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editoriali
Cordate farlocche, gestione disastrosa, futuro cupo. Cosa resta di Ilva
In Senato il ministro Urso rivendica il “salvataggio” dell’ex Ilva, ma lo stabilimento di Taranto è quasi fermo, gli investitori latitano e nel governo cresce l’irritazione per una gestione che ha portato il più grande polo siderurgico europeo sull’orlo del collasso
Adolfo Urso, ministro dello Sviluppo Economico, almeno in teoria, a volte ricorda i violinisti del Titanic, quelli che continuavano a suonare mentre la nave affondava. Allo stesso modo il ministro del Made in Italy continua a raccontare ubi et orbi di aver salvato l’Ilva, che presto – assicura – tornerà a essere “l’impianto siderurgico più importante d’Europa”. Peccato che lo stabilimento di Taranto sia sostanzialmente fermo, e che i pochi operai rimasti per le manutenzioni rischino la vita dentro impianti ormai degradati. E soprattutto non si vedono prospettive concrete di recupero.
Il primo a dirlo apertamente è stato il segretario generale della Uilm, Pierpaolo Bombardieri, mostrando un coraggio che è mancato ad altri colleghi sindacali, i quali invece – insieme all’ex presidente della Puglia Michele Emiliano – hanno sostenuto il ministro lungo un percorso che ha portato alla distruzione di quello che davvero era il più grande polo siderurgico d’Europa. Urso continua ad attribuire la responsabilità ad ArcelorMittal. Ma fino a quando il ministro non ha deciso di riportare l’azienda in amministrazione straordinaria per la seconda volta, lo stabilimento produceva circa il doppio di oggi, con meno cassa integrazione e senza incidenti rilevanti. Anche il fermo dell’altoforno, che Urso continua ad attribuire alla magistratura, ha in realtà un’altra origine: la mancata messa in sicurezza dell’impianto da parte dei commissari nominati dal governo dopo la riaccensione voluta dallo stesso ministro. E si è rivelata inconsistente anche la giustificazione del rigassificatore, che nessun investitore ha mai considerato una condizione necessaria.
Urso ha illustrato il dossier in un’informativa al Senato. In un’aula quasi deserta. Le opposizioni hanno criticato l’assenza della maggioranza – appena nove senatori presenti, contro diciannove dell’opposizione – ma in realtà i parlamentari di governo hanno fatto bene a lasciare il ministro solo davanti al disastro che ha contribuito a creare. Non è un mistero, infatti, che anche dentro il governo – e soprattutto a Palazzo Chigi – ci sia molta irritazione per la gestione del dossier Ilva.
Fin dall’inizio, l’idea di cacciare ArcelorMittal non convinceva il presidente del Consiglio. Tanto che l’allora ministro Raffaele Fitto fu mandato a trattare con l’azienda quasi in avanscoperta, senza coinvolgere Urso e Invitalia. Allo stesso modo, sempre da Palazzo Chigi è arrivato lo stop alla proposta di nazionalizzare l’impianto: un bagno di sangue per le casse dello Stato senza reali prospettive industriali. Ed è stata Giorgia Meloni in persona a mettere dei paletti nella trattativa per la vendita al fondo Flacks (purtroppo la premier, disinteressandosi al caso Ilva in questi mesi, ha fatto una scelta di campo: non considerarla una priorità). Un fondo, si diceva, che vorrebbe acquistare per un euro un’azienda che ArcelorMittal si era aggiudicata nel 2018 per quattro miliardi. Il paradosso è evidente: se la più grande multinazionale europea dell’acciaio viene definita “predatoria”, perché allora regalare l’Ilva a un fondo americano senza esperienza industriale e senza garanzie? Un fondo che contemporaneamente punta a operazioni su Thyssenkrupp e British Steel. Il finanziere che guida Flacks, in questi mesi, ha rilasciato interviste roboanti – arrivando perfino a promettere di rilanciare la squadra di calcio di Taranto e di arrivare in città “come i Beatles” – ma non ha mai illustrato un vero piano industriale o finanziario. E non è un dettaglio: il progetto disegnato dal ministero prevede una produzione di otto milioni di tonnellate l’anno, basata su quattro forni elettrici e due impianti DRI. Un piano che richiederebbe circa dieci miliardi di investimenti. Non stupisce quindi che nessun investitore industriale serio abbia partecipato alla gara. Giovedì però Urso ha provato a tirare fuori un altro nome dal cilindro: “Jindal questa notte ha presentato una manifestazione di interesse”, ha annunciato in Senato. Peccato che lo stesso ministro continui a ripetere che l’Ilva dovrà essere venduta entro tre settimane, senza che siano mai stati davvero negoziati i piani industriali. E lo stesso gruppo Jindal ha già fatto sapere di non essere interessato all’area a caldo, ma solo ai laminatoi. Eppure perfino il Pd ha accolto con entusiasmo l’annuncio del ministro, cadendo ancora una volta nel gioco delle promesse. Basterebbe però fare una telefonata al presidente della Toscana Eugenio Giani, che ha già diffidato Jindal per le promesse non mantenute a Piombino. Il gruppo indiano si è aggiudicato lo stabilimento nel 2018 promettendo un nuovo treno rotaie e un forno elettrico. Dopo otto anni il risultato è uno solo: cassa integrazione per 1.300 lavoratori. A Taranto i lavoratori coinvolti sono diecimila.