L’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e l’ex ministro dell’Economia francese Arnaud Montebourg, al centro, al loro arrivo a Frangy (foto LaPresse)

Alla festa della gauche Peter Pan

Mauro Zanon
Quando le loro sagome iniziano a palesarsi, dopo il primo assalto dei fotografi, Arnaud Montebourg e Yanis Varoufakis, i due ex ministri di Francia e Grecia in crociata contro le politiche di austerità, si guardano e si sorridono come una coppia di innamorati e avanzano con l’allure di chi sa di essere al centro dell’attenzione mediatica di tutta Europa.

Frangy-en-Bresse. Quando le loro sagome iniziano a palesarsi, dopo il primo assalto dei fotografi, Arnaud Montebourg e Yanis Varoufakis, i due ex ministri di Francia e Grecia in crociata contro le politiche di austerità, si guardano e si sorridono come una coppia di innamorati e avanzano con l’allure di chi sa di essere al centro dell’attenzione mediatica di tutta Europa. Domenica nel piccolo comune di Frangy-en-Bresse, in Borgogna, erano più di 80 le redazioni di giornali e televisioni presenti all’incontro tra le due star dell’internazionale anti Troika, tenutasi sullo sfondo della 43esima edizione della Fête de la Rose. Un evento preparato con molta cura da Montebourg, che non poteva chiedere miglior pubblicità di quella garantitagli da Varoufakis, dopo un anno trascorso, pur con qualche acuto, nella periferia del dibattito politico. All’arrivo del duo franco-greco, i corpulenti volontari del servizio di sicurezza formano una cintura insormontabile – “Abbiamo preso una squadra di rugby!”, scherza Montebourg – anche per chi vuole soltanto sfiorare con una rosa l’ex ministro delle Finanze ellenico.

 

Un arrivo da rockstar, nonostante lo sfondo molto poco rock di Frangy, scandito dagli “Yanis, pensaci tu!” e i “Montebourg presidente!” degli astanti. L’ex ministro dell’Economia francese, che lo scorso anno proprio a Frangy aveva pagato le sue spacconate contro la svolta social-liberale annunciata dal presidente François Hollande con l’allontanamento dal governo Valls a beneficio di Emmanuel Macron, da padrone di casa si adopera subito per mettere a suo agio l’ospite d’onore: “This is Frangy, Yanis”. C’è chi litiga per un posto in prima fila nella siepe di militanti e curiosi creatasi lungo la recinzione che separa la strada dall’entrata principale alla festa popolare della “gauche de la gauche”, e c’è chi, invece, con meno foga, attende i due santini della sinistra giacobina europea all’entrata del capannone, dove poco dopo verrà servito il famoso, qui in Borgogna, pollo di Bresse. “Sono arrivati Johnny Hallyday e Mick Jagger!”, commenta una signora a pochi passi da noi, mentre la sua amica non riesce a trattenersi: “Quanto è sexy Varoufakis”.

 

