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Islamic State what?

Pubblichiamo ampi stralci di un articolo apparso sull’ultimo numero del Weekly Standard con il titolo “The Long War Continues”.

27 Novembre 2015 alle 10:17

Islamic State what?

Quando Petraeus insistette sul fatto che l’Iraq, non l’Afghanistan, fosse il fronte centrale della guerra contro al Qaida, Obama lo contraddisse. Oggi deve contrastare lo Stato islamico – senza Petrae

Pubblichiamo ampi stralci di un articolo apparso sull’ultimo numero del Weekly Standard con il titolo “The Long War Continues”

 

In molti modi, la reazione ai terribili attacchi a Parigi è stata familiare. Ci sono state le espressioni di solidarietà, i fiori alle ambasciate francesi, i cambiamenti degli avatar nei social media. Si sono anche intravisti gli attacchi: descrizioni da far rimescolare le budella per l’orrore improvviso vissuto dai testimoni oculari, video girati con il cellulare che catturavano momenti di caos e carneficina, foto del personale di soccorso che camminava con attenzione fra vetri rotti, abiti strappati, carne umana; infine, più tardi, il ricordo emozionante delle vittime, da parte di amici e parenti, per i quali un normale venerdì era diventato il giorno peggiore della loro vita.

 

E, ovviamente, ci sono state le condanne e le dichiarazioni di ferma determinazione da parte dei leader occidentali: il mondo non può tollerare tali atti barbarici; assieme combatteremo quelli che hanno compiuto questi atti inenarrabili, lavoreremo con la comunità internazionale contro il terrorismo, e così via.

 

Le parole pronunciate dal presidente Obama la notte degli attacchi erano anch’esse familiari. “Faremo tutto ciò che è necessario per lavorare con il popolo francese e con le nazioni del mondo per assicurare questi terroristi alla giustizia, e per dare la caccia a qualsiasi terrorista”. Intese come rassicuranti, queste parole sono suonate vuote. Nessuno si aspettava che gli Stati Uniti guidati da Barack Obama avrebbero davvero “fatto tutto il necessario” per vincere una guerra che il presidente ha a lungo negato. Persino la pronuncia di quelle parole è apparsa superficiale – un uomo che dice quello che ci si aspetta che un presidente dica in un momento del genere, piuttosto che un leader che annuncia una nuova determinazione americana nella lunga guerra contro il jihadismo.

 

Obama ha confermato questo scetticismo nel giro di poco. Tre giorni dopo il massacro di Parigi, mentre il presidente Hollande definiva il massacro “un atto di guerra” e preparava una risposta internazionale su vasta scala, Obama ha tenuto una bizzarra conferenza stampa nella quale ha chiarito che secondo lui nulla era cambiato. Parlando ai giornalisti riuniti ad Antalya, in Turchia, per una riunione del G20, Obama ha detto che, mentre gli attacchi di Parigi potevano essere un “passo indietro” nella sua strategia per combattere lo Stato islamico, non l’avrebbero in ogni caso cambiata. Quando i giornalisti hanno espresso sorpresa per questo continuo perseguire una strategia fallimentare, se l’è presa con loro per aver osato metterlo in discussione. In un momento nel quale ci si aspettava che un presidente americano esprimesse una rabbia giustificata contro chi aveva compiuto gli attacchi e chi aveva permesso loro di compierli, Obama ha invece diretto la sua rabbi contro chi in patria esprimeva preoccupazione per la violenza jihadista. Uno spettacolo penoso, nonché rivelatore.

