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Chi è il generale americano che deve risvegliare i sunniti contro il Califfato

Sean MacFarland, nominato senza troppe fanfare a fine ottobre comandante di tutte le operazioni contro lo Stato islamico, in Iraq e in Siria, è famoso per aver determinato il “risveglio” di Ramadi, nella regione irachena dell’Anbar, preludio al surge del 2007, voluto dal generale David Petraeus, che cambiò le sorti della guerra d’Iraq.

26 Novembre 2015 alle 06:27

Chi è il generale americano che deve risvegliare i sunniti contro il Califfato

Sean MacFarland

Milano. Chi combatterà lo Stato islamico? Le risposte divergono, la diplomazia internazionale, con il globetrotter François Hollande in tour tra gli Stati Uniti e la Russia passando per l’irrilevante Europa, sta provando a costruire una “coalition of the willing” che possa, al netto degli interessi contrastanti, trovare un terreno comune per combattere le forze del Califfato. “Non è necessario essere d’accordo su tutto per essere d’accordo su qualcosa”, ha scritto ieri sul Financial Times il super realista presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass, invitando a non perdere lo slancio unitario dopo “l’incidente” dell’abbattimento del jet russo da parte dei turchi. Ma quel che accade sul campo è diverso da quel che si racconta nelle cancellerie: ne sa qualcosa il generale Sean MacFarland, nominato senza troppe fanfare a fine ottobre comandante di tutte le operazioni contro lo Stato islamico, in Iraq e in Siria. Un centro di comando congiunto è il primo passo per trasferire sul terreno di guerra l’unità sbiadita dello spirito di “Je suis Paris”, e nei sogni degli esperti che auspicano una collaborazione fattiva con Mosca il comando congiunto dovrebbe coinvolgere anche le Forze armate russe. Ma al momento il generale MacFarland lavora a tutt’altro.

 

Generale a tre stelle, cattolico irlandese dello stato di New York, una voce gentile così poco in sintonia con l’immagine forzuta dei militari americani, Sean MacFarland è famoso per aver determinato il “risveglio” di Ramadi, nella regione irachena dell’Anbar, preludio al surge del 2007, voluto dal generale David Petraeus, che cambiò le sorti della guerra d’Iraq. Assegnato a Ramadi nel maggio del 2006, MacFarland ricevette soltanto un ordine (ma tanta flessibilità per metterlo in pratica): “Aggiusta Ramadi ma non distruggerla. Non fare un’altra Fallujah”. Era la prima volta che l’esercito americano si ritrovava alle prese con una forza non convenzionale in una guerra asimmetrica, termini che ora sono entrati nel linguaggio comune, ma che allora significavano soltanto attacchi continui di al Qaida contro i civili e contro i militari, e non se ne vedeva la fine (scusate se cito ancora e sempre la serie tv “Homeland”, ma nell’ultima puntata si racconta il cambio della guardia alla guida dell’ufficio di Baghdad della Cia nel 2005. Il capo che se ne sta andando spiega al nuovo arrivato che la missione è un incubo, beve whiskey senza sosta, sogna la spiaggia di Saint Lucia con il baretto in cui si bevono “i migliori daiquiri del mondo”, ed è senza speranze: “Non puoi ficcare la democrazia giù a forza nella gola degli iracheni”, dice, sintesi perfetta dell’umore di allora). MacFarland, a capo di una brigata di circa cinquemila marine (“pochissimi”, disse in un’intervista a Usa Today), creò diciotto piccole basi – il termine tecnico è “combat outpost” – attorno e dentro a Ramadi, cercò il sostegno dei leader sunniti locali “pezzo per pezzo”, lo ottenne e così cominciò il risveglio delle popolazioni sunnite contro al Qaida, l’operazione “cuori e menti” che determinò il successo del “surge” militare.

 

Oggi Ramadi è terreno di battaglia tra l’esercito iracheno e lo Stato islamico, e il secondo è più feroce e più invadente. Ma la strategia di MacFarland non è cambiata. Lo ha detto il suo ex capo, nonché ex capo della Cia prima del goffo scandalo amoroso che l’ha travolto, David Petraeus, in un’intervista con Charlie Rose trasmessa lunedì sera dalla Pbs. Bisogna creare una forza che abbia legittimità presso la comunità sunnita dell’Iraq e della Siria, ha spiegato Petraeus, deve esserci una buona ragione, e una buona possibilità di successo, per i locali di ribellarsi allo Stato islamico. Oggi il generale che quasi raddoppiò il contingente militare americano in Iraq con il “surge” sostiene che mandare truppe straniere non è auspicabile – è drammaticamente pessimista, Petraeus, dice che forse la crisi siriana non può essere risolta – perché si rischia di alienare la popolazione locale che già si è sentita tradita dagli occidentali. Bisogna investire sui sunniti, far sì che siano loro a combattere prima di tutto lo Stato islamico. E in questo il ruolo del generale MacFarland è decisivo: a lui spetta il compito di “mettere in piedi l’architettura organizzativa – il comando, il supporto logistico, e le relazioni operative – per combattere lo Stato islamico”. In questa visione l’approccio è chiaro: si risvegliano i sunniti e li si rende in grado di sconfiggere il Califfato – aggiungendo così forze militari e politiche ai peshmerga curdi che non hanno avuto bisogno di alcun risveglio, e combattono dal primo giorno.

 

La tesi di Petraeus non è condivisa da tutti, anzi. Il partito dei “boots on the ground” cresce al crescere della pericolosità dello Stato islamico, anche se non c’è alcun commitment politico esplicito a una strategia di questo tipo (non di chi è al potere almeno). Ma al di là degli scenari possibili, il problema è anche un altro: come si possono unire le forze con i russi – e quindi con gli iraniani e con Hezbollah, oltre che con i siriani di regime – nel creare una forza “legittima” a guida sunnita? In questo caso, l’inconciliabilità tra i vari player di questa guerra mondiale non dichiarata è assoluta. Come dimostra la crisi in corso tra Ankara e Mosca dopo l’abbattimento del jet russo da parte delle forze turche, la lotta allo Stato islamico può non essere un collante sufficiente per una coalizione con obiettivi tanto diversi.

 

[**Video_box_2**]Gli americani sul campo stanno cercando di far funzionare il “peeling off” che permette di trovare, tra le tante infiltrazioni jihadiste, un gruppo di sunniti – dicono “moderati”, ma in realtà devono essere pronti a usare una forza molto poco moderata – in grado di ostacolare l’avanzata dello Stato islamico. I russi mandano avanti le forze sciite per ostacolare l’avanzata dello Stato islamico, ma anche per conquistare territorio sunnita. E’ difficile intravvedere un terreno comune in strategie tanto differenti, nonostante lo sforzo diplomatico sfoggiato da Hollande. E lo Stato islamico intanto colpisce entrambi i fronti: tira giù un aereo carico di famiglie russe con una sofisticata bomba in lattina, organizza missioni suicide in medio oriente e in Europa, e con tutto il disprezzo possibile chiama i ribelli siriani “Sahwah allies of America”. “Sahwah” in arabo vuol dire “risveglio”.

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