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L'analisi

La Cina può sopportare la chiusura di Hormuz per mesi, e senza grandi vantaggi per la Russia

Davide Mattone

Pechino consapevole della sua dipendenza energetica dai flussi di Hormuz ha messo da parte scorte per 3-4 mesi. Oxford Economics: "Russia e Iran competono per un bacino limitato di domanda cinese. Non c'è un vantaggio negoziale per Mosca"

Che la chiusura dello Stretto di Hormuz avesse potuto aprire una crisi energetica in Occidente era chiaro. Che lo stesso choc possa portare la Cina a competere sugli stessi mercati rimasti aperti è meno probabile. Pechino è ben consapevole del livello moderato della sua dipendenza energetica dai flussi –20 milioni di barili al giorno, un quinto dei consumi mondiali – che ogni giorno transitano per Hormuz. La Cina è il primo importatore mondiale di petrolio e compra più della metà degli oltre 11 milioni di barili al giorno proprio dal Medio oriente, incluso il 90 per cento degli 1,7 milioni di barili iraniani che giornalmente passano per Hormuz.

La Cina, però, si trova in una posizione contraddittoria. Da un lato ha tutto l’interesse affinché l’Iran resti un partner conveniente dal punto di vista finanziario. Dall’altro, ha anche tutto l’interesse affinché Hormuz riapra. Secondo Bloomberg, Pechino continua a premere su Teheran affinché non attacchi le varie imbarcazioni in avvicinamento e riapra il corridoio marittimo. Ma a differenza dell’Europa, che può permettersi al massimo qualche settimana di chiusura prima di entrare nell’orizzonte dell’inflazione e, se si prolunga, della recessione economica, la Cina può avere molta più pazienza. Questo perché Pechino ha costruito negli anni una struttura energetica molto più diversificata e autosufficiente. Alpine macro, una società di Oxford economics, stima che il petrolio pesi intorno al 18 per cento del fabbisogno energetico primario contro il 55 per cento del carbone, e ricorda che la capacità eolica e solare è oggi circa un terzo dell’apporto del petrolio.

La Cina si è preparata alle emergenze anche accumulando scorte: le riserve strategiche e commerciali ammontano a 1,2-1,3 miliardi di barili, pari a quasi quattro mesi di importazioni. S&P Global rileva che gli stoccaggi onshore hanno toccato 1,31 miliardi di barili a fine febbraio 2026; l’equivalente di 113 giorni di importazioni e 88 giorni di utilizzo. Questa strategia permette ora al governo e alle raffinerie cinesi – che per legge devono avere scorte pari ad almeno 15 giorni della loro capacità – di mantenere i ritmi e di valutare l’emergenza con calma, anche alla luce dell’ipotesi secondo cui l’interruzione potrebbe durare una decina di giorni.

Ma se l’instabilità del Golfo dovesse durare a lungo, come alternativa al petrolio iraniano diventerebbe più appetibile quello russo, che arriva via rotta polare o attraverso l’oleodotto siberiano. Sempre secondo dati citati dagli analisti di S&P Global, a gennaio 2026 gli acquisti di greggio iraniano delle raffinerie indipendenti cinesi sono scesi del 14,4 per cento rispetto a dicembre, mentre quelli di petrolio russo sono cresciuti dell’11,7 per cento, un record di 1,51 milioni di barili al giorno.

“La Cina acquista volumi simili di greggio russo e iraniano”, spiega al Foglio l’economista Bridget Payne, head of Oil & Gas forecasting di Oxford economics. “E’ probabile che il livello reale sia più alto data l’opacità del mercato del petrolio sanzionato. Russia e Iran però competono per un bacino relativamente limitato di domanda cinese”, riflette l’economista sulla possibilità secondo cui la Russia possa trarre vantaggi commerciali dalla chiusura di Hormuz. “La Cina può integrare più greggio russo, ma è solo un cuscinetto nel breve periodo. L’equilibrio di potere pende ancora dalla parte della Cina: gli acquirenti finali disponibili per il greggio sanzionato sono pochi. E a meno che l’offerta iraniana non crolli davvero, la Russia non acquista alcun vantaggio negoziale”. Rispetto alla crisi dei prezzi sui mercati globali, Payne conclude: “L’India continua ad acquistare petrolio russo, ma l’effetto delle sanzioni sugli acquirenti ha ridotto molto questo commercio. Dato l’attuale conflitto e l’aumento dei prezzi del petrolio, gli Stati Uniti potrebbero scegliere di chiudere un occhio se l’alternativa fosse aggravare lo choc sui prezzi”.

Dunque, la Cina è esposta perché il Medio Oriente resta un fornitore centrale. Ma il peso relativamente contenuto del petrolio nel mix energetico, le scorte e la crescita delle alternative elettriche rendono lo choc gestibile nel breve.