che prescriveva il rovesciamento di regimi repressivi e violenti, nella convinzione che l’esportazione dell’ordinamento liberale e democratico in una regione dominata da satrapie tiranniche e fanatismi religiosi antimoderni fosse l’unica cura praticabile. Per questo Bolton, che di questa visione rapace ed esportatrice di democrazia è campione, ravvisava già nel 1991 le condizioni per il rovesciamento di Saddam. Anche allora, come per il D-Day, ci si poteva affidare soltanto alle “migliori informazioni disponibili” per quanto riguardava le condizioni sul campo.
Il fatto è che il presidente allora era George H. W. Bush, il quale giudicava la guerra come “il primo test del nuovo ordine mondiale” dopo lo sgretolamento dei blocchi della Guerra fredda, ma allo stesso tempo la concepiva come un’azione di contenimento per la difesa dell’equilibrio, un piano emergenziale per il ripristino dello status quo ante, non c’era una coloritura morale sullo sfondo, come poi hanno notato Norman Podhoretz e tutta la schiera degli intellettuali neocon. Dalla parte opposta dello spettro ideologico si trova Donald Trump, che da quasi un anno ripete nello stump speech parole di lode per Saddam, che era “bravissimo ad uccidere i terroristi”, mentre con la sua assenza l’Iraq è diventato la “Harvard del terrorismo”. Nella visione del mondo realista e nixoniana di Trump l’appoggio ai tiranni che con la violenza mantengono l’ordine è un caposaldo fondamentale, ma le espressioni pro Saddam sono saltate all’occhio del pubblico soltanto quando la campagna di Hillary Clinton ha deciso di battere su quel tasto.

 

Il paradosso è che al tempo Hillary, confortata come tutti dalle “migliori informazioni disponibili”, condivideva la decisione di invadere l’Iraq, e nel tempo si è pentita, giudicandolo il suo “errore più grave”. Ma la visione del mondo a cui si appoggia è affine a quella di Bush e di Blair, il quale è tornato sulla graticola della pubblica opinione per ripetere, una volta ancora, che non ha mentito e che non si scuserà per aver detronizzato un canagliesco tiranno ostile all’occidente. I fustigatori dell’ex primo ministro e del suo compare Bush evidentemente sanno che l’opposto di quell’impostazione non è incarnato da Hillary, ma da Trump.

 

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