Il sindaco riottoso

Bill De Blasio mette la diseguaglianza al centro del dibattito a sinistra e non dà l’endorsement a Hillary

16 Aprile 2015 alle 06:15

Il sindaco riottoso

Bill De Blasio abbraccia Hillary Clinton nel giorno del suo giuramento da sindaco di New York

Milano. Il sindaco di New York, Bill De Blasio, uomo di sinistra, non ha dato l’endorsement a Hillary Clinton, dice che vuole aspettare, apprezzo molto i Clinton, apprezzo molto la nostra amicizia, “ma ho bisogno di sapere qual è la sua vision per servire il popolo” americano, “questo paese oggi è molto diverso”, Hillary da otto anni è fuori dalla gestione della cosa pubblica, “penso che dobbiamo sentire qual è la sua idea oggi, per che cosa si batte”. I giornali newyorchesi hanno titolato sul tradimento di De Blasio e sulla furia di Hillary: ma come, il sindaco è un clintoniano, ha lavorato nell’Amministrazione Clinton e nella campagna di elezione di Hillary come senatrice a New York, tutti gli esponenti del Partito democratico della città e dello stato hanno già dato il loro appoggio, e De Blasio invece prende tempo? Come si permette?, dicono alcuni clintoniani (le sfumature introdotte da Anthony Weiner, quello che inviava foto del suo pisello via Twitter e diceva di essere stato hackerato, sono le migliori: “Lei lavorava a una vision progressista della sanità quando ancora De Blasio fumava canne alla NYU o ovunque sia andato all’università”); ha fatto bene, ribattono i sostenitori del sindaco e più in generale gli esponenti dell’ala più a sinistra del Partito democratico, che non si sentono rappresentati dalla Clinton e che ancora sperano di trovare un loro candidato per le presidenziali del 2016. Il problema qui non è soltanto di cordate politiche e del generale scetticismo che circonda la signora Clinton, ma ideologico, e ha a che fare con la spaccatura interna al Partito democratico – un possibile “scisma”, lo definisce John Cassidy sul New Yorker – sulla questione della diseguaglianza, come ha spiegato lo stesso De Blasio, interrogato sul suo attendismo.

 

“Tutti i progressisti del paese – ha detto il sindaco De Blasio – e gli americani chiedono ai loro candidati, che siano presidenti o ad altri livelli, di fornire un piano credibile per risolvere le diseguaglianze economiche”, che in altri termini significa: aiuterai soltanto i ricchi, Hillary, o penserai anche agli altri? E se è la seconda, come? La Clinton sa che questo è un problema, per la sua candidatura e più in generale per la definizione dell’identità del Partito democratico, soprattutto se alle primarie la gara sarà affollata: per questo da quattro giorni, cioè dall’annuncio ufficiale, non fa che rivolgersi all’“everyday american”. All’inizio dell’anno, il Center for American Progress, il think tank fondato da John Podesta, che è il capo della campagna elettorale della Clinton, ha pubblicato un paper sull’“inclusive prosperity” (al quale ha contribuito anche Ed Balls, mente economica del Labour inglese) per cercare di riorientare il clintonismo della deregulation e del potere del mercato verso politiche a sostegno del salario minimo e dei lavoratori. Nulla di preoccupante per le grandi aziende, ma certo meno mercatista di quanto ci si aspettasse.

 

Per De Blasio, si potrebbe trattare soltanto di una postura, ed è per questo che il sindaco si erge a condottiero dei cosiddetti “populisti di sinistra” nei confronti della candidatura clintoniana. Secondo i suoi collaboratori, oltre a girare per gli Stati Uniti a parlare di tasse sulla ricchezza secondo i comandamenti dei Piketty e degli Stiglitz – prima tappa in Iowa, dove c’è anche Hillary –, il sindaco di New York sta preparando un evento, a fine maggio a Washington, per porre la diseguaglianza al centro del dibattito elettorale (il titolo sarebbe “The Progressive Contract With America”, ma siccome richiama troppo il contratto di Newt Gingrich, già abbastanza usurato dal tempo e dalle polemiche, un collaboratore del sindaco ha detto alla rivista New York che cercheranno di trovare qualcosa di meglio). Questa “coalizione di volenterosi”, annunciata in una conferenza stampa il 2 aprile scorso, non considera l’etichetta “tax and spend” un insulto per i liberal, e anzi pensa che l’allontanamento dalla missione “strategica e morale” della lotta alla diseguaglianza, come l’ha definita lo stesso De Blasio, abbia determinato la sconfitta elettorale dei democratici alle ultime mid-term. Hillary è avvisata, insomma, dice il sindaco, il quale però conosce quanto sia complicato poi, nella pratica, l’equilibrismo: qualche giorno fa il New York Times ha raccontato tutti gli sforzi di De Blasio per riconquistare il consenso del mondo del business e di Wall Street, senza il quale governare è difficile, con tanto di selfie nella sede di Morgan Stanley.

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