Ansa
Editoriali
Rinnovabili, nucleare, risorse. La guerra ricorda le fragilità italiane. Cambiare si può
La domanda di energia primaria dell'Italia dipende per l’80 per cento dalle importazioni. Le misure da prendere per almeno alleviare il problema e mettersi al riparo hanno bisogno di determinazione, accordi bipartisan e un impegno continuativo per un paio di decenni almeno
A pochi anni dalla crisi ucraina l’Italia si trova a dover riaffrontare il problema dei prezzi dell’energia. L’incertezza regna sovrana e dipende fondamentalmente dalla durata di questa crisi. Fare previsioni è impossibile, ma intanto gli aumenti che già si sono verificati per gas e petrolio e di conseguenza per l’elettricità (più 25-30 per cento) ci fanno correre il rischio di vedere vanificati in pochi giorni tutti gli sforzi fatti anche con i recenti provvedimenti per diminuire il costo dell’energia. Fortunatamente la stagione climaticamente più sfavorevole dovrebbe essere alle nostre spalle. Come in tutte le crisi c’è chi guadagna e chi perde. Fra i primi sicuramente gli USA, oggi i primi produttori mondiali di gas e petrolio, che soffrivano per i prezzi bassi dei mesi scorsi a causa dei relativamente alti costi di estrazione, e la Russia che vede aumentare nettamente i suoi margini di guadagno. Tutta ricchezza, quella russa, da trasformare in armi con cui rifornire la guerra di invasione contro l’Ucraina. Purtroppo. Fra chi perde ci sono i paesi del Golfo i cui impianti sono stati attaccati dai missili iraniani e che soprattutto scontano le difficoltà di transito nello stretto di Hormuz. Ma hanno spalle molto larghe. Perdono ancora di più l’Europa e soprattutto paesi come l’Italia la cui domanda di energia primaria dipende per l’80 per cento dalle importazioni.
Si ripropone quindi la strutturale fragilità di un paese la cui sicurezza energetica è continuamente sottoposta a pesanti stress. Un problema che si trascina da più di un secolo, che ha avuto un’accelerazione negli anni ’70 con le due successive impennate del prezzo del petrolio, ma che ci ha visto poi dimenticarci del problema negli anni dell’abbondante gas russo a buon mercato, e che si ripresenta oggi intatto nei suoi negativi fondamentali. Purtroppo nessuna soluzione è disponibile a breve. L’unico paese che ha ridotto strutturalmente la sua dipendenza è stata la Francia con il programma nucleare. In Italia abbiamo puntato molto sulle rinnovabili il cui contributo è cresciuto molto negli ultimi anni, ma che cominciano a mostrare limiti importanti. TERNA segnala come la curva dei costi complessivi, diretti e indiretti, aumenti fino a livelli insopportabili mano a mano che aumenta la penetrazione di fonti intermittenti e instabili come le rinnovabili. D’altra parte le proteste delle associazioni del settore contro la misura del Governo che toglierebbe dalla bolletta il costo dell’ETS, riducendo di conseguenza il prezzo dell’elettricità e quindi anche i margini di guadagno delle rinnovabili che vendono la loro energia al costo marginale del gas, evidenziano una contraddizione. Quella di promettere futuri costi bassi, ma intanto di chiedere di mantenere prezzi alti dell’energia.
Le misure da prendere per almeno alleviare il problema e mettersi al riparo hanno bisogno di determinazione, accordi bipartisan per evitare che un governo smonti quello che ha fatto il governo precedente, come sempre è successo, e impegno continuativo per un paio di decenni almeno. In primo luogo la ripresa di un programma nucleare, visto anche il prevedibile aumento dei consumi elettrici a causa della richiesta che viene dai data center e dalla penetrazione del condizionamento climatico oltre che dall’elettrificazione di consumi prima soddisfatti dai fossili (trasporto e riscaldamento). Aumento che non potrà certo essere soddisfatto solo dalla crescita delle rinnovabili. In secondo luogo ricordarsi che il problema non riguarda solo l’elettricità che pesa oggi solo per il 25 per cento dei consumi totali, ma che il resto è soddisfatto fondamentalmente da gas e petrolio. Di cui avremo ancora bisogno per molti decenni. Andrebbero levati di mezzo tutti i vincoli frapposti all’attività di esplorazione e di sfruttamento delle risorse nazionali presenti in Adriatico e nello Ionio. Tutti i paesi rivieraschi nei nostri stessi mari che hanno risorse le sfruttano e noi siamo i soli ad autopunirci.
Misure, come si vede, che avrebbero bisogno di una piena consapevolezza sulla reale situazione e del senso di urgenza necessario da parte di un’ampia maggioranza di forze politiche, che dovrebbero prima di tutto prendere atto di scenari internazionali sempre più instabili e difficili. Contare sulle proprie forze diventa un imperativo categorico. Ma mi sembra che si preferisca polemizzare, vivacchiare, lamentarsi e fare affidamento su qualche colpo di fortuna.