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Intelligence in rivoluzione

La guerra americana contro lo Stato islamico sta ottenendo risultati importanti e insperati. Il giorno che è cambiato tutto, gli strike precisi e l’ipotesi di una talpa.

31 Marzo 2016 alle 06:27

Intelligence in rivoluzione

Stiamo assistendo a una rivoluzione straordinaria nel campo della guerra d’intelligence dell’America contro lo Stato islamico, ma è una materia così opaca – per scelta deliberata – che se ne parla poco. Non ci sono dichiarazioni su cosa sta succedendo e non ci sono articoli su cosa fanno gli uomini che partecipano a questa campagna, per ragioni di segretezza comprensibili, ed è necessario procedere un po’ come si dice facciano gli astronomi quando studiano i buchi neri: osservano le traiettorie dei corpi celesti e calcolano che dove c’è un’assenza cospicua che perà incurva il campo gravitazionale e crea effetti visibili tutto attorno a sé, allora là si deve assumere la presenza di un buco nero. Così, è ovvio che da qualche parte c’è un hangar pieno di specialisti che parlano arabo, indossano cuffie e analizzano migliaia di registrazioni telefoniche, guardano chi cerca su Google e traducono conversazioni carpite in Iraq, Siria, Libia e altrove. E si sa che quell’hangar è integrato in un sistema di cui fanno parte tra le altre cose anche alcune squadre di forze speciali americane e inglesi in almeno quattro basi in Iraq – in settori chiusi degli aeroporti internazionali di Baghdad, di Erbil e di Sulaymaniyah, e nell’ovest del paese nella regione di Anbar – ma anche in Turchia (vicino Diyarbakir, con tutta probabilità), in Giordania nella base aerea di Muwaffaq, che è vicina al confine siriano, e anche in Libia (aeroporto militare di benina vicino Tobruk), a Cipro e in Sicilia.

 

Gli inizi di questa rivoluzione d’intelligence sono stati disastrosi. La notte tra il 2 e il 3 luglio del 2014 la Delta Force americana ha dato l’assalto a una raffineria pochi chilometri a ovest di Raqqa, capitale dello Stato islamico, per liberare gli ostaggi occidentali, tra cui i giornalisti James Foley e John Cantlie e i volontari Alan Henning e Kyla Mueller, ma quando è arrivata fino alle celle ha scoperto che erano vuote, erano stati tutti portati via – forse soltanto un paio di giorni prima. E pensare che l’operazione è stata quasi di certo una delle più complesse della storia recente americana, molto più del raid per uccidere Osama bin Laden in Pakistan: la villa a tre piani del capo di al Qaida era uno scenario per dilettanti a confronto della raffineria siriana; il numero di nemici presenti era cento volte superiore, perché era un campo di addestramento (dedicato alla memoria di Bin Laden, tra le altre cose), senza contare che a pochi chilometri c’è l’intera Raqqa; e i commandos non avevano l’incarico di uccidere, ma quello più delicato di trovare e riportare indietro i prigionieri. Secondo una dottrina militare americana che è stata raffinata in Iraq e che predilige l’assoluta sicurezza dei militari, si è saputo dopo che attorno alle squadre speciali c’era tutto un apparato militare, aerei pronti a bombardare gli eventuali veicoli in avvicinamento, droni di sorveglianza, elicotteri, altri reparti incaricati di intervenire a dare manforte in caso di necessità. Fu tutto inutile. Tutti gli ostaggi occidentali – a parte quelli che erano stati liberati prima del raid fallito, grazie a riscatti – sono stati uccisi.

 

L’operazione di Raqqa doveva trasformare il 4 luglio del 2014 in un trionfo, invece qualche informazione che la riguardava fu fatta a malapena trapelare ai media mesi dopo per mostrare che qualcosa si era pur fatto e che l’Amministrazione non era stata inerte (e intanto il governo siriano se ne era già appropriato e aveva strombazzato in giro di una sua improbabile incursione delle forze speciali a Raqqa contro lo Stato islamico: ma era il 2014, non accadeva mai). Non si è capito cosa è andato storto: le fonti locali si sono sbagliate, le intercettazioni non hanno rivelato il trasferimento, sui giornali alcune fonti anonime hanno detto che l’Amministrazione è stata troppo lenta ad autorizzare il raid.

