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Baghdadi mi ha dato Sirte

Inchiesta in Libia per capire chi è il capo dello Stato islamico che comanda davanti alla nostra costa e controlla la città più importante in caso di operazioni militari. Gli specialisti dei media dell'Is nascondono nei video il viso di Hassan al Karamy, ma la sua stazza è inconfondibile.

25 Novembre 2015 alle 06:17

Baghdadi mi ha dato Sirte

Sopra, il capo ideologico dello Stato islamico a Sirte, Hassan al Karamy, in un video del 16 marzo (foto Daniele Raineri)

Le fonti

Per ottenere informazioni sui capi dello Stato islamico in Libia ci sono alcune strade possibili e una passa per un magazzino nella zona ovest di Misurata, che è l’ultima città prima di entrare nel territorio controllato degli estremisti. Si tratta di un hangar un po’ defilato nel quartiere al Jazira dietro a un cimitero di carri armati in disuso, e davanti alle porte scorrevoli si mettono in fila i libici che hanno appena lasciato case e lavori a Sirte, la capitale dello Stato islamico nel nord dell’Africa. Secondo una lista con timbro del 26 ottobre presa negli uffici del comune, mille e tredici famiglie sono fuggite e sono arrivate qui perché non possono convivere con la presenza dei fanatici, anche se dal punto di vista tecnico in molti casi non sono rifugiati, qualcuno ancora va e viene dalla città, torna nelle case e porta indietro a voce le notizie. E’ un incarico apprezzato, perché lo Stato islamico ha abbattuto le antenne dei ripetitori a Sirte dopo una rivolta ad agosto e chi è rimasto non può usare i telefonini e internet, al mondo di fuori arrivano soltanto i messaggi di propaganda del gruppo, circa uno ogni due settimane. Misurata ha assorbito nelle case e negli appartamenti tutti quelli che sono fuggiti e trovare altrettanti cittadini di Sirte assieme in un altro posto sarebbe arduo, perché in Libia non ci sono grandi campi profughi. Per ricevere gli aiuti impilati dentro il magazzino – latte in polvere, farina, olio, datteri – i rifugiati si identificano, ma per evitare rappresaglie in questo articolo non sono indicati con il nome e il cognome, e soltanto come contributori di un racconto collettivo;  c’è la certezza che tutti fino a poco tempo fa erano laggiù e hanno assistito alla progressiva conquista della città da parte dello Stato islamico. Ora si fermano a rispondere ai giornalisti.

 

Altre informazioni sui capi dello Stato islamico in Libia sono ottenute in due appuntamenti con due ufficiali militari locali che hanno incarichi nell’intelligence a Misurata (che funziona come una città stato), uno si chiama Ismail Shukri ed è citato talvolta come portavoce di Fajir Libia, l’Alba della Libia, che – detto per approssimazione – è l’esercito del governo di Tripoli. L’altro preferisce non vedere pubblicato il suo nome. I due dirigenti fissano gli appuntamenti in due posti che non sono il comando di Misurata, un edificio protetto da un cancello di metallo e muri con filo spinato, e anzi se ne tengono lontani per diversificare la routine giornaliera. La notte dell’8 luglio un ufficiale è stato ucciso da una bomba piazzata nella sua macchina da qualcuno che l’ha seguito mentre era andato a pregare in moschea e aveva prima eluso la sorveglianza di una telecamera posizionata lì vicino. Oggi in una delle strade più grandi di Misurata, via Bengasi, dove c’è la moschea della bomba, si legge scritto a vernice nera sui muri: “Via martire Tahir al Waish”, il nome dell’ufficiale assassinato. Quello che ciascuna fonte ha detto al Foglio è stato incrociato il più possibile con le altre testimonianze, ma c’è da considerare che la confusione domina sovrana in Libia.

