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Guerra fratricida del jihad

Perché in un video siriano le tute arancioni uccidono gli uomini di Baghdadi

Svolta. Un gruppo ora rovescia le parti per fare propaganda contro lo Stato islamico. Attacchi a talebani e Hamas

2 Luglio 2015 alle 06:18

Perché in un video siriano le tute arancioni uccidono gli uomini di Baghdadi

Un'immagine del video di Jaysh al Islam

Roma. Ieri notte un gruppo islamista siriano chiamato Jaysh al Islam ha messo su internet il video dell’uccisione di 18 prigionieri dello Stato islamico. Il gruppo ha rovesciato la coreografia che abbiamo imparato a conoscere nei filmati prodotti dallo Stato islamico: gli uccisori in piedi indossano la tuta arancione, gli uccisi in ginocchio indossano la veste nera. Il filmato accusa lo Stato islamico di essere una calamità, una malattia, di essere in combutta con il governo siriano, di provocare danni immensi alla rivoluzione e di traviare i giovani con falsi insegnamenti sull’islam, e ne promette lo sradicamento. L’uccisione non è per decapitazione, ma con un colpo di fucile alla nuca ed è stata filmata nelle campagne a est di Damasco – dove ormai le truppe governative non entrano da anni. La tuta arancione che si vede in molti video è una citazione delle tute indossate dai prigionieri della base americana di Guantanamo nel 2001 (per il primo mese di detenzione), ed è stata sempre usata nei filmati delle uccisioni di ostaggi occidentali. Poi l’uso si è esteso a tutte le altre categorie di prigionieri uccisi dallo Stato islamico davanti a una telecamera: curdi, soldati iracheni e siriani, ostaggi stranieri e anche ribelli siriani, alcuni appartenenti al Jaysh al Islam (dove con “ribelli” s’intende per convenzione l’insieme dei gruppi che fanno la guerra al governo siriano, ché ormai non c’è più una “ribellione”).

 

Il Jaysh al Islam è un gruppo forte che dispone di migliaia di combattenti e di carri armati nella zona di Damasco, il suo nome in arabo vuol dire Esercito dell’islam, combatte per una Siria islamica e si dice abbia l’appoggio finanziario del governo saudita. Questo “si dice” è più forte delle solite voci che circolano sul conto di ogni gruppo – “quelli sono appoggiati dai sauditi”, “dal Qatar”, ecc. – e che di solito si riferiscono a donazioni private, non ai governi. Nel caso del Jaysh al Islam, il legame è quasi riconosciuto ufficialmente. Nel mese scorso il suo leader Zahran Alloush è stato avvistato a Istanbul, in Turchia, e in un hotel di Amman in Giordania, per incontri che sono stati definiti “importanti”.

 

La settimana scorsa lo Stato islamico ha messo su internet l’ennesimo video in cui decapita una decina di uomini – anche del Jaysh al Islam – in tuta arancione, barba e capelli rasati a zero (per farli sembrare meno islamici). Il filmato è stato girato sulle montagne del Qalamoun, a ovest della capitale Damasco.

 

Questo video di denuncia e rappresaglia a parti invertite è un episodio appariscente della guerra fratricida scoppiata tra lo Stato islamico e gli altri gruppi del jihad in tutto il mondo. In Afghanistan lo Stato islamico sta combattendo contro i talebani e ci sono scontri quotidiani; in Siria aggredisce gli altri gruppi e anche Jabhat al Nusra, l’edizione siriana di al Qaida; in Yemen è in competizione con al Qaida nella penisola arabica; e a Gaza ha dichiarato guerra al movimento palestinese Hamas. Due giorni fa alcuni palestinesi fedeli di al Baghdadi hanno minacciato Hamas in un video ufficiale girato vicino Aleppo, e ieri un bel reportage del New York Times dalla Striscia raccontava della guerra interna fra le due fazioni – con Hamas ancora nel ruolo del più forte, anzi: del molto più forte.

 

[**Video_box_2**]Se soltanto tre anni fa qualcuno avesse annunciato questa virata ideologica dello Stato islamico che oggi sfida, combatte e uccide altri jihadisti accusandoli di essere “infedeli”, sarebbe stato preso per pazzo – ma è quello che sta succedendo ai talebani, ad al Qaida e a Hamas, per non parlare dei musulmani non combattenti. La settimana scorsa il portavoce dello Stato islamico, il siriano Abu Mohammed al Adnani, ha detto che chi combatte contro i suoi uomini cade ipso facto nella categoria del kufr – quindi del rifiuto della fede islamica e cioè diventa un kuffar, un infedele. Com’era prevedibile, questa scomunica nuova e universale (e anche conveniente) ha scatenato reazioni tra lo sgomento e il sarcastico di tutti gli altri gruppi islamisti, diventati però al cospetto dello Stato Islamico minoritari e persino meno aggressivi.

 

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