 

Barack Obama rimane impegnato in una strategia fallimentare contro un nemico a lungo sottovalutato in una guerra per la quale non ha piani vittoriosi. Niente è cambiato. E stavolta, il passato è davvero il prologo. In un’intervista con Abc News il giorno prima che i terroristi dello Stato islamico uccidessero più di 130 persone in multipli attacchi coordinati a Parigi, Obama ha detto a George Stephanopoulos che il gruppo terroristico era stato “contenuto”, in risposta alla domanda diretta posta da Stephanopoulos: “L’Isis sta guadagnando terreno, non è vero?”. “No, non penso che si stiano rafforzando”, ha risposto Obama. “La verità è che fin dall’inizio il nostro obiettivo è stato quello del contenimento, e li abbiamo contenuti. Non hanno guadagnato terreno in Iraq. E in Siria arriveranno e se ne andranno. Ma non c’è una marcia sistematica dello Stato islamico sul territorio. Quello che non siamo stati in grado di fare è la decapitazione completa delle loro strutture di comando e controllo. Abbiamo fatto dei progressi nel cercare di ridurre il flusso dei foreign fighters”.

 

Alcune delle cose dette da Obama erano vere, seppure incomplete: gli Stati Uniti e i loro alleati hanno fatto qualche progresso nel rallentare i movimenti dei foreign fighters, ma così come alcune strade sono state chiuse, altre sono state aperte. E lo Stato islamico ha sofferto per alcune sconfitte militari in Iraq e in Siria. Ma non vi è alcuna indicazione che lo Stato islamico sia a rischio immediato di perdere gran parte del territorio rivendicato nel 2014. E la rete interna del gruppo è cresciuta fino a espandersi in diversi continenti, con i jihadisti fedeli al Califfato che eseguono attacchi terroristici giornalmente ben lontano dalle roccaforti del gruppo in Iraq e Siria. Solo due settimane prima dell’intervista di Obama con Abc News, una “provincia” dello Stato islamico nel Sinai ha fatto esplodere un aereo russo, uccidendo tutte le 224 persone a bordo. E’ stato uno degli attacchi terroristici più devastanti dall’11 settembre. In nessun senso, quindi, lo Stato islamico è “contenuto”. La grande maggioranza dei risultati dell’intelligence americana in materia – quantomeno quella che non è stata riscritta su comando della Casa Bianca – chiarisce che lo Stato islamico è diventato una minaccia significativa per gli Stati Uniti, i suoi interessi, i suoi alleati. La sua espansione nel mondo, il suo notevole arsenale di foreign fighters, e la sua macchina da guerra brutalmente efficace lo rendono una minaccia molto più grave di quanto lo fossero i suoi precursori al momento dell’elezione di Obama.

 

La Senatrice Dianne Feinstein, democratica di alto grado nella Commissione Intelligence del Senato e spesso vicina alla Casa Bianca sulle questioni di sicurezza nazionale, ha offerto una confutazione decisa delle parole di Obama. “Leggo accuratamente i report dell’intelligence. Lo Stato islamico non è stato contenuto. Si sta espandendo”. Obama ha sottostimato la minaccia del movimento jihadista globale fin da prima del suo insediamento come presidente. E ha fuorviato la nazione su questa minaccia per quasi altrettanto tempo.

 



 

Quattro mesi prima di essere eletto presidente, Obama è stato in Iraq per essere aggiornato su una guerra che aveva lungamente opposto. Si è incontrato con il generale David Petraeus, che allora stava cercando di consolidare la coalizione americana e i risultati ottenuti dopo l’aumento di forze americane e la vittoria di Anbar. Quando Petraeus insistette sul fatto che l’Iraq, non l’Afganistan, fosse il fronte centrale della guerra contro al Qaida, Obama lo contraddisse, dicendo che al Qaida in Iraq – l’organizzazione che sarebbe poi cresciuta fino a diventare lo Stato islamico – aveva poche ambizioni e poca influenza al di fuori di tale nazione. Secondo il racconto dell’incontro fatto in “The Endgame: The Inside Story of the Struggle for Iraq, from George W. Bush to Barack Obama”, scritto dal corrispondente del New York Times Michael Gordon e dal generale Bernard E. Trainor, Obama chiese “se al Qaida in Iraq (Aqi) rappresentava una minaccia per gli Stati Uniti”. Disse: “Se Aqi si è trasformata in una specie di mafia, allora non avranno intenzione di far esplodere edifici”. Petraeus indicò un attacco che al Qaida in Iraq aveva tentato a Glasgow, in Scozia, nel 2007, come esempio dell’influenza di Aqi, ed espresse la sua preoccupazione sul “potenziale di Aqi di espansione della sua influenza sulla Siria e sul Libano”. Obama non ne fu colpito. “La leadership di al Qaida non è qui in Iraq. E’ là”, disse Obama, indicando il Pakistan su una mappa.

