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Prosciolte in Germania le ronde pro sharia. Avevano la pettorina arancione e non una divisa ufficiale

Un anno fa nove musulmani avevano organizzato una polizia salafita nelle strade di Wuppertal. Nei volantini chiarivano: "divieto di alcol, gioco d'azzardo, musica"

13 Dicembre 2015 alle 06:18

Prosciolte in Germania le ronde pro sharia. Avevano la pettorina arancione e non una divisa ufficiale

Il leader delle ronde, Sven Lau, è un predicatore con trascorsi in Siria

Roma. Nel settembre di un anno fa, le forze dell’ordine tedesche arrestarono nove individui tra i 24 e i 35 anni di religione musulmana che trascorrevano le serate invitando le signore di Wuppertal (Nordreno-Vestfalia) a velarsi e i loro mariti a non bere più una goccia di qualsivoglia alcolico. Circolavano indossando pettorine arancioni catarifrangenti con ivi impressa la scritta a caratteri maiuscoli “sharia police”: in inglese, così da rendere universale il messaggio. Quindici mesi dopo, la corte distrettuale cittadina ha prosciolto dalle accuse tutti gli imputati. La motivazione? “Le pettorine di uso commerciale tinte di arancione acceso non potevano provocare alcun effetto intimidatorio. Anche la scritta ‘sharia police’ non è associabile ai veri indumenti delle forze di polizia”. Non conta il messaggio o il modus operandi dei pattugliatori, insomma, ma solo il fatto che indossassero un giubbetto da manovalanza notturna autostradale anziché l’austera divisa da poliziotto. La procura ha subito presentato ricorso, anche perché ha ricordato che il capo della ronda, Sven Lau, è un predicatore non ascrivibile alla categoria dei presunti “moderati”, essendo stato privato del passaporto pochi mesi fa in seguito alla pubblicazione sul web di alcune sue foto che lo ritraevano in Siria, sorridente vicino a un tank e con in mano un kalashnikov.

 

Non solo, ma tutti gli agenti della cosiddetta “sharia police” sono salafiti. Il tribunale non ha tenuto conto di tali elementi ma ha insistito nell’esaminare il tessuto e le cuciture delle vesti indossate dai nove. Poiché la legge penale contempla il divieto di portare una uniforme solo se quest’ultima è simbolo d’una forza organizzata (l’esercito, ad esempio) o se richiama tristi stagioni del passato (il nazismo), il caso in esame era da ritenersi chiuso.  E pazienza se, come ha insistito l’accusa, quel gruppo era la punta dell’iceberg, la parte emersa di un movimento ben più ampio ancora non uscito allo scoperto. Lau, poi, ha un curriculum vitae che da solo sarebbe bastato a mettere in allarme le autorità: sospettato d’aver tentato di reclutare giovani musulmani da unire alle milizie jihadiste in azione tra la Siria e l’Iraq, aveva già trascorso qualche periodo nelle patrie galere. Niente da fare, dura lex sed lex, hanno detto i giudici. Eppure, quando la “polizia” salafita iniziò a circolare per le vie di Wuppertal cercando d’imporre una svolta morale nei costumi della popolazione locale, la reazione di Berlino fu assai dura. “La sharia non sarà tollerata sul suolo tedesco!”, tuonò il ministro dell’Interno, Thomas De Maiziere. Il capo della polizia locale, Frau Birgitta Radermacher, assicurò che “atteggiamenti intimidatori o provocatori non saranno tollerati”, mentre la cancelliera Angela Merkel ricordava che “solo lo stato ha il monopolio della forza”.

 

[**Video_box_2**]Di esempi del genere, però ce ne erano già stati parecchi: è sufficiente menzionare i volantini affissi qua e là agli angoli delle strade in cui si proclamava che quei quartieri erano “zona controllata dalla sharia”. Gli avvisi a corredo del volantino erano quelli che hanno udito anche i cristiani della piana di Ninive prima di essere costretti all’esilio (o a convertirsi, pena la morte) dalle milizie califfali: niente alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, concerti, pornografia e prostituzione. La Frankfurter Allgemeine Zeitung scrisse che si trattava di una “provocazione calcolata”. Per il predicatore Sven Lau rimane in piedi solo l’accusa d’aver organizzato una manifestazione salafita in luogo pubblico senza aver chiesto il permesso alle autorità competenti. In attesa dell’appello.

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