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Il vecchio che avanza

In America i sindacati ora si scatenano pure contro l’ex idolo Obama

Le Unions lottano contro l’accordo di libero scambio asiatico, elevato a simbolo del progressismo pro crescita.

19 Maggio 2015 alle 09:47

In America i sindacati ora si scatenano pure contro l’ex idolo Obama

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (foto LaPresse)

New York. La senatrice Elizabeth Warren non è che la testimonial più vociante della campagna contro l’accordo di libero scambio nell’area pacifica (Tpp) sponsorizzato da Barack Obama in una inusuale convergenza con i repubblicani. L’ossatura dell’offensiva antagonista è costituita dai sindacati, che con un’azione coordinata particolarmente aggressiva stanno tentando di far naufragare il trattato per ridisegnare la geografia del Partito democratico, dividendolo in due grandi aree ideologiche: da una parte i progressisti pro mercato che mettono la crescita economica in cima alla piramide delle priorità, dall’altra quella attenta ai diritti dei lavoratori e dunque ostile all’apertura dei mercati, specialmente quando si parla di paesi come il Vietnam.

 

La settimana scorsa il Senato ha trovato un accordo per concedere al presidente il privilegio di continuare il negoziato in forma indipendente (in questa versione, il Congresso esprimerà un voto sul testo definitivo, ma non potrà fare emendamenti) ma Obama ha ancora la Camera da superare, Aula in cui le acque politiche sono più turbolente. Rich Trumka, presidente di Afl-Cio, il più importante sindacato americano, suona la carica sindacale, e ha strategicamente eretto la presente disputa incrociata fra Casa Bianca e Congresso a test finale dell’appartenenza democratica: “Significa così tanto per i lavoratori che chi è contro di noi in questo frangente è contro di noi in generale”.

 

Tutti i leader sindacali hanno fatto dichiarazioni di tenore simile, mirando alla giugulare di Obama, per cui il Tpp invece è “l’accordo più progressista della storia”, e configurando uno scontro storico fra paradigmi politici. Ne va della natura della sinistra, non appena di un disegno di legge.

 

[**Video_box_2**]La vicenda è più complessa di una semplice battaglia tattica su emendamenti e cavilli, ha a che fare con il ruolo dei sindacati e dei loro sponsor politici, da Warren al sindaco di New York Bill de Blasio, all’interno di una sinistra che sembrava aver abbandonato meccanismi di protezione del lavoro che avevano cittadinanza in un’altra epoca, in un’altra economia. Che i sindacati stiano sfruttando l’occasione per aggrapparsi disperatamente a un mondo in dissoluzione – un mondo in cui erano centrali nella galassia del progressismo – lo dimostra il pensoso traccheggiare di Hillary Clinton a proposito del trattato e il sostanziale silenzio dei sindacati a proposito. La candidata democratica non ha una posizione ufficiale sul Tpp. In un mese di campagna ha risposta a una sola domanda sul tema, democristianamente proclamandosi a favore degli accordi che creano prosperità e contraria a quelli che danneggiano i lavoratori. In passato è stata a favore delle aperture commerciali, e nel 2003 ha fatto campagna per l’approvazione del Nafta, salvo poi ricordarsi nel 2008, quando per ragioni elettorali doveva coprirsi a sinistra, che quell’iniziativa ha “danneggiato tanti lavoratori americani”. I sindacati ne hanno per tutti i democratici che non superano la soglia dell’ortodossia che loro stessi hanno fissato, ma non per Hillary. Trumka l’ha giustificata spiegando che “sta facendo quello che tutti i candidati fanno”, ovvero ascoltare gli elettori per sintonizzarsi sul loro sentire, mentre il collega Thomas Buffenbarger, del sindacato dei macchinisti e dei lavoratori aerospaziali, addirittura dice che “non c’è ragione che prenda posizione su questo problema, visto che non ha ruoli ufficiali”. In questo schermirsi e spalleggiarsi vicendevole c’entrano gli antichi rapporti che la galassia Clinton ha con il mondo dei sindacati. Una ricerca del National Institute for Labor Relations Research dice che i sindacati hanno donato oltre due milioni di dollari alla Clinton Foundation, facendo notare che i soldi nelle casseforti sindacali vengono “da versamenti obbligatori degli iscritti ”. L’intensità delle donazioni è aumentata con l’avvicinarsi di Hillary alla campagna presidenziale. Anche questo fa parte di un patto di non belligeranza in una guerra epocale in cui i sindacati cercano disperatamente di rimanere aggrappati a vecchie strutture per perpetuare il loro ruolo nel panorama della sinistra.

 

 

 

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