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Ora i russi combattono a terra in Siria

La Russia comincia operazioni di terra in Siria, uomini e mezzi corazzati che affiancano la campagna di bombardamenti dall’alto partita il 30 settembre scorso – con conseguenze pesanti per i gruppi che fanno la guerra al presidente Bashar el Assad e per i civili.

17 Febbraio 2016 alle 12:57

Ora i russi combattono a terra in Siria

Truppe a russe a Selma, a nord di Latakia

La Russia comincia operazioni di terra in Siria, uomini e mezzi corazzati che affiancano la campagna di bombardamenti dall’alto partita il 30 settembre scorso – con conseguenze pesanti per i gruppi che fanno la guerra al presidente Bashar el Assad e per i civili. Non c’è una dichiarazione ufficiale da parte di Mosca, anzi, c’è una smentita pubblicata il 16 gennaio dall’agenzia Tass, che cita il ministro della Difesa russo, il generale Sergei Shoigu: “Sono escluse operazioni di terra russe in Siria”, ha detto in audizione davanti alla Duma. Tuttavia, i conflitti in paesi stranieri non si annunciano più in via ufficiale e filtrano piuttosto fino ai grandi media grazie a un gioco di apparizioni rubate, rumors e smentite sui social media – tutto un’insieme di indizi che soltanto dopo qualche tempo prende la forma di una notizia concreta. Lo sbarco-show dei marine sulla spiaggia di Mogadiscio nel 1992 sotto i riflettori delle tv americane già piazzate con i treppiedi sulla spiaggia appartiene a un passato morto. Il modello a cui occorre prestare attenzione oggi è quello degli “uomini verdi” apparsi in Crimea nel febbraio 2014, prima dell’annessione alla Russia (avevano anche un altro soprannome: “Le persone educate”, proprio per il modo di fare felpato).

 


A sinistra, la tuta Gorka usata dai militari russi sta facendo la sua comparsa in Siria. A destra, truppe a russe a Selma, a nord di Latakia, ripresa a gennaio dopo una offensiva delle milizie che combattono per il presidente Bashar el Assad. Immagini prese dai social media


 

Così, l’inizio della campagna di terra russa in Siria è scandito da una progressione morbida che comincia a diventare familiare. Prima ci sono i rumors, le voci senza fondamento, gli avvistamenti in ogni dove, persino le notizie di decessi e di catture che poi evaporano dal ciclo delle notizie senza lasciare traccia. Viene il sospetto che siano fatti circolare ad arte, per confondere e addormentare in anticipo la sensibilità del pubblico. Poi sono gli stessi soldati russi a pubblicare sui social media foto che li ritraggono fuori dalle basi aeree, quelle in cui in teoria sono chiusi per fare la guardia agli aerei e ai piloti – i soli che stanno combattendo secondo la versione ufficiale. Ci sono siti specializzati che studiano quelle foto e identificano dove sono state scattate, e sono luoghi sempre più lontani dalle piste di Latakia, per esempio i monti nel nord della regione, oppure Homs, adesso anche Aleppo. La terza fase arriva quando cominciano a circolare sui media locali i video che mostrano l’attività dei russi outside the wire, come si dice, fuori dalle basi in un modo che non si può più equivocare. E’ successo a gennaio. Il governo siriano ha lanciato un’operazione tra i monti nel nord del governatorato di Latakia per cacciare i ribelli arroccati tra il mare e il confine turco. Il 12 gennaio l’accrocchio di milizie che combatte in nome di Assad – una gamma che va dai comunisti di Mouqawama Suriya alle fazione sciite irachene, più elementi dell’esercito – ha preso la città strategica di Selma, a dieci chilometri dal confine turco. Quel giorno spunta il filmato di un generale russo in mimetica e binocoli che osserva le operazioni assieme ai reporter siriani e si dichiara soddisfatto, grazie alla traduzione simultanea di un assistente arabo. Uno dei reporter presenti, Eyad al Hosein, che su Twitter è @AboZain6, un inviato con i capelli rossi che spicca fra gli altri, poche ore dopo ha messo online alcune foto che lo mostrano dentro Selma: insomma, il generale russo era a poca distanza dalla prima linea e si può presumere che non fosse da solo. Nota: quella zona è stata sotto il controllo dei ribelli fin dall’estate 2012, negli anni scorsi muoversi a piedi in quei boschi per un generale russo sarebbe stato davvero rischioso, la zona di Latakia è tutta un saliscendi similappennico – e in quell’area uno dei piloti russi abbattuti a novembre dai turchi è stato ucciso a fucilate mentre ancora scendeva verso gli alberi appeso al paracadute.

 


Truppe a russe a Selma, a nord di Latakia, ripresa a gennaio dopo una offensiva delle milizie che combattono per il presidente Bashar el Assad. Immagini prese dai social media


 

A volte le immagini che sembrano casuali sono messaggi non così casuali: per esempio, dopo quell’abbattimento di novembre alcune interviste tv nella base russa di Latakia hanno mostrato di sguincio l’arrivo di sofisticati sistemi missilistici per la difesa aerea, come a lanciare un avvertimento da parte di Mosca sulla capacità di sorvegliare lo spazio aereo siriano.

 

Dopo i media locali tocca a quelli internazionali, nella danza dei sette veli del progressivo disvelamento delle operazioni russe a terra. A gennaio i militari russi hanno portato a Selma una squadra di giornalisti, compresa la Bbc inglese, per un tour limitato a quaranta minuti – “ragioni di sicurezza”. Per la prima volta si sono fatti filmare in un’operazione fuori dalle basi, con i blindati e i passamontagna, in un territorio che gli era ormai familiare.