 

 

Una silhouette inconfondibile

Il capo dello Stato islamico a Sirte si chiama Hassan al Karamy ed è libico. Il gruppo che vuole un Califfato in teoria si vanta di azzerare i confini nazionali dei paesi arabi, retaggio del colonialismo e della repressione occidentale (perché gli stati non esistono: esiste piuttosto e soltanto il califfato, suddiviso in tutte le sue province) e quindi non avrebbe senso nominare il fatto che al Karamy è libico. Però in pratica preferiscono nominare capi locali, perché sanno che in questa fase di conquista è meglio assegnare un leader indigeno a una nuova provincia, un libico ai libici, un egiziano agli egiziani e così via, se non altro per evitare lo choc culturale di vedersi sottomessi a forze del tutto straniere. Hassan al Karamy ha una caratteristica, è corpulento (eufemismo) e spicca per la sua mole in tutti i video e le fotografie di propaganda, fin dalle prime postate su Internet a gennaio. Gli uomini dell’ufficio media dello Stato islamico appongono una pecetta digitale sul suo viso, ma la sua stazza non dà possibilità di errori. Al Karamy non è un leader militare, incarico affidato ad altri, è invece un khatib carismatico, un predicatore, quindi è autore e oratore della khutba, il sermone del venerdì che a Sirte  e dintorni serve da manifesto ideologico e da comunicato politico per gli adepti libici dello Stato islamico. Una fonte lo definisce proprio così: “Un commissario politico”. Abitanti di Sirte confermano al Foglio che il video della decapitazione di ventuno copti egiziani, uscito a metà febbraio, è stato filmato su una spiaggia della città e quindi è verosimile che al Karamy sia tra i mandanti di quel messaggio che si concludeva con un coltello puntato per aria in direzione dell’Italia e con una minaccia a Roma. In quanto shari’i, ovvero leader investito di ogni questione religiosa, Karamy ha un posto più alto nella catena di comando rispetto ai comandanti militari, ma sta sotto al capo di tutto lo Stato islamico in Libia, che si fa chiamare Abu Mughira al Qahtani e di cui non si sa nulla – soltanto che esiste e ha questo suffisso, Qahtani, che potrebbe essere saudita.

 

 

Gli incontri per negoziare

Delegati di Misurata, tra loro anche l’intelligence militare, hanno incontrato al Karamy in almeno due occasioni, a febbraio e a marzo, nel centro congressi Ougadougou, un complesso di cinque ettari sovrastato da una cupola in rame e voluto da Gheddafi al centro di Sirte. La prima volta hanno chiesto conto del video che mostra l’uccisione dei ventuno copti. Karamy ha risposto: “Non siamo stati noi”, che è una bugia dal punto di vista ideologico ma potrebbe essere una dissimulazione rozza dal punti di vista materiale, perché secondo il Pentagono il massacro è stato compiuto da un altro leader, un iracheno di nome Abu Nabil al Anbari. La seconda volta i delegati di Misurata hanno incontrato al Karamy per chiedere conto dell’occupazione da parte dello Stato islamico degli uffici locali della radio a Sirte, ma poi non è successo nulla. Queste cose sono raccontate come fatti cui non dare troppa pubblicità ma inevitabili, come accade anche altrove nei territori di confine vicino allo Stato islamico, in Iraq e in Siria. Ci si incontra, si negozia uno scambio di prigionieri o la condivisione di una stessa centrale elettrica. Lo Stato islamico è il male assoluto nelle discussioni occidentali ma qui – per ora – tocca fare i conti con la sua presenza, in attesa di un regolamento di conti armato fra vicini che tutti dicono inevitabile.

 

 

Una famiglia di gerarchi di Gheddafi

Hassan al Karamy è di Bengasi e ha un cugino più grande, Ismail al Karamy, 55 anni, che nella capitale Tripoli era un pezzo grosso delle forze di sicurezza del colonnello Gheddafi e dirigeva l’ufficio antidroga, l’equivalente libico della Dea americana, prima di essere catturato nel 2011. Ismail è ora in carcere a Misurata – e si vedrà che è un dettaglio importante –  e sta per essere rilasciato. L’ufficiale ha un fratello, Nuri, che era un capo delle Guardie della rivoluzione (libica) a Misurata, quindi un altro uomo che contava all’interno delle forze di sicurezza del Colonnello. Un altro parente è Jamal, ex comandante della polizia a Sirte, anche se il grado di vicinanza è rimasto incerto. Quel che è certo è che Karamy ha un pedigree gaddafista, anche se nei suoi sermoni dice che i nostalgici di Gheddafi sono tutti sempre e comunque “murtaddin”, apostati, e quindi meritano la morte – sorte da condividere con chi combatte in nome del governo di Tripoli e con chi segue il generale Khalifa Haftar a Tobruk, in pratica con una maggioranza di libici. La situazione con il regime crollato ricorda un po’ quella dell’Iraq, dove molti ufficiali di Saddam Hussein sono rispuntati come capi dello Stato islamico, il che ha portato a qualche esagerazione come definire il gruppo di al Baghdadi una mera prosecuzione del partito Baath iracheno con altri mezzi, nel caso specifico quelli del jihad.

