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Incrociare le dita a Tripoli

Se la transizione in Libia non funziona si rischia di fare un regalo allo Stato islamico

1 Aprile 2016 alle 04:27

Incrociare le dita a Tripoli

Roma. Secondo i media libici, questa mattina il primo ministro del governo di Tripoli, Khalifa Ghwell, che per giorni ha minacciato il governo rivale sponsorizzato dalle Nazioni Unite, ha abbandonato la capitale e l’incarico e si è spostato a Misurata. Due giorni fa Ghwell aveva intimato al primo ministro designato Fayez al Serraj – appena arrivato a Tripoli via mare – di lasciare il paese e aveva promesso di opporre resistenza a oltranza al progetto di unità nazionale su cui anche Italia e Stati Uniti hanno puntato molto. E’ evidente che le pressioni internazionali contro il vecchio governo di Tripoli sono forti, incluse le sanzioni dell’Unione europea scattate oggi contro Ghwell e altri due politici accusati di ostacolare la nascita del governo di unità nazionale (e che prevedono il congelamento dei beni all’estero e il divieto di viaggi nei paesi dell’Unione). A cascata, arrivano altri segnali che il nuovo governo di Serraj sta guadagnando consensi: per esempio dieci città hanno promesso la loro lealtà e tra queste Sabratha – che per l’Italia gioca un ruolo importante, perché alle sue milizie è affidata la sicurezza del sito di Mellita, dell’italiana Eni.

 

 



 

L’instaurazione del governo di unità nazionale in Libia – che per il momento sta negoziando con i poteri libici dentro una base della marina militare, per lasciare in fretta il paese in caso di guai – va seguita ora per ora, perché questa è la fase più delicata. Gli interlocutori istituzionali stanno uno dopo l’altro aderendo al progetto, per esempio la Banca centrale e le reti televisive. Ma è ancora da capire se tutto andrà come si spera, ovvero se la transizione a Tripoli non incontrerà opposizione, come si è temuto negli ultimi due giorni per la presenza di milizie armate che sbarravano fisicamente l’accesso al centro della città.

 

Perché è essenziale che questa transizione vada liscia? Perché altrimenti, per ironia della sorte, il tentativo di instaurare un governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite a Tripoli per sradicare lo Stato islamico dalla Libia rischia di creare un nuovo giro di scontri nella capitale e quindi di favorire lo Stato islamico – almeno in questa fase. Negli ultimi mesi il gruppo estremista in Libia ha subito delle sconfitte pesanti che ne hanno limitato la libertà di movimento. A est, a Bengasi, è stato quasi espulso dalla città grazie all’avanzata dei soldati del generale Khalifa Haftar, che è appoggiato in modo esplicito dal governo egiziano e – in modo meno esplicito – dal governo francese. Gli islamisti sono sul punto di abbandonare quel fronte. A ovest dopo il bombardamento americano di venerdì 19 febbraio lo Stato islamico è stato cacciato dalla città di Sabratha – dove teneva un profilo basso – e si è disperso, inseguito dalle milizie locali ringalluzzite dall’attenzione internazionale. Una parte degli estremisti si è rifugiata a Zuwagha, poco a sud ovest di Sabratha. Un altro troncone ha tentato di dare l’assalto alla città di Ben Gardane, appena oltre il confine con la Tunisia, ma è andata malissimo: i guerriglieri credevano di trovare appoggio nella popolazione, invece sono stati massacrati dalle forze di sicurezza, cinquanta uccisi e alcuni capi catturati. Insomma: se il “governo di Salvezza nazionale” che controlla la città non accetta di consegnarla subito al “governo di Accordo nazionale” di Fayez al Serraj, le milizie libiche che puntano sull’uno oppure sull’altro lato potrebbero cominciare a spararsi addosso. E chi guadagnerebbe da una capitale araba in preda a scontri tra milizie? Lo Stato islamico guidato dal suo nuovo comandante saudita Abdel Qader al Najdi.

 

In questo quadro, la posizione dell’Italia è strana, nota con il Foglio un comandante di Misurata che però preferisce non dire il nome perché come tanti vuole osservare come si sviluppa la situazione. Appoggiamo senza esitazioni e assieme a Washington il tentativo di Serraj, anzi, ne siamo artefici, perché abbiamo collaborato tanto alle trattative. Ancora ieri Serraj e il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, si sono rassicurati a vicenda al telefono: il libico è determinato ad andare avanti, il governo italiano lo appoggia. Così ci siamo schierati contro il governo rivale di Tripoli, che è legato alle milizie che difendono gli impianti Eni – e questo è un altro motivo per sperare in una transizione rapida delle città libiche al nuovo governo di unità nazionale. C’è da notare che il nostro alleato più forte nell’area nordafricana, il governo egiziano dell’ex generale Abdul Fattah al Sisi, sta remando contro il governo di unità nazionale e appoggia la separazione di fatto di Bengasi e della Cirenaica. Si capisce perché ieri l’ex ad di Eni, Paolo Scaroni, ha detto sul Corriere: “Fummo noi italiani nel 1934 a inventarci la Libia, un’invenzione coloniale. Ora, se invece di cercare di comporre questo puzzle difficilissimo, ci semplificassimo la vita e cercassimo di favorire la nascita di un governo in Tripolitania, potremmo risolvere i nostri problemi”.

 

Lunedì 18 aprile ci sarà un incontro dei ministri della Difesa europei in Lussemburgo per decidere anche come difendere il nuovo governo di unità nazionale in Libia e si prenderà in considerazione l’idea di una missione di “difesa e sicurezza”, appoggiata dal capo della diplomazia europea Federica Mogherini. La preoccupazione più urgente non è lo Stato islamico, ma la possibilità che con l’arrivo dell’estate cominci un’ondata di migranti verso l’Europa – soprattutto ora che la rotta balcanica è bloccata dai confini chiusi.

 

Ieri il sito Maghreb Confidential ha pubblicato una indiscrezione interessante sul fatto che la Cia sta sorvegliando i cieli della Libia con una flotta di aerei appartenenti a contractor privati, impegnati a tenere d’occhio  non  soltanto lo Stato islamico ma anche “forze ostili al governo di unità nazionale di Serraj”.

 

 

L'articolo è stato aggiornato alle 9,30 con le notizie arrivate da Tripoli

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