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Non c’è prova di atti dolosi commessi da Blair per mandare in Iraq i soldati di Sua Maestà

Dopo sette anni di accurate indagini si apprende che la guerra in Iraq era evitabile, i suoi presupposti opinabili, la sua conduzione inadeguata, le sue conseguenze disastrose. Tutte conclusioni sulle quali possono oggi convenire, ex post, in larga misura anche molti che all’epoca appoggiarono l’iniziativa militare.

6 Luglio 2016 alle 19:15

Non c’è prova di atti dolosi commessi da Blair per mandare in Iraq i soldati di Sua Maestà

Dopo sette anni di accurate indagini si apprende che la guerra in Iraq era evitabile, i suoi presupposti opinabili, la sua conduzione inadeguata, le sue conseguenze disastrose. Tutte conclusioni sulle quali possono oggi convenire, ex post, in larga misura anche molti che all’epoca appoggiarono l’iniziativa militare. Resta il rammarico di non poter leggere il commento di Christopher Hitchens al report firmato da sir Chilcott, ma,  per dirla volgarmente, non c’era bisogno del lungo lavoro di una commissione di parrucconi inglesi per un risultato simile. Tanto più che, come ha assicurato il premier, in uscita, David Cameron, l’ampiezza della desecretazione di documenti posti a disposizione non ha precedenti nella storia del Regno Unito. Questo vuol dire una sola cosa: non c’è prova di atti dolosi commessi da Blair per mandare in Iraq i soldati di Sua Maestà. La “smoking gun” cercata per sette anni non si è trovata, anche se le scelte politiche restano naturalmente opinabili. Occorre però tenere presente che critiche simili furono mosse anche all’intervento militare del 1991 o a quello in Kosovo, con una logica da “pacifismo” cominformista, da uno schieramento che oggi si ripropone dalla sinistra comunista a quella cattolica con la new entry del M5s. E quella dei Radicali.

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