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Rapporto Chilcot, le accuse fuori bersaglio sulla guerra in Iraq

Nel 2003 il governo inglese avviò la campagna militare "senza considerare le conseguenze, con scarsa preparazione, senza basi legali sufficienti e non percorrendo alcuna soluzione pacifica". Ma Saddam andava abbattutto anche prima, dice Bolton.

6 Luglio 2016 alle 12:41

Rapporto Chilcot, le accuse fuori bersaglio sulla guerra in Iraq

Sir John Chilcot (foto LaPresse)

[articolo aggiornato alle 13.07] Come anticipato da Sir John Chilcot, il suo rapporto sulla guerra in Iraq del 2003, presentato oggi alla stampa, include accuse forti al governo inglese. L'inchiesta, la cui versione finale consta di oltre due milioni di parole dopo sette anni di indagini, fu decisa durante il governo di Gordon Brown per indagare sulla campagna militare e sulle sue conseguenze.

 

Stamattina l'ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite, John Bolton, dalle colonne del Telegraph, aveva scritto che "l'unica colpa di Blair nella guerra in Iraq è stata quello di non essersi stancato prima di Saddam Hussain". La decisione del governo britannico, spiegava Bolton, si basava sulle "migliori informazioni di intelligence disponibili in quel momento".

 

 

 

Parlando in una sala stampa gremita di giornalisti provenienti da tutto il mondo, Chilcot ha dichiarato che la commissione d'inchiesta ha appurato che "la scelta del governo inglese di partecipare all'invasione dell'Iraq" è giunta "prima che tutte le opzioni pacifiche per il disarmo fossero state prese in considerazione. La soluzione militare in quel momento non era l'ultima risorsa".

 

Chilcot ha spiegato che "i giudizi sulla severità della minaccia posta dalle armi di distruzione di massa furono presentati con la certezza che non fossero giustificati. Nonostante gli avvertimenti espliciti", ha continuato, "le conseguenze dell'invasione sono state sottovalutate. La pianificazione e la preparazione alla guerra in Iraq furono completamente inadeguate e il governo ha fallito nel conseguire i suoi obiettivi".

 

"L'azione militare in Iraq sarebbe potuta essere necessaria a un certo punto", ha proseguito Chilcot. "Ma nel marzo del 2003 non esisteva alcuna minaccia imminente da Saddam Hussein". Piuttosto "sarebbe stato possibile adottare una strategia del contenimento per un certo periodo. La maggioranza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sosteneva l'impiego di ispettori", ha proseguito il relatore.

 

Anche le basi legali richiamate per l'avvio della missione, ha detto Chilcot, furono "lungi dall'essere soddisfacenti". Le responsabilità delle analisi di intelligence superficiali, ha continuato, furono evidenti anche da parte del Joint Intelligence Committee che "avrebbe dovuto chiarire a Mr Blair (il premier inglese all'epoca dei fatti, ndr) che le valutazioni di intelligence non avevano stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio né che l'Iraq aveva prodotto armi chimiche di distruzione di massa né armi atomiche in modo continuativo".

 

Mentre Chilcot parlava, Tony Blair ha risposto alle accuse con un comunicato: “Mi assumerò la piena responsabilità per ogni errore senza scuse o eccezioni”.  In relazione all’Iraq Inquiry, l’ex primo ministro ha affermato che la decisione di entrare in guerra con l’Iraq fu presa “in buona fede e in quel che ritenevo essere il migliore interesse per il paese”. Secondo Blair, il rapporto dovrebbe mettere a tacere qualsiasi accusa di malafede, bugie o inganni - indipendentemente dal fatto che le persone siano d'accordo o in disaccordo con la sua decisione di intraprendere un'azione militare contro Saddam Hussein.

 

 

Ad ogni modo, Tony Blair era stato avvisato, ha spiegato Chilcot, che "l'azione avrebbe potenziato la minaccia di al Qaida nel Regno Unito. Era anche stato avvisato che un'invasione avrebbe potuto far finire nelle mani dei terroristi l'arsenale dell'Iraq".

 

 

Il rapporto rivolge anche critiche agli Stati Uniti, rei di aver preparato un "piano inadeguato" nella guerra in Iraq. "Alla fine Mr Blair è riuscito solo nel modesto risultato di convincere Bush a chiedere l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU a operazioni militari già in corso".

 

La campagna militare ha causato "la morte di 200 cittadini britannici, e molti di più sono stati i feriti. Questo ha significato sofferenza per molte famiglie, molte delle quali sono qui oggi. L'invasione e il seguente periodo di instabilità, dal luglio 2009, hanno portato anche alla morte di oltre 150 mila militari iracheni – o forse di più". Chilcot ha infine definito "umilianti" le trattative condotte dalle forze armate britanniche con le milizie irachene: "Dal 2007, i combattimenti contro le milizie che controllavano Bassora, un'area che le truppe inglesi non erano state in grado di conquistare, portarono a decidere per  uno scambio di detenuti per interrompere gli scontri". Una scelta definita appunto "umiliante" e che ha contribuito, ha proseguito Chilcot, "a terminare la missione in Iraq con risultati molto distanti dal successo".

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