 

L’intelligence americana soffre nei riguardi dello Stato islamico di un peccato originale, che è quello di avere minimizzato il problema, almeno così sostiene l’utilizzatore finale dei suoi rapporti, il presidente Barack Obama, che equivocò la natura del nemico a tal punto da farsi scappare, in una sciagurata intervista all’Atlantic nel gennaio 2014: “Se una squadra di pallacanestro del liceo indossa la maglietta dei Los Angeles Lakers, non per questo diventa i Lakers”, che è una definizione che si presta a mille rinfacci. Nell’ultima intervista all’Atlantic due settimane fa Obama ha raddrizzato un po’ il tiro, dando la colpa appunto all’intelligence che lo ha portato fuori strada e facendo un paragone filmico fra lo Stato islamico e il Joker protagonista in un capitolo cinematografico di Batman, il molto lodato Dark Knight, dove Heath Ledger impersona un cattivo che più cattivo non si può: “Certi uomini vogliono soltanto vedere il mondo bruciare”.

 

Tra il 2014 e il 2016 c’è stata anche la brutta storia dei rapporti dell’intelligence militare truccati o comunque edulcorati prima di essere passati all’Amministrazione Obama, per colorare di ottimismo la campagna aerea contro lo Stato islamico – ma la rivolta degli analisti le cui analisi erano addolcite è finita sui giornali e assieme alla perdita della città di Ramadi, conquistata dallo Stato islamico a maggio 2015, ha gettato una luce ancora peggiore sul rapporto tra l’intelligence e la realtà. Gli articoli sugli aerei americani che tornavano alle basi di partenza senza avere sganciato bombe “perché gli analisti non trovano abbastanza bersagli da colpire” hanno aggiunto un altro strato negativo.

 

La data in cui comincia a cambiare tutto è la notte del 17 maggio 2015, quando la Delta Force atterra con almeno due elicotteri in un’installazione petrolifera nella regione di Deir Ezzor, nell’est della Siria, uccide un capo tunisino dello Stato islamico, Fathi al Tunisi detto anche Abu Sayyaf, il padre di Sayyaf, cattura la moglie, che appunto è chiamata Umm Sayyaf “la madre di Sayyaf” e la porta in Iraq, a Erbil, per interrogarla. Le informazioni rivelate dalla donna e il materiale preso nella base siriana, computer e carte  – che il New York Times, con le sue fonti dentro l’intelligence, definì: un tesoro – sono ignote, ma devono avere un certo spessore, perché a partire da quel giorno comincia una serie in crescendo. Il 18 agosto un drone colpisce una singola auto che sta viaggiando sulla strada che collega Mosul al confine siriano e uccide i due occupanti, uno è Haji Mutaz (vero nome: Fadhil Ahmad al Hayali, ex ufficiale nelle forze speciali e nell’intelligence di Saddam Hussein). Ora, due punti da notare. La prima è che ci dovrebbe essere sempre un naturale imbarazzo a definire che ruolo hanno gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi in seno all’organizzazione, perché dire “il numero due” suona come una presa in giro, e lo stesso vale per “luogotenente” opppure “elemento di spicco” (che fa tanto arresto di camorra) e altre formule simili. Basterà dire che Baghdadi aveva delegato a Haji Mutaz tutte le operazioni in Iraq, come fosse un vicerè. La seconda è che non si è trattato del consueto bombardamento di routine che prende chi prende, un drone ha seguito l’automobile e l’ha centrata mentre viaggiava. Il buco nero, le traiettorie: l’intelligence sapeva dove si trovava il vice di Baghdadi, è plausibile che l’abbia osservato per qualche tempo – vedi mai che porti ad altri bersagli – e poi ha passato le coordinate all’equipaggio di un drone. C’è un terzo appunto da fare: due mesi dopo il portavoce dello Stato islamico, Abu Muhammad al Adnani, ha compianto Haji Mutazz in un messaggio audio, ha detto che gli hanno portato il cadavere e lui ne ha visto il volto insanguinato prima che fosse sepolto secondo il costume islamico entro ventiquattr’ore  (chissa come hanno reagito, nell’hangar: quindi Adnani era a Mosul, a pochi chilometri, lui organizza gli attacchi in Europa a partire dal 2012 ). E’ stata l’ultima occsione in cui lo Stato islamico ha confermato la morte di un leader, poi non lo ha più fatto perché sarebbe diventato un appuntamento regolare e demoralizzante.