 


L’inviato della tv americana Cnn in Siria, Frederik Pleitgen, parla dal fronte est, in direzione della città di Palmira. Alle sue spalle un gruppo di soldati e mezzi corazzati russi. Il primo a notarle è stato @bm21_grad su Twitter


 

Due giorni fa la tv americana Cnn è andata sul fronte est della guerra, quello che nel centro arido del paese guarda verso Palmira, la città occupata dallo Stato islamico nel maggio 2015. Alle spalle dell’inviato Frederick Pleitgen si vede un gruppo di carri armati russi T-90 e di blindati Btr, più alcuni pezzi di artiglieria, anche questi russi. Persino i soldati indossano l’inconfondibile tuta da combattimento Gorka, non usata dai soldati siriani, ma il reporter americano continua a parlare soltanto di esercito siriano. E’ in presenza di una prima assoluta, un’operazione di terra dell’esercito di Mosca contro lo Stato islamico e non la riconosce.

 

Pensare che quella stessa tuta Gorka riconoscibile nelle immagini della Cnn in questi anni era stata già avvistata ed è ormai conosciuta in Siria a causa dei militanti del Caucaso, alcuni dei quali ex soldati, che sono arrivati a ingrossare le file dei gruppi del jihad, e compare in innumerevoli occasioni. Per esempio nel primo video in cui un ceceno affianca un bambino che spara in testa a due prigionieri accusati di essere spie russe. Ora è indossata dall’altro lato del fronte.

 

Per ora la versione più accreditata è che a Palmira (nell’area di Ithriya, per essere precisi) non si tratti ancora di un’operazione di combattimento russa, ma mista e soltanto a trazione russa: vale a dire che i russi ci mettono mezzi avanzati, come i carri T-90, la pianificazione e dirigono l’artiglieria – che è un argomento negletto dai media, concentrati sui bombardamenti dei jet, ma ha effetti devastanti. Per ora non c’è un’avanzata, piuttosto il fronte fa da barriera contro il rischio di un’espansione verso ovest dello Stato islamico, che sarebbe negativa per tutta una serie di ragioni, non ultima quella che governo siriano e alleati russi e iraniani sono impegnati contro altri gruppi in una campagna su al nord, vicino Aleppo, e se lo Stato islamico dilagasse al centro sarebbe un pessimo effetto collaterale. Pleitgen dice che i comandanti siriani sperano di riprendere Raqqa entro l’anno, e se il piano è questo allora è cominciata una competizione con le forze miste curdi / ribelli siriane appoggiate dagli americani, che hanno annunciato la stessa intenzione. Ad appoggiare questo secondo gruppo sono in arrivo anche forze speciali degli Emirati arabi uniti e dell’Arabia Saudita. Il simbolismo della eventuale riconquista di Raqqa non sfugge ai contendenti, chi se l’aggiudica pone un’ipoteca sul futuro ordinamento dell’area. “Siamo i liberatori della capitale della Stato islamico”, potranno dire, e parleranno da un podio di nuova credibilità davanti al pubblico internazionale.

 

Il passaggio da operazioni aeree a “boots on the ground” è senz’altro rischioso e ancora non si sa quanto i russi stanno investendo a terra. In un video recente si vede un gruppo di pezzi di artiglieria sparare e si sentono gli ordini in russo, quindi si tratta ancora di un ruolo di appoggio e coordinamento, non di avanguardia – che è lasciata ai combattenti iraniani e libanesi, che infatti stanno subendo perdite dure, non meno di sessanta morti al mese. Il governo russo affronta questa fase con prudenza, non vuole perdite e per ora ci sono soltanto tre morti dichiarati (uno per un suicidio), non vuole realizzare la profezia di sventura pronunciata dall’Amministrazione americana quattro mesi fa: “I russi in Siria si stanno cacciando in un quagmire, in un pantano” (quagmire è una parola che divenne popolare durante la guerra americana in Iraq). E non vuole, forse peggio, che i soldati russi siano catturati e finiscano in un video di propaganda. Per ora non c’è alcun quagmire, anzi è l’opposto.

 

[**Video_box_2**]Due giorni fa Mariam Karouny di Reuters ha firmato un articolo che spiega come i russi sono coinvolti a fondo nella strategia della rimonta e come abbiano cominciato dalla messa in sicurezza della capitale Damasco, centro ombelicale del potere del presidente Assad. Dopo Damasco hanno avuto cura di disinnescare il fronte sud, così vicino alla capitale, ottenendo dalla Giordania la cessazione dell’appoggio ai ribelli vicino al confine e – sostiene Karouny – facendosi garanti di un patto con Jabhat al Nusra e lo Stato islamico, che avrebbero accettato di lasciare l’area a sud della capitale e si sarebbero spostati al centro e al nord del paese, in cambio di un transito indisturbato. Karouny cita due fonti confidenziali e anonime, ma la faccenda non
Infine, la fase finale sarà la conferma delle operazioni a terra dei russi in Siria, che fino a sei mesi fa sembravano una eventualità remota, quasi impossibile. Nel caso della Crimea e dell’Ucraina, ci sono voluti mesi, fino a quando non ha parlato il presidente russo, Vladimir Putin, e quando ormai più che un fatto compiuto erano un fatto storico.

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