 

E’ stato uno scambio istruttivo. Obama, eletto senatore per la prima volta, con nessuna esperienza in questioni militari o di intelligence, confutava il generale che aveva respinto un’insurrezione jihadista in Iraq, portando la nazione a un notevole cambio di rotta, e che era la figura di spicco nella guerra al terrore condotta dagli Stati Uniti. Le affermazioni di Petraeus erano basate su anni di esperienza personale alla guida delle truppe americane contro le armate jihadiste in generale, e in modo specifico contro al Qaida in Iraq, ed erano sostenute da montagne di report dell’intelligence sul nemico, i suoi obiettivi, le sue pratiche. Obama pensava però di saperne di più. La sua contestazione non era basata su fatti che contraddicessero Petraeus, o su fatti tout court. Piuttosto, Obama aveva fatto una serie di affermazioni sulla base di una sua convinzione storica, che l’Iraq fosse una “distrazione” dalla guerra al terrore. E quando gli sono state presentate le prove che contraddicevano la sua tesi, Obama le ha semplicemente ignorate, ribadendo la sua opinione. E’ un pattern che si sarebbe ripetuto lungo il corso di tutta la sua presidenza.

 

Guantánamo. Come suo primo atto in carica, il presidente Obama ha ordinato che il centro di detenzione presso Guantánamo Bay, a Cuba, fosse chiuso entro un anno. Ha determinato la data, sapendo ben poco dei 240 detenuti che ancora erano a Cuba nel 2009. L’ordine esecutivo di Obama ha anche creato la Task Force Guantánamo Review, progettata per la revisione dei file dell’intelligence corrispondenti a ogni detenuto. I detenuti erano già stati valutati molte volte, anche dalla Task Force Congiunta Guantánamo (Jtf-Gtmo), che sovrintende la struttura. Gli analisti della Jtf-Gtmo sanno più cose dei detenuti di qualsiasi altra persona nel governo americano. E hanno concluso che circa il 75 per cento dei 240 jihadisti trattenuti a Guantánamo sette anni dopo la sua apertura era un “alto rischio” per gli Stati Uniti e i suoi alleati. L’Amministrazione di George W. Bush si è mossa in modo aggressivo in favore del trasferimento dei detenuti, in particolare durante il secondo mandato. Molti dei trasferiti erano classificati come “basso” o “medio” rischio, ma il dipartimento della Difesa sotto Bush ha iniziato anche a trasferire anche i detenuti ad “alto rischio”. Nel gennaio 2009, il dipartimento della Difesa stimava che 61 dei detenuti che erano stati rilasciati fino a quel momento erano i ritornati al jihad o si sospettava lo avessero fatto. In settembre 2015, la cifra è più che triplicata, arrivando a 196 ex detenuti. Tutti, tranne 12, trasferiti prima dell’inizio del mandato di Obama. Obama ha strenuamente criticato le politiche di trasferimento dell’Amministrazione Bush, sottolineando come circa i due terzi dei detenuti trattenuti a Cuba fossero stati trasferiti prima dell’inizio del suo mandato, e che molti di questi erano ritornati al terrorismo. E invece di imparare dagli errori del suo predecessore, Obama ha pensato bene di ripeterli.

