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I wanna be a Macron man

“Benvenuto Macron! E viva Macron 2, viva Macron 3!”. Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha celebrato il ministro dell’Economia francese, il quasi trentottenne Emmanuel Macron, in un’intervista su Les Echos.

30 Settembre 2015 alle 10:35

I wanna be a Macron man

Emmanuel Macron è il ministro dell'Economia francese. Ex banchiere, ha fatto approvare un pacchetto di leggi per le liberalizzazioni che porta il suo nome (foto LaPresse)

Milano. “Benvenuto Macron! E viva Macron 2, viva Macron 3!”. Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha celebrato il ministro dell’Economia francese, il quasi trentottenne Emmanuel Macron, in un’intervista su Les Echos: “La Francia ha bisogno di tante riforme – ha dichiarato – E quindi ha bisogno di tante leggi Macron”. Dieci, cento, mille di questo Macron, allora, lo dice persino la dama del Fmi. Invece no. Alla sinistra francese (e anche a quella europea) un Macron basta e avanza. Ogni giorno i media della gauche cosiddetta tradizionale non perdono occasione per rimarcare il fatto che il bel ministro “uberliberista” non c’entra nulla con la storia della sinistra francese, forse non c’entra nulla con la Francia stessa, così ancorata ai propri schemi di formazione e di leadership da non poter tollerare uno spregiudicato ex banchiere mai eletto seduto lì, a Bercy, laddove si decide che identità economica – e quindi culturale e politica e sociale – vuole avere il paese.

 

Più gli dici che non c’entra nulla con la sinistra, più Macron sottolinea che sono gli altri, la maggioranza retrò, a non rappresentare più l’anima del Partito socialista, e più in generale del progressismo. Se il suo capo, il primo ministro Manuel Valls, ripete che sarebbe necessario cambiare il nome al Ps, che quell’aggettivo, “socialista”, è ormai al di fuori della storia, Macron ribadisce che la sinistra o è liberale o non è. Non spetta a lui, insomma, rivendicare il suo essere di sinistra né ricordare di essere iscritto al partito da quando aveva 24 anni, mentre tutti lo guardano e lo vorrebbero spintonare via: ma cosa ci fai tu qui, tu sei di destra! Spetta agli altri giustificarsi, a quelli che si sono reinnamorati dell’anticapitalismo e riempiono le copertine dei giornali con i loro slogan criptocomunisti (lo vedete anche voi l’immaginario da pre caduta del Muro che spunta da ogni parte? Lo sentite il responsabile dell’economia del Labour britannico che urla gioioso da un palco: “Marx è tornato di moda”?). Macron li definisce gli “archéo-keynésiens” – in questa categoria ricadono più o meno tutte le star della sinistra radicale, dal villoso Thomas Piketty al pomposo Jospeh Stiglitz al prezzemolino Yanis Varoufakis – e sostiene che siano loro i traditori del genuino slancio progressista che ha caratterizzato gli ultimi due decenni della storia politica di sinistra.

 

All’inizio Macron non si occupava delle definizioni: arrivato a Bercy poco più di un anno fa, al posto del suo “nemico ideologico” Arnaud Montebourg che ora guida la fronda interna al Ps contro di lui, il ministro si è sempre fatto un vanto di essere più un tecnico che un politico, un secchione che ha fatto carriera nel mondo della finanza, con una passione per la cosa pubblica che lo ha portato a palazzo, più simile a un consigliere che non deve sporcarsi le mani con il consenso che a un leader di partito. Puntualizzava, certo, la sua formazione, ma sempre con fare superiore, ricordando di essere cresciuto con una nonna che gli parlava della necessità di una “sinistra concreta”, si produce e si distribuisce, “simplement” (se la tira, il ragazzo: chi lo ha visto da vicino dice che Macron sa dosare il suo charme con arte studiata, ed è orgogliosamente consapevole del fatto che buona parte della sua riconoscibilità nel grande pubblico, per così dire, dipende dal suo essere figo). “Appartengo a una generazione che non è prigioniera dei dogmi – aveva detto appena nominato al Nouvel Observateur – Essere di sinistra vuol dire essere efficaci per sbloccare quel che paralizza l’economia. Stare sul fronte, lottare per difendere le aziende, l’artigianato, l’economia sociale e solidale”. Poco dopo Macron aggiunse un’altra frase definitiva sull’identità della gauche, era una mezza battuta che in realtà andrebbe scritta sulle magliette: “Non è vietato essere di sinistra e di buon senso”, e da lì ogni dichiarazione del ministro è diventata un pretesto per accusarlo di essere una quinta colonna della destra (che in Francia è poco liberale anch’essa, a dire la verità, ma questa è un’altra storia) pronta a distruggere il glorioso Partito socialista al potere.

