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C’è chi dice no, alle scuse sull’Iraq

L’ex premier spagnolo Aznar schiva l’effetto Blair e rivendica la guerra in Iraq: la Spagna è uscita vincitrice. Il perché dell’atlantismo, della difesa della democrazia e del sostegno senza se e senza ma a Israele

3 Novembre 2015 alle 10:44

C’è chi dice no, alle scuse sull’Iraq

Jose Maria Aznar, ex capo del governo spagnolo (foto LaPresse)

A pochi giorni dalle “scuse” dell’ex premier britannico Tony Blair per gli errori compiuti durante l’invasione militare dell’Iraq nel 2003, viene pubblicata in Spagna una lunga lettera dell’ex capo del governo spagnolo José María Aznar (1996-2004). Membro del cosiddetto “trio delle Azzorre” – composto dallo stesso Aznar, Blair e George W. Bush e che nel 2003 lanciò l’ultimatum per il disarmo a Saddam Hussein – l’ex premier iberico  scrive oggi che “la Spagna è uscita vincitrice” dalla guerra in Iraq. “E non solo la Spagna”. La lettera, indirizzata all’attuale ministro degli Esteri José Manuel García Margallo e datata 12 agosto 2015, è stata pubblicata nell’epistolario di quest’ultimo, “Todos los cielos conducen a España. Cartas desde un avión”, uscito in Spagna la settimana scorsa. Ne pubblichiamo ampi stralci.

 

La politica estera è uno specchio nel quale si riflette l’immagine che un paese ha di se stesso. Nello specchio della Spagna io ho sempre visto il profilo liberale, energico, accogliente di una nazione atlantica. La nostra sfida come spagnoli consisteva nel dimostrare al resto dell’Europa e al mondo in generale che volevamo e potevamo essere seduti al tavolo in cui si prendono le decisioni importanti. Vale a dire, che la Spagna è una nazione forte e affidabile su cui si può contare. Penso che sia giusto dire che ce l’abbiamo fatta. Quando un paese ottiene forza politica ed economica, acquisisce opportunità ma al tempo stesso responsabilità. Questo è successo alla Spagna negli ultimi anni, che inoltre sono coincisi con l’inizio di una nuova epoca storica: quella che si è aperta nel mondo dopo gli attentati dell’undici settembre. L’attacco selvaggio di al Qaida al cuore finanziario e militare degli Stati Uniti ha segnato un punto di flessione nelle relazioni internazionali e nell’attitudine dell’occidente nei confronti del terrorismo. E questo ha aperto alla Spagna due opportunità: quella di riaffermare la sua relazione con la prima potenza economica e politica mondiale e quella di ottenere solidarietà e appoggio nella lotta contro il principale nemico della democrazia spagnola, il terrorismo dell’Eta. Questa opportunità ha portato con sé anche una responsabilità inedita fino ad allora. Noi abbiamo fatto del rafforzamento della relazione con gli Stati Uniti una priorità fin dal nostro arrivo al governo. Per convinzione atlantista, perché conveniva strategicamente al paese e per un sentimento elementare di reciprocità politica: non si può chiedere aiuto a un amico e poi, quando questo stesso amico ha bisogno di te, negarsi. Per questo abbiamo appoggiato le prime iniziative del presidente Clinton contro Saddam Hussein. Per questo abbiamo appoggiato la lotta contro i talebani in Afghanistan. Per questo abbiamo appoggiato l’operazione guidata dal presidente Bush in Iraq. All’interno del paese, nella dialettica politica spagnola, il risultato fu una recrudescenza degli attacchi della sinistra. Ma nonostante questo, in termini di influenza e di appoggio internazionale ai nostri obiettivi la Spagna è uscita vincitrice. E non solo la Spagna.

 

Il mondo attuale sta vivendo un periodo di profonda confusione. Da un lato il sogno di un ordine liberale, prospero e pacifico è andato svanendo con la continua apparizione di paesi e gruppi che usano l’autoritarismo e la violenza per raggiungere i loro fini. Dall’altro, l’incapacità di ottenere vittorie decisive nelle guerre degli ultimi anni, unita al pessimismo generato per la crisi economica, ha accelerato la percezione di un occidente in crisi irrefrenabile. L’ordine internazionale in cui la Spagna era riuscita a incardinarsi si sta sfaldando in maniera irreversibile, proprio quando dalla retroguardia siamo passati in prima linea contro gruppi e problemi che ci pongono sfide esistenziali, dal Califfato all’emigrazione di massa. L’America di Obama è impegnata in un processo di ritirata strategica dai suoi impegni globali, sia perché ritiene che in alcune zone non sia più necessaria la sua presenza, come in Europa, sia perché vuole ignorare i problemi di alcune regioni, come il medio oriente. Questa tendenza al disengagement non sparirà nel futuro prossimo. Il ruolo degli alleati si è modificato ed è molto più strumentale e volatile. Obama ha fatto sua la frase di Lord Palmerston riferita alla Gran Bretagna, e oggi gli Stati Uniti non hanno amici o nemici permanenti, solo interessi.

 

[**Video_box_2**]Il successo, l’espansione e il consolidamento dello Stato islamico e la fondazione del Califfato nel giugno 2014 sono fattori che, per quanto ci sembrino incomprensibili, stanno alterando la dinamica di tutta la regione e ancora oltre. Lo stabilimento di una coalizione internazionale da parte degli Stati Uniti e di una campagna militare che si estenda fino alla fine del 2017 è un esercizio di minimalismo strategico che non solo pone in pericolo la vittoria sullo Stato islamico, ma aumenta i rischi di terrorismo jihadista sul nostro suolo. La Spagna deve saper identificare i suoi veri amici e i suoi nemici, presenti o in potenza. Un’espressione di questo imperativo di costruzione di alleanze democratiche è il ruolo che dobbiamo attribuire a Israele come alleato e la necessità di fortificare una relazione che risulta insostituibile per affrontare l’islamismo. Le democrazie non vivono il loro momento più esaltante, ma non c’è alternativa migliore. E se non si difendono, nessun altro lo farà al posto loro.

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