 

[**Video_box_2**]Il rapporto finale stilato dalla task force di Obama, pubblicato nel gennaio 2010, chiarisce come la stragrande maggioranza dei detenuti rimasti fosse stata parte delle armate paramilitari jihadiste nonché delle sue cellule terroristiche. L’ente di revisione di Obama ha stabilito che il 95 per cento dei detenuti ricadeva in quattro categorie, che andavano dai foreign fighters di basso livello ai terroristi che erano “coinvolti nella progettazione di attacchi contro obiettivi americani”. Nessuno dei detenuti rimasti poteva essere classificato come innocente. Invece di ripensare alla sua decisione di chiudere Guantánamo, alla luce degli ovvi rischi, Obama ha continuato con il suo progetto. La sua task force ha approvato il trasferimento di 156 detenuti su 240 detenuti valutati (il 65 per cento), nonostante l’attestazione che quasi tutti fossero stati parte di al Qaida o di reti terroristiche affiliate ai talebani. L’Amministrazione Obama ha trasferito più di 120 detenuti, e se la storia recente è di qualche insegnamento, ancor più di questi si uniranno alla lista dei recidivi del governo americano. Decine dei jihadisti che Obama vuole trasferire erano stati classificati dalla Jtf-Gtmo come ad “alto rischio” per gli Stati Uniti, i suoi interessi, e i suoi alleati. Per ovvie ragioni, il Presidente parla raramente dei pericoli posti dai detenuti. Obama ritiene che sarebbe demagogia politica tenere certi tipi di discorso, ma trova spesso il tempo di criticare la sua nazione per il fatto che imprigiona dei jihadisti. In un discorso agli Archivi Nazionali del maggio 2009, per esempio, Obama ha velocemente riconosciuto che alcuni dei jihadisti di Guantánamo sarebbero stati sottoposti a processo per crimini precedenti, e che ce n’erano altri che “ancora non era possibile perseguire e però rappresentavano un chiaro pericolo per il popolo americano”. Eppure gran parte del suo discorso era dedicato a descrivere Guantánamo come un’onta per l’America. “Non c’è alcun dubbio che Guantánamo rappresenti un passo indietro nell’autorità morale che è la valuta più importante che l’America può spendere nel mondo”, ha detto Obama. Ha anche aggiunto: “Nel frattempo, invece di servire come strumento di antiterrorismo, Guantánamo è diventato un simbolo che ha aiutato al Qaida a reclutare altri terroristi per la sua causa. L’esistenza di Guantánamo in realtà ha creato più terroristi nel mondo di quanti ne abbia detenuti”. Eppure, non esiste alcuna prova a sostegno delle affermazioni di Obama. Guantánamo è menzionato raramente nella propaganda di al Qaida, e non è mai stato un tema dominante per il reclutamento.

 

Mentre mancano prove dell’uso di Guantánamo come strumento di reclutamento, prove della minaccia da parte dei recidivi non mancano affatto. Ex detenuti di Guantánamo hanno servito nelle reti del terrorismo internazionale a ogni livello, da attentatori suicidi a senior strategist a leader. Mullah Zakir, leader senior dei talebani trasferito dall’Amministrazione Bush in Afghanistan nel dicembre 2007, è ritornato velocemente nei ranghi, diventando il leader militare con più potere dei talebani. Zakir era il responsabile della resistenza all’avanzata del presidente Obama nel sud dell’Afganistan, ed è probabilmente responsabile delle morti di decine di marine americani. Un altro ex detenuto, Abdul Hafiz, è tornato fra i terroristi solo poche settimane dopo che l’Amministrazione Obama lo aveva trasferito in Afghanistan nel dicembre del 2009. Hafiz ha assunto il commando di un’unità votata all’inseguimento e alla cattura di lavoratori delle ong, fra le altre cose. Più di 100 fra i recidivi confermati o sospetti, ex detenuti di Guantánamo, rimangono tutt’oggi in fuga.

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