Il punto debole di Xi Jinping

Dallo "shoot first" alla strategia della reazione. Così la crisi in Cina mostra che il mito della competenza assoluta della tecnocrazia comunista ormai è tramontato.

25 Agosto 2015 alle 14:25

Il punto debole di Xi Jinping

Foto LaPresse

Nel 2008, mentre la crisi finanziaria infuriava, la leadership cinese coniò la strategia del “whatever it takes” anni prima del celebre e simile annuncio del presidente della Bce Mario Draghi. I leader del Partito comunista presero misure straordinarie e di enormi proporzioni per mantenere alto il livello di crescita, con piglio decisionista e un chiaro elenco delle priorità. La parola chiave era: “shoot first”, colpisci prima. Non lasciare che la crisi ti travolga, risolvi i problemi prima ancora che questi si presentino. Pechino annunciò un pacchetto di stimolo che valeva il 16 per cento del pil annuale del paese, e una serie di misure aggressive e audaci per stabilizzare l’economia. Mentre le economie di America ed Europa si inabissavano, la Cina manteneva tra il 2008 e il 2009 un tasso di crescita del pil superiore al 9 per cento, e i commentatori elogiavano la “disciplina”  cinese che era riuscita a salvare il paese dalla crisi.

 

In seguito il racconto roseo della Cina immune dalla crisi economica si è ridimensionato, e le migliaia di miliardi di debiti contratti da Pechino a partire dal 2007 sono tra le cause della debolezza economica attuale della “tigre di carta”  cinese. Ma la crisi finanziaria del 2008 fu il momento fondativo del mito della competenza assoluta di Pechino, della tecnocrazia che grazie a un mix perfetto tra autoritarismo e mercato era riuscita nell’impresa di domare la crisi come nessuna democrazia occidentale aveva potuto. Fu chiaro a tutti, da quel momento, che la Cina sarebbe stata la prossima superpotenza mondiale, e che la sua leadership granitica era pronta per il grande balzo sulla scena mondiale. L’ascesa al potere nel 2012 di Xi Jinping, il più forte presidente cinese dai tempi di Deng Xiaoping, non ha fatto che rafforzare questa impressione.

 

Il crollo della Borse di Shanghai e Hong Kong, però, ha mostrato un volto tutto differente della leadership cinese. Il “lunedì nero” è arrivato dopo mesi in cui il governo si è mosso a volte maldestramente, e per ora senza successo, per mantenere l’obiettivo di crescita annuale del pil del 7 per cento, e ha provocato nei mercati il timore che, al contrario di quanto avvenuto nel 2008, oggi la leadership, più che avere chiaro l’elenco delle priorità, sia entrata nel panico. Il “whatever it takes” resta, Pechino sta investendo quantità immani di denaro e di credibilità politica nel tentativo (vano, per ora) di sostenere i mercati ed evitare che la crisi si riverberi sull’economia reale, ma per ora ha giocato esclusivamente di reazione. Non c’è più lo shoot first, ci sono manovre che, agli occhi degli analisti, sembrano dettate dal panico e dalla paura per le possibili conseguenze più che da una strategia a lungo termine. Per esempio il taglio del tasso di interesse da parte della Banca centrale, iniziato la settimana scorsa e reiterato questa mattina, è visto da molti più come una manovra disperata (una reazione, appunto: non c’è più lo “shoot first”) che come elemento di una politica aggressiva e muscolare.

 

[**Video_box_2**]Hanno contribuito a dare questa impressione anche alcuni eventi congiunturali, come per esempio la gigantesca esplosione di Tianjin, davanti alla quale la reazione ufficiale è stata maldestra, a metà tra il panico e l’occultamento, simbolo di un apparato che non riesce a gestire le emergenze. La leadership cinese sembra improvvisamente meno granitica, e i dissidi interni finiscono, incredibilmente, anche sui media di stato. Nei palazzi del potere di Pechino c’è indecisione su cosa fare davanti alla crisi, e le divisioni filtrano sui solitamente disciplinati giornali di regime: martedì, racconta il New York Times, due dei principali quotidiani finanziari di proprietà del governo, il Securities Daily e l’Economic Information Daily davano interpretazioni diametralmente opposte sulla risposta da dare alla crisi, il primo chiedendo più interventismo sui mercati da parte dello stato e il secondo chiedendo che il governo si ritiri dalla finanza.

 

L’economia è da sempre il punto debole di Xi Jinping, che con la sua lotta alla corruzione ha intrapreso una lunga battaglia interna al Partito comunista, ha indebolito la sua unità interna e ora, in un momento di turbolenza, rischia di trovarsi con pochi alleati, e con un sostegno non omogeneo alle sue politiche di riforma. Da tempo il regime invoca una grande transizione economica e il raggiungimento del cosiddetto “new normal”, e le riforme di Xi, presentate ormai due anni fa, avevano il compito di consentire la transizione in economia senza che la voglia di cambiamento si estendesse al regime politico. Molte delle promesse però sono state disattese, e le turbolenze dei mercati ora rendono più difficile la tenuta politica. E le reazioni apparentemente dettate dal panico della leadership non fanno che peggiorare negli osservatori (e nei mercati) l’idea che la crisi sia più grave di quello che sembra. L’ascesa della superpotenza cinese è rallentata, non certo rimandata, ma il sogno della competenza assoluta della tecnocrazia comunista sembra tramontato. Forse se ne accorgeranno anche i cittadini cinesi.

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