 

Da quel momento Macron ha smesso di cercare l’amore del suo partito e si è messo al lavoro, certo che se la Francia dovesse mai ripartire davvero, almeno un po’ di riconoscenza gli sarà garantita. Si è così trasformato nel “ministre de tout”, come dicono i suoi detrattori, che rimarcano con insistenza il fatto che Macron è un individualista, non conosce il rispetto delle competenze degli altri e vuole metter bocca su tutto quel che riguarda la crescita e la stabilità futura della Francia. Si dice che il primo consiglio dato alla neoministra del Lavoro, Myriam El Khomri, da parte di alcuni funzionari di Bercy sia stato: “Marca il tuo territorio con Macron”. Si dice anche che Michel Sapin, che condivide con Macron il ministero dell’Economia (hanno deleghe differenti, ma con il tempo i confini sono diventati labili e i dispetti sono aumentati), sia “psicologicamente esausto”, come ha scritto Libération: “Se chiedi a Sapin come va – racconta una fonte anonima al quotidiano – ti risponde sempre: ‘Macron è un imbecille’” (Sapin ha ovviamente smentito). Il clima attorno al ministro francese non è conciliante, al punto che Valls, giovedì scorso, invitato alla trasmissione “Des Paroles et des Actes” su France2, ha ridimensionato le ultime dichiarazioni di Macron sui funzionari pubblici che hanno scatenato l’ultima querelle sul ministro. Macron aveva dichiarato che la pretesa di avere un lavoro per tutta la vita “non è più adeguata” ai tempi, attirandosi l’ira di tutto il settore pubblico. Valls ha spiegato che si tratta di una questione importante che deve essere affrontata, ma che Macron non intendeva affatto offendere i lavoratori pubblici né minacciarli di licenziamento, e quando il conduttore gli ha detto che no, in effetti Macron aveva offeso tutti, il premier ha chiesto direttamente al ministro seduto nel pubblico: “Emmanuel, hai fatto veramente questo?”. Il bel ministro ha sorriso, l’ironia ha prevalso, la tempesta è passata, Valls ha aggiunto: “Preferisco avere persone competenti con una forte personalità nel mio governo”.

 

