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Da Pyongyang a Pechino, il Pacifico è tutt’altro che pacifico

Il test missilistico nordcoreano è la punta dell’iceberg. La corsa agli armamenti contro l’assertività cinese

5 Febbraio 2016 alle 14:16

Da Pyongyang a Pechino, il Pacifico è tutt’altro che pacifico

Roma. Giovedì il comando delle Forze armate americane in Corea (Usfk) ha annunciato che alle prossime esercitazioni militari congiunte con la Corea del sud parteciperanno anche le forze speciali americane. E’ inusuale che l’Usfk comunichi dettagli, subito prima di vaste operazioni militari: quel che si sa è che il Pentagono ha autorizzato la partecipazione del 1° Gruppo di forze speciali, che sono di base nell’area del Pacifico, ma soprattutto l’invio del 75esimo Reggimento Rangers, un’unità di fanteria leggera che ha operato in Afghanistan e in Iraq, specializzata nella distruzione di armamenti. La notizia è ovviamente un messaggio per la Corea del nord. Martedì scorso Pyongyang ha inviato all’Organizzazione marittima internazionale, agenzia autonoma dell’Onu, un documento nel quale avvertiva del prossimo lancio di un satellite di osservazione terrestre, lancio che dovrebbe avvenire nella finestra tra l’8 e il 25 febbraio prossimi. Il programma spaziale nordcoreano, secondo gli analisti, è una copertura. Sarebbe in realtà in preparazione il terzo test missilistico (a lungo raggio) di Pyongyang, che usa le tecnologie dei razzi lanciatori per provare la capacità balistica dei missili. Da settimane il movimento intorno alla stazione di lancio di Sohae, nel nord-ovest della Corea del nord, lasciava intendere un possibile nuovo test missilistico. Dopo il presunto test atomico del 6 gennaio scorso – presunto perché rivendicato dalla Corea del nord, ma ancora non confermato ufficialmente né dal Giappone né dalla Corea del sud – l’America ha chiesto alla comunità internazionale e al Consiglio di sicurezza dell’Onu di approvare nuove sanzioni contro Pyongyang. Ma nessuna risposta concreta è stata ancora data. La Corea del nord segue lo stesso schema del 2012: test atomico seguito a breve distanza da un test missilistico – che proverebbe la capacità di gittata di un missile nordcoreano in grado di colpire il territorio americano. Missili di quel tipo sono in grado anche di colpire un aereo di linea. Giappone, Corea del sud, Cina e Stati Uniti hanno chiesto alla Corea del nord di fare un passo indietro. La Difesa nipponica ha dispiegato i battaglioni antimissile nel Mar del Giappone, con l’ordine di abbattere qualunque tipo di minaccia. Il presidente sudcoreano Park Geun-hye ha detto che Pyongyang “pagherà caro” il suo test missilistico.

 

“La politica di armamenti di Pyongyang segue tre direttrici”, dice al Foglio Giulio Pugliese, docente all’università di Heidelberg in Studi asiatici e membro del think tank Asia Maior: “La prima riguarda l’uso domestico, e il rafforzamento del ruolo di Kim Jong-un. La seconda è legata al rapporto della Corea del nord con gli Stati Uniti: Pyongyang vuole garantire la sua esistenza militare ricordando a Washington che può combattere. La terza direttrice ha a che fare con l’instabilità regionale: la Corea del nord è consapevole che la sua esistenza dipende dalle inimicizie e dalle rivalità dei paesi del Pacifico”. Il motto latino divide et impera sta governando, da almeno sei anni, l’area asiatica del Pacifico: “La Cina non permetterà mai una presenza ingente né tantomeno un intervento americano in Corea del nord”, dice Pugliese.

 

Il pivot asiatico insufficiente

 

Il volto militare dell’America in Asia è quello di Harry B. Harris Jr., ammiraglio sessantenne a capo del Comando americano nel Pacifico. Nominato nel maggio del 2015, Harris è il primo comandante del Pacifico ad avere origini giapponesi. E’ un asiatico, dunque, ed è un marinaio: la guerra, nel Pacifico, si fa sull’acqua, non sulla terra. Da quando è al comando, Harris tenta di convincere il Pentagono che il pivot asiatico su cui si è basata parte della strategia dell’Amministrazione Obama è più necessario che mai. E il motivo non è soltanto la minaccia nordcoreana. In un convegno al Center for Strategic and International Studies (CSIS) di dieci giorni fa, Harris è tornato a parlare della strategia cinese nel Mar cinese meridionale. Pechino sta costruendo delle isole artificiali in acque contese, rivendicando la sovranità su quasi tutta l’area. Se continuassero i lavori di costruzione delle isole e il dispiegamento militare nell’area, secondo un paper del Csis, entro il 2030 il Mar cinese meridionale “sarà virtualmente un lago di pertinenza cinese”. Una ridefinizione dell’ordine geografico da parte della Cina che crea problemi con i paesi più piccoli dell’area, come il Vietnam e le Filippine. “Pechino si muove seguendo una logica di potenza, e il ribilanciamento delle forze di difesa americane è insufficiente”, dice Pugliese. A fine gennaio, il cacciatorpediniere lanciamissile americano Curtis Wilbur ha violato le dodici miglia di acque territoriali rivendicate dalla Cina nella zona delle isole Paracel, come segnale di deterrenza. Pechino ha reagito accusando gli Stati Uniti di “violare la legge marittima cinese”.

 

[**Video_box_2**]La Cina usa la stessa strategia nel Mar cinese orientale, creando un fronte contro il Giappone (principale alleato dell’America nell’area) e rivendicando un’area nella quale sono comprese anche le isole Senkaku. In questo scenario, la corsa agli armamenti svolge un ruolo fondamentale di deterrenza. Non a caso la Lockheed Martin – proprietaria del sistema antimissilistico THAAD dislocato nel Pacifico – nel bilancio del 2016 prevede di ricavare molto dall’area asiatica. “Siamo entrati ufficialmente in un’èra di assertività cinese, e non è un caso la ritrovata alleanza della Cina con la Russia”, dice Pugliese. Eppure l’America si è mossa diversamente, ha imposto le sanzioni a Mosca dopo l’invasione della Crimea ma sta facendo poco per l’area del Pacifico: “Da una parte, Washington cerca di utilizzare gli alleati come vicesceriffi – è per questo che ha sostenuto la militarizzazione di Tokyo guidata dal premier Shinzo Abe. D’altra parte, la Russia ha un’influenza economica minore rispetto a quella della Cina. Con l’internazionalizzazione della valuta cinese, oltretutto, Pechino ha istituzionalizzato la sua influenza strategica. E’ il metro di quanto i princìpi, il diritto internazionale, sono secondari rispetto alle logiche di potenza. Nessuno vuole essere coinvolto in un conflitto armato con Pechino, e sarebbe difficile anche solo spiegarlo all’opinione pubblica: nel Pacifico la guerra si fa sull’acqua, e le informazioni sono quasi solo quelle dell’intelligence militare. Inoltre, quella cinese è una lenta escalation, ma tutto sommato non violenta”. E tra vent’anni, probabilmente, l’America ne pagherà il prezzo.

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