Ansa
L'analisi
Perché i dati sull'occupazione dicono l'opposto di quanto sembra
Dai dati Istat, la nuova occupazione sembra riconducibile a persone che dovrebbero già essere in pensione. Ma i numeri ingannano, conta la demografia. Al netto dell’anagrafe, la crescita reale riguarda soprattutto i 15-64enni più che gli occupati anziani
L’Istat ha pubblicato di recente i nuovi dati del mercato del lavoro italiano. A novembre 2025 il numero degli occupati risulta pari a 24 milioni e 188 mila unità, in lieve calo rispetto al mese precedente. Al di là dell’andamento congiunturale, l’elemento più rilevante che emerge riguarda la composizione per età.
Da tempo è noto che la crescita dell’occupazione in Italia è trainata prevalentemente dalle fasce di età più avanzate, in particolare dagli ultra 50enni. Tuttavia, nell’ultimo anno guardando i dati sembrerebbe che sia stata addirittura la fascia degli over 65 a sostenere (quasi) tutta la crescita: 152 mila occupati in più in quella fascia sui 179 mila totali. In altre parole, (quasi) tutta la nuova occupazione sarebbe riconducibile a persone che dovrebbero già essere in pensione. In verità, la realtà dei dati è l’opposto dell’evidenza appena descritta.
La ragione risiede nei flussi demografici. Ogni anno, i 14enni compiono gli anni ed entrano nella fascia 15-64 anni mentre i 64enni si spostano negli gli over 65. Il punto è che la differenza di questi flussi (14enni in entrata e 64enni in uscita) è diventata molto grande e traina il risultato nei dati Istat. Nell’ultimo anno, infatti, la popolazione over 65 ha beneficiato di un flusso in ingresso di circa 800 mila unità, a fronte di un’uscita stimata, per effetto dei decessi, di poco meno di 600 mila unità, con un saldo positivo di circa 200 mila persone. Ovvero, la gran parte dell’aumento degli occupati over 65 anni nei dati Istat è il risultato dell’anagrafe, non di creazione di posti di lavoro poiché i 64enni erano già occupati nel 2024, solo classificati nella fascia 15-64 anni. In effetti, il solo spostamento di occupati da una fascia all’altra ha per definizione un effetto netto nullo sul saldo totale. Quindi, il dato tendenziale italiano di Novembre (+179 mila occupati) non può essere dovuto allo spostamento di una coorte tra fasce anagrafiche Istat. Piuttosto, il risultato generale è dovuto in larga parte alla fascia 15-64 anni che, sebbene ha perso 225 mila persone negli ultimi 12 mesi a causa della demografia, ha comunque aumentato la propria occupazione di 27 mila unità.
Quanto appena detto è sintetizzato dall’Istat nella “variazione tendenziale al netto della componente demografica” che, per l’appunto, segna +0,6 per cento per i 15-64enni (Istat non riporta un dato analogo per gli over 65 ma è deducibile da quanto sopra). Ovvero, il modo corretto per interpretare gli ultimi dati è quasi l’opposto di quanto si dedurrebbe dai dati stessi. La variazione tendenziale osservata è di +27 mila per la fascia 15-64 anni ma il dato “reale”, cioè al netto della demografia, diventa circa +150 mila. Discorso analogo ma opposto per gli over 65enni: +152 mila osservati che si riducono ad appena +30 mila circa al netto della componente demografica (del resto, quanti datori di lavoro offrono nuovi contratti a lavoratori con più di 65 anni?). Per questo, prendere alla lettera i dati Istat non è corretto. E non perché i dati siano errati, ma perché mascherano diversi effetti.
In ogni caso, quanto detto finora avviene perché una parte degli over 65 resta occupata (se nessuno lavorasse oltre i 65 anni non potremmo mai osservare un aumento degli occupati in quella fascia d’età), cosa mai discussa nei dibattiti. Effettivamente, il tasso di occupazione degli over 65 anni è salito molto dal 2012 ad oggi, in particolare nell’ultimo anno. Per dare l’idea, il tasso di occupazione dei 65-74enni era del 5,5 per cento nel 2012, è poi salito al 10,0 per cento nel I trimestre 2024 e si aggira oggi all’11,8 per cento (III trimestre 2025, ultimo dato disponibile). E anche in questo caso l’effetto è trainato dai flussi: ogni anno negli over 65anni entrano coorti che sono (e restano) occupate più di quelle che escono, cioè i defunti.
Sul perché alcuni lavoratori restano occupati oltre i 65 anni, quali professioni svolgono o quali riforme del mercato del lavoro e previdenziali hanno determinato questo risultato – ci si impegna già a un intervento futuro sul tema. Intanto, si può ricordare una cosa banale ma trascurata: la demografia è sempre cruciale ed influenza i dati anche quando, all’apparenza, non si direbbe.