Ma l’endorsement di Valls, si sa, non vuol dire niente: anche il primo ministro è sospettato di essere uno di destra, il povero François Hollande in cerca di una svolta social-democratica come il suo mentore storico Mitterrand deve essersi fatto fregare. All’ultimo congresso del Partito socialista di fine estate, molti hanno chiesto la testa di Macron, considerandolo il simbolo di quel liberalismo e di quel riformismo capitalista che impoverisce e crea diseguaglianze. Ma lui pare non prendersela granché: continua indefesso la sua battaglia liberale, che è ancora lontana dall’ottenere vittorie concrete, ma che con le parole – e con le idee – va forte. Al momento il grande progetto per la crescita e la liberalizzazione che si chiama “loi Macron” (in molti salotti parigini, se soltanto menzioni la famigerata legge, partono discussioni infinite sull’inadeguatezza delle misure liberalizzatrici, del ministro e delle sue idee, che solitamente finiscono con: “Non l’ha mai votato nessuno!”, arma finale per chiudere ogni conversazione) è entrato in vigore con molti emendamenti – e alcune censure del Conseil constitutionnel. Per superare il voto dell’Assemblea nazionale, il governo ha dovuto utilizzare per due volte uno strumento previsto dalla Costituzione ma usato di rado che di fatto impone ai parlamentari il passaggio della legge. I negozi potranno restare aperti la domenica e con orari notturni con una certa flessibilità e a discrezione dei negozianti, l’accesso alle libere professioni come notai e avvocati è diventato più facile, i trasporti sono stati liberalizzati, così come sono stati introdotti meccanismi di flessibilità e di trasparenza nel sistema finanziario. Il pacchetto è notevolmente ridimensionato rispetto alla proposta iniziale – che risale al dicembre del 2014 – e molti liberali sostengono che il ministro Macron è pieno di buone intenzioni ma non riesce a concretizzare quasi nulla. Lui si difende dicendo che il processo di snellimento della burocrazia e di “creazione di opportunità” è iniziato, che la strada da percorrere è ancora lunga, ma che almeno un piccolo scossone a un sistema paralizzato è stato dato. Lo dimostra il fatto che la sinistra radicale è inviperita, dice che di leggi Macron non ce ne saranno mai più, che la guerra è aperta, e il governo non potrà muoversi soltanto con passo dittatoriale, dovrà prima o poi affrontare il fatto che il liberalismo non soltanto non è di sinistra ma forse non è nemmeno francese.

 

[**Video_box_2**]Alle minacce Macron solitamente risponde trovando altri bersagli. E’ presumibile che lo faccia apposta: tutto quel che per la sinistra radicale è intoccabile diventa per il ministro un elemento da dissacrare. E’ stato coniato anche un termine per definire le sue dichiarazioni, non esattamente simpatizzante: “macronades”, e si dice che ormai all’Eliseo sia stato creato uno staff dedicato a contenere gli effetti devastanti delle macronades. Che non finiscono mai. I funzionari pubblici, come si è detto, sono stati gli ultimi target del ministro, ma è con le 35 ore che Macron sta facendo impazzire la sinistra e i suoi datori di lavoro: il ministro vorrebbe infrangere questo tabù della sinistra francese – “La sinistra ha creduto un tempo che la Francia potesse stare meglio lavorando di meno. Erano delle idee false” – ma per ora il tema è intoccabile persino per il suo capo Valls (Hollande non affronta nemmeno l’argomento, ha una memoria storica ben più lunga del giovinetto a Bercy e sa che non potrà mai rivincere le elezioni se mette mano al meccanismo delle 35 ore). Per smarcarsi dall’onda antieuropeista che ha colto la sinistra radicale come già colse la destra populista, Macron ha intrapreso una campagna a favore delle riforme in Europa, di una unione monetaria e fiscale che sia davvero funzionante e coesa e non la somma di interessi economici nazionali – somma che non dà mai un risultato corretto. “Se non si muove qualcosa, la zona Euro tra dieci anni non esisterà più”, ha detto domenica il ministro durante il festival del quotidiano Le Monde (lo stesso festival in cui ha ribadito che il liberalismo è un valore di sinistra): è stato subito accusato di essere un apocalittico, mentre stava in realtà dicendo che ci vuole un cambiamento per poter sopravvivere, citando quell’ideologia del cambiamento che, sulla bocca di un Obama, per dire, va da anni fortissimo.

 

Ancora adesso però, dopo tante “macronades”, i rappresentanti della fronda antiliberale ricordano una frase pronunciata nel gennaio scorso e la ripetono con una certa apprensione, perché per loro segna il momento in cui la guerra interna alla sinistra è stata ufficialmente dichiarata. Fu quando Macron disse, tornando da un viaggio negli Stati Uniti (è anche atlantista!), che i giovani francesi “dovrebbero avere voglia di diventare miliardari”. Sdoganare il merito e la ricchezza in un colpo solo, mentre attorno prevale soltanto il piagnisteo sulla diseguaglianza, soltanto a un ministro visionario può venire in mente.

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