Yanis, giacca nera, camicia nera, pantaloni neri, scarpe nere ma denti bianchissimi, sfodera con disinvoltura il suo sorriso luminoso, hollywoodiano. Arnaud, camicia bianca e tintarella, guida il suo “amico Yanis” tra gli stand e i diversi capannoni installati nel grande spazio verde dietro al comune. E un po’ come Renzi fece con Valls lo scorso anno, a Bologna, durante il meeting della sinistra europea in camicia bianca, lo accompagna anche in cucina, “Yanis ti presento Guillaume, il miglior cuoco di Frangy”, “Guillaume ti presento Yanis, il miglior ministro delle Finanze greco”, per abituare all’atmosfera popolare di Frangy il marxista più chic del mar Egeo. Il clima è da sagra paesana estiva: età media sessant’anni, fisarmonica e balli popolari, mini stand con birra e vino che scorre a fiumi, patatine fritte e pane e salsiccia per i più spiantati, menù completo con pollo di Bresse, formaggio, dessert e Montebourg e Varoufakis seduti a qualche metro per i più organizzati. Quando i due ministri entrano nel capannone, l’accoglienza è da salvatori della patria. Montebourg scalda subito i cuori dei suoi elettori, lanciando un “Benvenuti a Frangy-en-Grèce”. Varoufakis apprezza il gioco di parole dell’“amico Arnaud” e poco dopo, a tavola, prima si presta volentieri al tradizionale ban bourguignon, l’inno della Borgogna, poi sorride divertito per le note del sirtaki, reso celebre dal film Zorba il Greco, suonato tra il formaggio e il dessert dall’orchestra locale. Accanto a Montebourg siede la sua amata, Aurélie Filippetti, futura mamma ed ex ministra della Cultura, tra le vittime, lo scorso settembre, del rimpasto di governo in salsa liberale che ha portato a Bercy Emmanuel Macron e al ministero della Cultura Fleur Pellerin.

 

Dei membri del Partito socialista francese Filippetti è una delle poche, assieme ai fedelissimi parlamentari della regione Saone-et-Loire, a essere venuta all’evento mediatico più fragoroso della rentrée politica socialista (la prossima settimana, si terrà l’Università estiva de La Rochelle, con la maggioranza Ps e i tenori del partito). I frondisti, numerosi lo scorso anno per la provocazione delle bottiglie della “Cuvée du redressement” da inviare a Hollande per riportarlo sulla strada della “vera sinistra” (quest’anno, in omaggio a Varoufakis, è stato il turno della “Cuvée Europe”, per tornare a sognare un’“Europa democratica”, mettendo fine a un’“Europa oligarchica”, ha detto Montebourg), hanno disertato in massa la festa popolare organizzata nel feudo di Montebourg. Luc Carvounas, deputato Ps vicino al premier Valls, ha ironizzato da Parigi sulla Fête de la Rose di Frangy 2015, “l’appuntamento di due dimenticati”, con Montebourg “che vuole ancora pesare all’interno della famiglia socialista, pur dicendosi al di fuori della mischia” e Varoufakis “che nel pieno delle elezioni greche vuole ancora mostrare che esiste”. Alcuni membri del partito ecologista e dell’ultrasinistra (Jean-Luc Mélenchon, leader del Front de Gauche, si è invece limitato ad accompagnare Varoufakis in stazione a Parigi, a Gare de Lyon) hanno preso parte al raduno dei due ministri anti austerity, ma nessun pezzo grosso ha deciso di scendere in Borgogna.

 

Alle tre del pomeriggio, Montebourg e Varoufakis decidono, dopo alcuni tentennamenti, di tenere una conferenza stampa in una minuscola saletta del municipio, ed è lì, in quei trenta minuti, tra temperature elleniche, telecamere, microfoni e fotografi sudaticci, che i due ex ministri danno il via al loro duetto anti Troika, che toccherà poi, en plein air, le vette più elevate. Parte Varoufakis: “Il 12 luglio, il nostro governo è stato costretto a capitolare. Questa capitolazione è una grande sconfitta per la democrazia”. Montebourg segue a ruota, e inasprisce i toni: “Dobbiamo costruire un’Europa democratica e mettere fine all’euro-oligarchica. Quando delle istituzioni non sono democratiche, la democrazia non può trionfare. E’ il problema della zona euro. Si vota ma non serve a niente. E’ un sentimento di disperazione quello espresso dal popolo greco, ma che anche noi abbiamo conosciuto”. E qui, arriva uno dei classici del Montebourg dell’ultimo anno: “Avete votato per la sinistra francese e vi ritrovate con il programma della destra tedesca”. Frase che gli garantisce applausi facili dal suo elettorato e che ama ripetere in continuazione da quando è stato cacciato da Bercy.