 

Si dirà che la morte di un capo è nulla per un gruppo così ramificato e resistente come lo Stato islamico, ma è un luogo comune (metafora suggerita: le teste dell’idra che mozzate si rigenerano) che si può smentire, perché nuovi capi rimpiazzano quelli uccisi ma la qualità e l’esperienza contano. Altrimenti Baghdadi non avrebbe mandato in Libia nel settembre 2014 uno dei suoi comandanti di fiducia, Abu Nabil al Anbari, per esportare laggiù il modello già applicato con successo in Iraq e Siria. Prima dell’alba del 14 novembre 2015, mentre il resto del mondo era concentrato sulla strage di Parigi finita poche ore prima, due aerei hanno bombardato la fattoria Abu Khair, vicino Derna, in Libia, e hanno ucciso al Anbari. Secondo le Monde, quell’imbeccata d’intelligence “è partita da Parigi”, ma la notizia è stata riportata come se fosse normale. Una fonte libica passa al Foglio la posizione della casa bombardata. A guardare le foto satellitare quella zona a est di Derna è tutta uguale, una fattoria dopo l’altra, a poche centinaia di metri dal mare. Come hanno fatto a individuare quella giusta? Forse siamo assuefatti ad anni di bombardamenti con i droni nelle aree tribali del Pakistan, che però avvengono all’interno di una cosidetta “kill box”, pressapoco una riserva di caccia circoscritta, con limiti precisi indicati dal governo pachistano e – spesso – uccisioni anche fra i civili che non c’entrano nulla. Contro lo Stato islamico la kill box ha limiti ancora da definire: da Mosul alla costa libica.

 

Due giorni prima di Anbari, c’è stato un altro colpo a dare sostanza a questa tesi, ovvero che gli americani hanno messo su un apparato predatorio che sta davvero localizzando e uccidendo gli uomini che contano dentro lo Stato islamico. La stampa inglese ha fatto circolare una versione romanzesca, le squadre dello Special Air Service che arrivano a otto chilometri da Raqqa, fanno volare tre piccoli droni elicottero in città e dopo giorni di attesa riescono a trovare Jihadi John, il kuwaitiano Mohammed Emwazi, l’uccisore degli ostaggi occidentali nei video di minaccia contro l’occidente e il Giappone. Non c’è tanto da fidarsi, ma Reuters e il sito dei dissidenti di Raqqa raccontano che l’uomo è stato colpito nel breve tragitto tra il portone di un edificio e l’automobile che lo aspettava parcheggiata fuori. Lo statement del Pentagono dice che non può essere sopravvissuto al colpo che ha centrato il veicolo.

 

In quel mese di novembre i media americani accennano anche a un altro fatto interessante, nei giorni successivi al terribile schianto in mezzo al Sinai del volo 9268 che portava 224 passeggeri russi verso casa da Sharm el Sheikh. Non si capisce subito se la causa del disastro è un incidente o un attentato, ma – oltre alle rivendicazioni inascoltate dello Stato islamico in Egitto – i primi a confermare sono gli americani grazie “alle intercettazioni di messaggi dei militanti attivi nella penisola egiziana”. C’è tutto un brusio eccitato post-operazione che viene captato. Non è granché come consolazione, ma nel vuoto di dettagli vale la pena prendere nota.

 

Nel 2016 c’è un’accelerazione. A febbraio forze speciali americane non meglio specificate – ma in quel quadrante opera la Delta Force – atterrano vicino Tal Afar e catturano un uomo dello Stato islamico che si occupa degli armamenti, inclusi quelli chimici – che per ora sono rudimentali: gas mostarda, bombe al cloro, materiale bellico meno sofisticato di quello usato da Saddam Hussein contro i curdi o da Bashar el Assad contro i siriani di Damasco. L’uomo si fa chiamare Abu Dawud (nome vero: Sulayman Dawud al Bakkar) e segue lo stesso destino di Umm Sayyaf: portato a Erbil, interrogato, ceduto ai curdi – il che fa supporre che non abbia altro da dire rispetto a quello che ha rivelato. Il particolare che colpisce è che è stato catturato a Tal Afar, una piccola cittadina irachena da cui proviene un numero spropositato di capi del gruppo estremista. Tal Afar è in teoria una zona rossa dello Stato islamico, inaccessibile, pericolosa, infestata più delle altre. Se gli americani sbarcano lì e portano via un comandante, vuol dire che c’è stato uno stravolgimento delle regole e delle informazioni. L’Amministrazione Obama è iper prudente, se ha autorizzato l’operazione è perché sa qualcosa che non è ancora di dominio pubblico. In termini calcistici un raid occidentale nella zona di Tal Afar equivale a un gol segnato dalla propria area piccola.