 

In realtà, con i gaddafisti, quindi con i nostalgici del colonnello Gheddafi che ancora non si sono ripresi dalla sua morte a Sirte nel 2011 e che sognano una restaurazione autoritaria, lo Stato islamico di Sirte fa un doppio gioco di simpatia e di collaborazione. E’ un’alleanza tra outcast, tra emarginati. Lo Stato islamico è sempre abilissimo a prendere le parti di una fazione impegnata in un conflitto e a sfruttare questa partigianeria. Lo ha fatto con i sunniti contro gli sciiti in Iraq, lo ha fatto con i ribelli siriani contro il presidente Bashar el Assad, lo sta facendo ora con i “felool” libici contro i rivoluzionari (felool è un termine preso in prestito dall’Egitto, indica i nostalgici del regime di Hosni Mubarak che dopo un periodo di umiliazione cocente oggi sono tornati in auge grazie all’ascesa del presidente Abdul Fattah al Sisi).

 

In Libia i baghdadisti fanno lega con il gruppo più emarginato e che ha poco da perdere, i gaddafisti – e questa è una nozione che tutti, a Misurata, tengono a sottolineare perché li fa brillare di una nuova luce, loro che hanno ucciso Gheddafi. Il Colonnello libico diceva che senza di lui i jihadisti avrebbero preso il paese, i baghdadisti oggi lanciano le scomuniche contro i suoi seguaci, ma poi, dal punto di vista materiale e dovendo fare i conti con molti nemici, c’è questa prossimità sotterranea. Lo Stato islamico ha permesso loro di festeggiare in strada il quarantaseiesimo anniversario della Rivoluzione verde di Gheddafi e al Karamy ha anche chiesto la liberazione dal carcere del cugino Ismail in cambio della restituzione di alcuni ostaggi. Si dice che sia stato fatto con poca convinzione, forse come provocazione contro Misurata, città martire della rivolta contro il regime.

 

 

Passaggio in Iraq

Hassan al Karamy è nato nel 1986 e secondo alcune fonti nel 2006 e 2007, a vent’anni, è andato a combattere in Iraq. A quell’epoca l’insurrezione irachena contro la presenza americana era ormai dominata dagli estremisti. E’ plausibile che il giovane combattente libico al Karamy sia entrato in contatto con il gruppo del leader dei combattenti stranieri in Iraq, Abu Musab al Zarqawi, che poi nell’ottobre 2006 è diventato lo Stato islamico (come lo conosciamo oggi, soltanto che a quel tempo si faceva chiamare: Stato islamico in Iraq, e i giornali per andare spicci lo chiamavano: al Qaida in Iraq). Dopo la morte di Zarqawi sotto le bombe di due aerei F-16 americani, lo Stato islamico entrò in una fase ancora più cruda dal punto di vista degli attacchi e dell’ideologia. Hassan il libico fu ferito alla mano destra e subì un danno permanente ma non visibile – oggi se si guardano i video e le foto non la muove con disinvoltura, a volte la tiene in tasca durante i sermoni. Altre raccontano che è tornato in Iraq o in Siria dopo essere stato liberato da Abu Salim, la prigione in cui il governo libico rinchiudeva anche gli islamisti. Difficile non vedere che sulla testa sfoggia il pakol, quel cappello di lana di tradizione afghana che è diventato una specie di segno di distinzione per i jihadisti che hanno combattuto all’estero – un tempo in Afghanistan, poi è stato adottato in Siria, infine è apparso in Iraq, ora anche in Libia. I registri del carcere di Abu Salim oggi risultano inaccessibili (ma la notizia della sua prigionia è comparsa anche su Reuters). Una fonte del ministero della Difesa di Tripoli nega e dice che al Karamy è troppo giovane per avere partecipato a qualsiasi attività legata al jihad negli anni prima del 2011. Dopo la rivolta a Sirte, gli uomini di Karamy hanno occupato una moschea rivale e l’hanno ribattezzata: moschea Abu Musab al Zarqawi, ma non dimostra nulla.

