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Lavoro, sindacati, art. 18, politica incatenata. Come si dice Matteo in francese?

Il sindacatone di tradizione comunista, soggetto tradizionale di grandi negoziati e di lotte molto radicali (le due cose spesso ma non sempre si tengono) è in piena guerra interna e intrasindacale e la rivolta contro l’art. 18 in Francia ci dice qualcosa di importante sull’Italia e il suo laboratorio di decostruzione della sinistra.

31 Maggio 2016 alle 06:18

Lavoro, sindacati, art. 18, politica incatenata. Come si dice Matteo in francese?

Le proteste in Francia contro la "loi travail" (foto LaPresse)

Come si dice Matteo in francese? Lo striscione in piazza recita: “Non vogliamo fare la fine degli italiani”. La materia è l’articolo 18, la legislazione sul lavoro, la “sottomissione” alle leggi di mercato dominanti o, come qui lo chiamano, dannandolo, al modello americano, sorgente degli odiati liberalismi. La Cgt, la Cgil francese, è da sempre in vena di barricate e di scioperi lunghi e paralizzanti. Qui è la patria sindacale di leadership dure nate nella guerra mondiale alla Henri Krasucki (morto nel 2003), sei settimane di torture senza proferire verbo; tipi come Luciano Lama, che a suo modo era un duro ma aveva una visione riformista, venivano affogati da piccoli.

 

Il sindacatone di tradizione comunista, soggetto tradizionale di grandi negoziati e di lotte molto radicali (le due cose spesso ma non sempre si tengono) è in piena guerra interna e intrasindacale (il sindacato solidarista cattolico appoggia la legge El Khomri, dal nome del ministro del Lavoro di Valls e Hollande). Il capo della Cgt dal febbraio scorso è Philippe Martinez, mezzo spagnolo, accusato di aver preso il potere interno con una specie di colpo di stato, favorito dal voto della potente Federazione della Sanità guidata dalla sua compagna, che aveva avuto la delega a votare contro di lui e se ne è infischiata. Ma la storia della rivolta contro l’articolo 18 in Francia racconta qualcosa di più delle vite spericolate alla testa del sindacato maggioritario.

 

L’italianista Marc Lazar sostiene che le differenze con l’Italia sono molte, per esempio l’abilità comunicativa e tattica di Renzi, che ha scelto i tempi giusti, e la persistenza di un orientamento a sinistra, molto a sinistra del Pd, del corpaccione politico-ideologico del Partito socialista. Vero. Ma perché? Questo sarebbe il problema. La Francia è un paese borghese e bottegaio, oltre che proletario studentesco e intellos, e il suo primo presidente socialista, nella Quinta Repubblica, fu quel Mitterrand che usava l’ideologia come una piccola vanga per coltivare a piacere il suo giardino, un giorno il fiore delle nazionalizzazioni delle banche, il giorno dopo la pianta rigogliosa dell’argent, del capitale finanziario, del réseau di potere sfruttato a fondo, con pragmatismo e cinismo famosi. Come mai ora è buona ultima nella classe dei riformatori invocati dalla Bce e dal Fmi, nonostante il combattivo e impopolare catalano che guida il governo di Hollande, Manuel Valls, e malgrado il minoritario ma impeccabile primo della classe del liberalismo economico alla francese, “en marche” verso le presidenziali del 2017, Emmanuel Macron?

 

Nel paragone con l’Italia si riscoprono cose per noi non nuove, che spiegano molto. Renzi ha affondato il colpo su un terreno già dissodato da vent’anni di liberalismo politicamente scorretto, non sempre efficace nei risultati ma chiassoso e impudente, praticato da Berlusconi, e prima di lui da Craxi. La gauche ha avuto per avversari i gaullisti storici, nelle diverse versioni, e una destra arcigna che ora vuole ripulirsi l’identità mantenendo i suoi famosi “valori”, tra questi l’empito patriottico e nazionalista, ma è percepita tuttora come una minaccia ai princìpi dell’89. Ecco fatto.

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