 

Venerdì scorso il segretario alla Difesa, Ashton Carter, è andato davanti ai giornalisti per annunciare la morte di due altri capi dello Stato islamico. “Please, be disciplined” ha chiesto ai reporter, non fatemi domande su come abbiamo fatto perché metterebbe a repentaglio altre operazioni in futuro. E’ che persino la stampa – come dimostra questa pagina – per quanto lenta e poco avvezza ai collegamenti comincia a rendersi conto che l’apparato americano ha come minimo, dice Reuters, una fonte di alto livello dentro lo Stato islamico. Oppure ha fonti minori e intanto ha portato la scienza delle intercettazioni a un altro livello, perché i capi dello Stato islamico conoscono i rischi e non usano internet e telefoni, ma Omar il ceceno è stato appena ucciso in Siria durante un incontro tra capi grazie a intercettazioni – era andato come rinforzo a Shaddadi, dove l’esercito estremista sta arretrando davanti alla fazione ibrida che si fa chiamare “Forze siriane democratiche” (tre quarti curdi, un quarto arabi, molti rifornimenti americani). I simpatizzanti fanno ora circolare foto del Ceceno per dimostrare che è ancora vivo, ma sono datate.

 


Lo Stato islamico pubblicò il video da cui sono prese queste immagini nel marzo 2014. Il comandante carismatico Omar il ceceno riceve il giuramento di fedeltà al capo Abu Bakr al Baghdadi da alcuni volontari in Siria. Omar il ceceno è stato localizzato e ucciso dagli americani il 4 marzo


 

Il secondo capo ucciso è Haji Iman, oppure Abu Alaa al Afari (Al Afari: viene da Tal Afar). In realtà non doveva essere ammazzato, due elicotteri hanno varcato il confine siriano vicino a Deir Ezzor e le squadre speciali avevano l’ordine di prenderlo vivo. Il modello dell’azione ricalca un raid fatto nel settembre 2009 in Somalia per prendere il capo di al Qaida Saleh Ali Saleh Nabhan, elicotteri che tallonano l’automobile, i soldati sparano, la fermano, prendono quello che trovano. Quella volta a sud di Mogadiscio gli americani prelevarono un campione di dna per cofnermare l’identità – si dice un dito. Con Afari, dice la versione ufficiale, “sono stati costretti a ucciderlo” a causa di circostanze non specificate.

 

Al Afari era davvero vicino al capo al Baghdadi, non è dato sapere cosa si sarebbe cavato o no da un interrogatorio a Erbil (e se le squadre speciali hanno preso roba dalla sua automobile). Il governo iracheno, come spesso succede, lo aveva dichiarato morto a vanvera un anno fa, dopo un bombardamento americano su una moschea che non era mai accaduto, ora la sua morte reale sarà un fatto difficile da gestire per l’organizzazione, dice un esperto stimato di Baghdad, Hashim al Hashemi. Ancora una volta: un’operazione del genere presuppone un livello di conoscenze che è davvero più dettagliato rispetto al 2014, quando Baghadi e i suoi erano paragonati a dilettanti. Nel caso dell’operazione in Somalia, il presidente Obama dovette firmare un ordine esecutivo dieci giorni prima, e quindi è pacifico che l’abbia dovuto fare anche questa volta, e che abbia approfondito il dossier con militari e servizi. Costretto a ordinare operazioni militari che sfiorano in punta di fioretto il cuore dello Stato islamico e a farlo nella quasi segretezza assoluta, mentre il suo mandato è agli sgoccioli e il mondo intanto applaude la tattica indiscriminata dei russi che hanno restituito Palmira al governo siriano.

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