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il caso
L'incredibile storia dell'altoforno di Ilva ancora ostaggio dei pm
Chi si compra, e viene a investire nove miliardi a Taranto, per una fabbrica sotto sequestro dal 2012, con una magistratura così?
Molti non lo ricorderanno, ma il vero motivo per cui ArcelorMittal decise di abbandonare l’investimento in Ilva fu il sequestro dell’altoforno 2. La conferma la troviamo in questi giorni nel ricorso che il colosso ha deciso di intentare contro lo Stato italiano per aver causato un danno grave all’investimento dell’azienda in Italia e influendo negativamente sui suoi interessi più ampi in Europa. Dopo aver ricordato che il Parlamento cambiò la legge eliminando lo scudo penale nonostante fosse un vincolo del contratto di vendita, ArcelorMittal scrive nel ricorso: “Ad aggravare la situazione nel 2019 il Procuratore della Repubblica di Taranto ha anche ordinato la temporanea chiusura di una delle ferriere presso l’impianto di Taranto per presunte violazioni dei precedenti Commissari straordinari di Ilva”. Dopo il ricorso dell’azienda, il Riesame concesse la facoltà d’uso obbligando ArcelorMittal a ottemperare alle prescrizioni che i commissari del governo non avevano rispettato in quattro anni. Cosa che fece con una spesa di 11 milioni di euro, rendendo l’Afo2 il più sicuro al mondo. La sentenza del Riesame fu importante perché il giudice pose sulla bilancia il rischio di incidente sull’impianto “con il danno derivante invece con certezza dall’anticipazione del fine vita dell’altoforno, cui sommare gli ulteriori danni della perdita di quote di mercato e delle ampie ricadute occupazionali”.
Nel frattempo però ArcelorMittal decise di abbandonare tutto offrendo al governo giallorosso un miliardo di euro per uscire dagli impegni contrattuali nella gestione dell’acciaieria Ilva. Ma il governo, non avendo altri acquirenti, decise di trattare. Così prima il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri incontrò Lucia Morselli, poi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si precipitò a Londra per siglare l’accordo con Lakshmi Mittal. Una farsa con cui venne creata la newco Acciaierie d’Italia con Invitalia, consentendo ad ArcelorMittal, attraverso i patti parasociali, di abbandonare gli impegni senza troppo clamore. Finché nel 2023 il ministro Urso decise di metterla in amministrazione straordinaria. L’intento era quello di rilanciare il siderurgico, per poi rivenderlo. Da qui l’inaugurazione di Afo1 fatta dal ministro in persona nell’ottobre 2024. L’altoforno costruito nel 1961, rivampato nel 2015, era fermo dal 2023 per manutenzione. Doveva essere riacceso nella primavera del 2025, ma i commissari straordinari decisero di anticipare per dimostrare all’Europa che i prestiti ponte concessi erano effettivamente utili. Per riaprirlo velocemente i commissari effettuarono solo la cosiddetta “shotcrete”, cioè lo spruzzo di materiale refrattario sulle pareti interne, e non una completa sostituzione del materiale resistente alle alte temperature. Dopo neanche sei mesi, all’altoforno appena inaugurato scoppiò un grave incendio. La procura di Taranto lo sequestrò, senza facoltà d’uso. Ci risiamo. Questa volta però l’azienda non fece ricorso. Intervenne il ministro Urso accusando la procura di creare un danno irreparabile agli impianti e di allontanare gli investitori. Il procuratore capo di Taranto replicò punto per punto, smentendo il ministro. Passano i mesi e l’altoforno resta sotto sequestro senza facoltà d’uso.
Sull’impianto si avviano i campionamenti relativi ai refrattari interni, attività svolte in contraddittorio tra Procura e commissari. L’obiettivo dell’azienda è avere il dissequestro di Afo1 a fine settembre. Precedenti sentenze della Corte di Cassazione hanno stabilito che il sequestro probatorio, come in questo caso, deve essere limitato allo svolgimento delle attività oggetto di indagine. L’intenzione del Ministero, nei piani presentati agli enti locali, è di riattivare Afo1 a fine anno per tornare a regime a marzo 2026 con tre altoforni e sei milioni di tonnellate prodotte. Sempre se la magistratura di Taranto toglierà i sigilli. Dopodiché, per la vera ripartenza dell’impianto, occorre rifare l’intero refrattario, intervento in cui rientra anche il nuovo crogiolo. Un’operazione da 200 milioni di euro, che prevede che l’impianto resti in marcia per un decennio, altrimenti non ne vale la pena. Non a caso il Ministero dell’Ambiente ha appena rilasciato un’autorizzazione che consente ai tre altoforni di restare accesi per i prossimi dodici anni. Eppure tutta l’area a caldo è ancora sotto sequestro dal 2012. Tant’è che il governo è stato costretto a emettere un decreto con cui viene consentita la vendita di Ilva anche sotto sequestro. Ma chi si compra, e viene a investire nove miliardi a Taranto, per una fabbrica sotto sequestro dal 2012, con una magistratura così?