 

Se le prime fonti hanno ragione, Karamy ha avuto la possibilità di entrare in contatto con i leader del gruppo e per questo gli è stato affidato, assieme ad altri, il progetto di esportare lo Stato islamico in Libia. Questa forma di contatto sembra necessaria allo scopo: per esempio, l’egiziano che rivendica l’abbattimento dell’aereo passeggeri russo nel Sinai, Abu Osama al Masri, è andato in Siria nell’ottobre 2014 per prendere accordi e dichiarare l’adesione del suo gruppo di jihadisti allo Stato islamico (avvenne un mese dopo, nel novembre 2014). Insomma, se un contatto personale con Abu Bakr al Baghdadi o altri leader di alto livello è necessario a fondare una filiale dello Stato islamico, Hassan al Karamy potrebbe avere le carte in regola. Oppure tutta l’espansione è passata per l’iracheno al Anbari, che dieci anni fa fu compagno di carcere di Al Baghdadi. Per saperlo ci vorrebbe un livello di trasparenza per quanto attiene la storia libica dell’ultimo anno che per ora è soltanto un’illusione.

 

Al Karamy ha meno di trent’anni, come altri leader dello Stato islamico, e varrebbe la pena investigare se tra i motivi di fascino che il gruppo islamista esercita sui giovani arabi c’è anche questo, la possibilità di diventare qualcuno, partendo dall’anonimato della nullità. Un qualcuno terribile, associato a una ideologia crudele e disprezzata, ma comunque qualcuno.

 


 

 


 

Incontrarsi per strada

Il 10 ottobre 2013 Karamy appare in un’intervista tv durante una manifestazione in piazza del gruppo islamista Ansar al Sharia. Parla a volto scoperto, grazie a quell’ambiguità che circonda Ansar al Sharia, che in Libia a volte è un gruppo tra i tanti di musulmani desiderosi di combattere e altre volte è l’incubatore dello Stato islamico. L’intervista tv di Karamy è un episodio che – assieme alla sagoma pesante – oggi fa chiedere perché mai gli coprano ancora il volto nei video. Persino il suo nome di guerra, “Sceicco Abu Muawiya il libico”, è durato poco ed è snobbato dai suoi uomini, che su twitter lo chiamano con disinvoltura Hassan al Karamy. Questa è una maledizione della Libia, un paese che non arriva ai cinque milioni e mezzo di abitanti – molti meno del Cairo, per esempio – dove tutti conoscono tutti anche più del solito.

 

Hassan al Karamy comincia a predicare nelle moschee di Sirte durante il Ramadan 2014, quando la città non è ancora sotto il controllo dello Stato islamico, che anzi, ancora non esiste in Libia: il suo arrivo in Libia fu dichiarato in via ufficiale nel novembre 2014, ma gli adepti si muovono secondo piani che hanno orizzonti eterni e quindi erano già da tempo, con discrezione, al lavoro. Karamy sale sul pulpito secondo quello schema dello Stato islamico per cui l’autorità e la competenza necessarie a predicare e comandare vengono dall’autoinvestitura. “Lo facciamo perché nessuno ci si può opporre”. All’epoca parlava con la gente del posto, vi si mescolava e si muoveva senza alcuna guardia del corpo. Oggi parla quasi sempre soltanto con gente dello Stato islamico e si muove circondato da guardie del corpo – alcune non libiche – anche se a volte fa ancora cose normali: da poco è stato visto arrivare in pubblico a un banchetto di matrimonio, a Sirte. Però indossava una cintura esplosiva.

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