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La vittoria in Venezuela mette in crisi “l’idiota sudamericano”

Gli antichavisti trionfano in Parlamento, ma anche in Brasile e in Argentina l’ondata di sinistra traballa

7 Dicembre 2015 alle 17:44

La vittoria in Venezuela mette in crisi “l’idiota sudamericano”

Foto LaPresse

Roma. 22 novembre 2015: Mauricio Macri è eletto presidente dell’Argentina. 2 dicembre 2015: in Brasile il presidente della Camera dei deputati Eduardo Cunha autorizza l’impeachment contro la presidente Dilma Rousseff. 6 dicembre 2015: il fronte dell’opposizione venezuelana conquista un’ampia maggioranza all’Assemblea nazionale. Non è la fine del chavismo, come hanno titolato molti media. Nicolás Maduro resta presidente. E’ qualcosa di meno, anche se comunque un risultato importante e storico. E’ un grande successo psicologico degli antichavisti dopo 17 anni di sconfitte. Al contempo, però, se considerato nel contesto regionale, è qualcosa di più. Molto di più. In appena due settimane è venuto meno l’architrave dell’asse dominante nella regione con quella “ondata di sinistra” che si era imposta proprio a partire dell’elezione di Chávez alla presidenza del Venezuela.

 

L’architrave, va ripetuto. Sia pure malconcia, la struttura sta ancora in piedi. Sia Maduro sia Dilma restano al potere, sia pure azzoppati. L’opposizione parlamentare in Venezuela potrà impedire al presidente di agire, ma difficilmente riuscirà a fare qualcosa in proprio. E anche in Brasile quasi certamente non si troveranno i due terzi di deputati che servirebbero a votare la messa in stato di accusa della presidente. D’altra parte Macri non ha la maggioranza Congresso, almeno per i due anni e mezzo che lo separano dalle prossime midterm, e il suo predecessore,la presidente Cristina Kirchner, gli ha cosparso il percorso di trappole. Ma il modo in cui le Borse locali hanno reagito subito con entusiasmo sia alla vittoria di Macri che all’impeachment a Dilma lasciano intuire l’inizio di un nuovo ciclo che potrebbe essere duraturo. Ironicamente, il sud America inizia a liquidare il populismo proprio nel momento in cui l’argentino Papa Francesco sembrava sdoganarlo come ideologia rispettabile a livello mondiale, e populisti di ogni risma in Europa imperversano a destra e a sinistra. Da noi, le due settimane del triplice scacco a Cristina-Dilma-Maduro sono state quelle delle vittorie di Beata Szydlo in Polonia e di Marine Le Pen in Francia.  

 

A parte i 17 anni di governo chavista in Venezuela, i 12 del Partito dei lavoratori (Pt) in Brasile e i 12 del kirchnerismo in Argentina, l’“ondata a sinistra” ha riguardato i 10 anni di governo del Frente Amplio in Uruguay, i 9 di presidenza di Evo Morales in Bolivia, gli 8 di Rafael Correa in Ecuador e gli 8 di Daniel Ortega in Nicaragua (già presidente alla fine degli anni 80). Effimere le esperienze di Zelaya in Honduras e del vescovo Lugo in Paraguay. In Cile, Perù, Panama, Guatemala, El Salvador, Costa Rica e Repubblica Dominicana altri governi di sinistra si sono succeduti con stile molto più tradizionale,incapaci di interessare i vari nostalgici della rivoluzione che si sono invece recati in pellegrinaggio a scoprire le missioni bolivariane e il bilancio partecipato di Porto Alegre.

 

Plinio Apuleyo Mendoza, Carlos Alberto Montaner e Álvaro Vargas Llosa, autori nel 1996 del famoso “Manuale del perfetto idiota latinoamericano”, nel fotografare in un nuovo libro del 2007 “Il ritorno dell’idiota” avvertivano però che all’interno dell’“ondata” erano da distinguere una variante “carnivora”, radicale e con tinte autoritarie, da una “vegetariana”. Sostanzialmente socialdemocratica, sotto la retorica barricadera. “Carnivore”, dunque, le esperienze di Venezuela, Bolivia e Ecuador. “Vegetariane” quelle di Brasile, Argentina, Uruguay e Nicaragua. Ma già allora i Kirchner apparivano tentati dalla “carne”, mentre in seguito Correa e Morales si sono rivelati onnivori: bistecche autoritarie in politica, insalatine pragmatiche in economia.

 

 

[**Video_box_2**]“Es la economía estúpido”

 

Ma sono Brasile, Argentina e Venezuela i tre paesi chiave. Brasile e Argentina per le loro dimensioni geopolitiche. Il Venezuela per l’enorme rendita petrolifera: il lubrificante con cui Chávez ha coltivato il consenso interno ed esterno. Ovvio che il crollo dei prezzi del barile ha creato problemi: ma “es la economía estúpido” in spagnolo, o “é a economia estúpido” in portoghese, è una frase la cui portata ormai travolge i carnivori e i vegetariani più grossi assieme, ormai senza più distinzione di dieta. In Venezuela, ad esempio, l’economia è in recessione del 6 per cento, i due terzi dei prodotti di base sono scomparsi dai negozi, l’inflazione è al 205 per cento,  e il reddito pro capite, che se misurato al cambio ufficiale di 6,3 bolívares per dollaro equivale a 1.500 dollari al mese, secondo il cambio del mercato nero vale appena 12 dollari al mese. In Argentina il deficit è variamente stimato tra il 3,5 e il 7 per cento del Pil, l’inflazione nel 2016 potrebbe arrivare al 34,3 per cento, il 33,1 per cento del lavoro è informale, il 21,8 per cento degli argentini è in condizioni di povertà, il divario tra cambio ufficiale e parallelo del dollaro è del 60 per cento, la produzione industriale è in caduta da tre anni, l’export agricolo è danneggiato dal crollo dei prezzi. E il Brasile è travolto dalla peggior crisi economica dal 1931: il pil è crollato tra gennaio e settembre del 3,2 per cento, l’inflazione ha passato il 10, la disoccupazione è al 7,9, e il paese nella classifica delle potenze economiche mondiali è stato risorpassato da India e Italia.

 

Certamente Dilma Rousseff e il suo predecessore e padrino politico Lula non hanno cercato di distruggere l’iniziativa privata come ha fatto Chávez in Venezuela per obbligare tutti i venezuelani a dipendere dalla rendita petrolifera di stato. Né si sono messi a fare la guerra alla finanza internazionale o a strangolare l’economia con dazi e lacciuoli come i Kirchner. Ma anche loro non hanno avuto il coraggio di affrontare le riforme strutturali per eliminare tutta quella serie di difficoltà che rendono il fare affari in Brasile più costoso: il cosiddetto Costo Brasil. Una volta venuto meno l’indubbio effetto positivo della politica di creazione di domanda interna attraverso la spesa sociale degli anni di Lula, passata anche la bonanza degli alti prezzi delle materie prime, il contraccolpo è arrivato. Inevitabile.

 

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