 

Luc Rosenzweig, editorialista del magazine Causeur, ha analizzato i contorni di quello ha definito un “meeting germanofobo”, in cui Montebourg e Varoufakis sono riusciti a imbastire magistralmente uno show mediatico, per passare, loro, dalla parte dei “buoni” e dei “puri”, e appiccicare ai tedeschi l’etichetta dei “cattivi” e dei “vigliacchi”. In particolare, al ministro delle Finanze di Angela Merkel, Wolfgang Schäuble, “orchestratore diabolico”, per Montebourg, “di un Eurogruppo sotto influenza tedesca”. Varoufakis, già la scorsa settimana in un’intervista al Monde, aveva preso di mira il “Dr Schäuble”, come è solito chiamarlo, “il cui vero obiettivo è la Francia e il suo stato sociale”. Domenica ha soltanto moltiplicato gli attacchi in differenti declinazioni: “Wolfgang Schäuble non cercava il rimborso del debito greco, altrimenti avrebbe accettato le nostre proposte ragionevoli!”, ha attaccato Varoufakis. “Voleva la nostra capitolazione senza condizioni, perché voleva dare un esempio. Badate bene che non è la piccola Grecia che interessa a Schäuble, è la Francia! E la sorte che abbiamo subìto”, avverte l’ex ministro delle Finanze greco con toni apocalittici, “sarà la vostra se non reagite ora!”.

 

[**Video_box_2**]Dopo una risposta incrociata sui loro rispettivi rapporti con il Ps e Syriza, (“Sono sempre membro del Ps, ho pagato la mia quota, ma vorrei che questo partito fosse ben differente”, ha detto Montebourg, mentre Varoufakis ricordava a un giornalista di non essere “mai stato un eletto di Syriza”, pur avendo il suo “cuore con Syriza”, un cuore oggi “spezzato dalle divisioni”), le sparate dei due “professionisti della sbruffonaggine che non potevano che andare d’accordo”, come ha scritto il Point, si sono spostate all’aperto, sul palco installato a pochi passi dagli stand “Made in France”. Montebourg prende la parola, dopo i brevi interventi del sindaco di Frangy e di un deputato Ps della regione, e parte subito un florilegio di dichiarazioni altisonanti: “La zona euro è diventata un triangolo delle Bermuda per il suffragio universale!”, bisogna creare “un nuovo scenario europeo”, bisogna cambiare le istituzioni europee che “impongono un’austerità che non funziona e rende il debito insostenibile”, e “ciò che la zona euro ha mostrato con la crisi greca fa venire i brividi”. Ma il premio per la dichiarazione più spaccona va sicuramente a Varoufakis. Il quale, dopo aver espresso il suo desiderio di fondare un movimento progressista europeo, ha accusato la Troika di aver represso “la primavera di Atene”, avanzando un paragone storico con la primavera di Praga. Le banche hanno distrutto il sogno greco come i carri armati hanno ucciso la voglia di libertà della Cecoslovacchia.

 

La pioggia battente non dà tregua al pubblico in piedi sul prato nemmeno durante il discorso di Varoufakis, durato quasi un’ora e mezza. Sono quasi le sette quando l’ex ministro delle Finanze greco scende dal palco al fianco di Montebourg, con una rosa in mano, secondo il rito locale. Firma qualche autografo, stringe qualche mano, dice a un militante che “il futuro è dei popoli”, poi se ne va. Dietro di lui la scia di una giornata da sballo per la sua popolarità, ma insignificante in termini di proposte concrete, di un grande fenomeno mediatico ma di un epifenomeno politico, di una sinistra piaciona, ideologica, cialtronesca e tremendamente astratta, atomizzata tanto in Francia quanto in Grecia. Ha scritto domenica il direttore dell’Express Christophe Barbier: “Giocare a fare i Chavez da operetta, i Mao di Borgogna, i Castro di Massy-Palaiseau non fa che imbrogliare il popolo e ritardare gli stravolgimenti necessari.