cerca

Il populismo è come un’anestesia, a un certo punto ci si sveglia

Nel suo articolo sul Financial Times, John Paul Rathbone ha allentato la morsa del catastrofismo che ci stringe tutti. C’è un gran disordine mondiale all’ombra di scelte “epocali”. Ma pure il populismo si stanca. Ecco come.

24 Giugno 2016 alle 11:07

Il populismo è come un’anestesia, a un certo punto ci si sveglia

Nigel Farage festeggia la vittoria del "leave" (foto LaPresse)

Milano. Il voto sulla Brexit ha creato uno squarcio nel dibattito internazionale sull’Europa ma anche su globalizzazione, liberismo, capitalismo. Guardando i posizionamenti dei vari partiti e movimenti è chiaro che, al di là del verdetto sull’euroscetticismo britannico, lo scontro ideologico è destinato a durare, e che il disordine sia in arrivo, anzi, già qui. Questo spiega perché da qualche settimana, il voto del Regno Unito è diventato “epocale”, non soltanto per gli inglesi e per gli europei. Il progressivo affermarsi di movimenti e leader antisistema che criticano il potere centrale, l’establishment, in tutte le sue declinazioni, e che vogliono dare uno scossone allo status quo ha fatto nascere molti interrogativi: gli opinionisti hanno raccontato come una serie di eventi, da ieri al prossimo futuro, può indebolire se non sovvertire l’ordine mondiale liberale, generando prima di tutto instabilità e poi contagi di cui ancora non si conosce l’entità. I toni allarmistici sono diventati una costante, ma ieri il Financial Times ha pubblicato un articolo di John Paul Rathbone che ha risollevato un po’ gli animi, o almeno ha allentato la morsa del catastrofismo che ci stringe tutti.

 

La sintesi è che il disordine può essere brutale ma anche temporaneo: si esce, a un certo punto. Rathbone è stato il responsabile della column Lex del Financial Times e ora si occupa di America latina e racconta come il continente sudamericano abbia attraversato ormai un decennio di populismi al potere e che abbia scoperto, ora che la sua esperienza si è consolidata, la strada per tornare alla moderazione. Nulla è roseo né semplice: se pensiamo al Brasile oggi tutto ci viene in mente tranne che la moderazione e la stabilità, per non parlare del Venezuela da cui arrivano racconti agghiaccianti di vita quotidiana. Ma quel che Rathbone cerca di spiegare, con l’aiuto di molte voci esperte del continente o che hanno un ruolo di responsabilità politica, è che esiste una “populism fatigue”, cioè a un certo punto anche la verve antisistema s’estingue.

 

Il trend in Europa e negli Stati Uniti come si sa è totalmente l’opposto: la campagna referendaria inglese ha portato molti altri paesi a interrogarsi sul proprio ruolo in Europa e le rilevazioni sull’opinione pubblica rivelano una stanchezza nei confronti del modello capitalista, non certo riguardo ai populisti. Il successo di Donald Trump nelle primarie americane repubblicane non ha fatto altro che confermare la sensazione che tutti gli schemi adottati finora siano saltati. C’è la tendenza a non farsi dare troppe lezioni dai paesi sudamericani, ma le argomentazioni di Rathbone sono convincenti (e alimentano la speranza che non tutto sia perduto, speranza di cui c’è grande fame).  Il risveglio moderato è stato rapido – sei mesi – ed è stato indotto da due fattori: prima di tutto il collasso del Venezuela, “lo specchio in cui tutta la regione si riflette restando inorridita da quel che vede”, scrive Rathbone. Quando il Venezuela è entrato nel dibattito elettorale spagnolo – si vota domenica – per i legami tra Unidos Podemos e Caracas, il leader di Ciudadanos Albert Rivera ha detto: “Se vogliono importare quel modello, devono spiegarci bene il perché”. Non c’è nulla di così potente come un esempio tanto negativo.

 


Il leader di Ciudadanos Albert Rivera (foto LaPresse)


 

Il secondo fattore del risveglio è stata la consapevolezza che molti governi andati al potere per aiutare i più poveri e proteggerli dall’irresponsabilità di multinazionali e banche – dei capitalisti – si fossero rivelati invece corrotti e più attenti ai loro interessi che a quelli degli elettori. Quando questo è stato chiaro, come dice un commentatore argentino, l’egemonia politica del populismo – lui parla del modello Kirchner in Argentina – è stata “mandata a terra con un pugno”. La reazione non è stata sempre moderata: la piazza brasiliana per esempio è contenta di vedere intoccabili andare in prigione, così come in Colombia c’è stata una sollevazione quando una legge contro l’assenteismo al Congresso non è passata perché non si sono presentati abbastanza parlamentari a votarla. Ma sempre nella piazza brasiliana, sottolinea Rathbone, si sentivano più cori di chi diceva “più Argentina meno Venezuela”, indicando che la strada moderata di Buenos Aires, con l’elezione di Mauricio Macri, è apprezzata (certo nessuno vorrebbe diventare come il Venezuela).

 

Rathbone lascia la conclusione della sua lunga analisi a Gabriela Michetti, vicepresidente argentina, che dice: “Il populismo genera una certa anestesia. E’ una patologia sociale in cui la gente preferisce vivere una realtà che non è reale, è falsa”. Quest’anestesia collettiva sta svanendo in Argentina, dice, ma “ancora abbiamo bisogno di una storia epica da raccontare, di una visione”. E’ così che il populismo si stanca.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi