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Due modi di leggere il gender pay gap. E l'Italia è ancora indietro

Lorenzo Borga

I dati sul divario salariale di genere dicono due verità: rispetto ad altri paesi europei l'Italia non è messa male, ma a guardare la differenza tra i salari guadagnati da tutti i lavoratori uomini e quelli incassati da tutte le lavoratrici il quadro cambia

Quando in occasione della Festa della Donna si presentano i numeri sulle disuguaglianze e segregazioni di genere in Italia si sorvola spesso su un dato: il gender pay gap. Si tratta sostanzialmente del divario salariale di genere. Quanto cioè vengono pagati i lavoratori dipendenti uomini rispetto alle donne, quasi ovunque in Europa (Lussemburgo escluso) in più. Ebbene il paese con il secondo divario più basso in Europa – dopo il già citato Lussemburgo – chi è? Esatto, l’Italia.

Incredibile a dirsi in un paese in cui le lavoratrici sono solo il 52 per cento (dato peggiore dell’Unione europea) e in cui ogni giorno alle donne vengono richieste in media cinque ore di lavoro di cura in famiglia (quarto dato più alto dell’area Ocse, ce la giochiamo con la Turchia). A meno che non siano – paradossalmente – proprie queste le cause di un divario salariale più basso che nel resto d’Europa.

Prima di tutto, i dati: in Unione Europea – secondo i dati Eurostat sul 2022 diffusi in occasione dell’8 marzo – gli uomini guadagnano in media il 12,7 per cento in più delle donne, in Germania si arriva al 17,7, in Francia al 13,9, in Spagna all’8,7, mentre l’Italia si posiziona, appunto, al penultimo posto solo al 4,3 per cento. Un gap che peraltro si sta riducendo negli ultimi anni, dopo essere arrivato al 7 per cento. A contribuire sono diverse cause: tra le altre, il basso divario nel settore pubblico e i salari mediamente bassi, compresi quelli degli uomini.

Ma il dato di Eurostat non basta per cantare vittoria, purtroppo. La statistica da sola infatti non spiega come si arriva alla percentuale del 4,3 per cento. Quando si calcola la differenza tra la media dei salari delle donne e quella degli uomini va infatti tenuto conto di chi sono le donne che hanno un lavoro in Italia. Come si diceva, in Italia solo una su due lavora come dipendente o libera professionista. In alcune regioni del sud le percentuali scendono a livelli più simili a quelli del Nord-Africa (!) che all’Europa continentale. E le donne che un lavoro ce l’hanno, e magari lo hanno anche mantenuto dopo la nascita di un figlio, sono quelle che possono permetterselo. Già prima infatti di un’eventuale maternità le donne tendono a guadagnare meno dei propri compagni (nonostante la parità ormai raggiunta su competenze e titoli di studio): ecco perché di fronte alla spesa di un asilo nido o una babysitter molte famiglie sono costrette a rinunciare, convenendo lasciare a casa chi tra i genitori guadagna meno (dunque la donna) ad accudire il figlio. E così il confronto tra i salari di uomini e donne perde buona parte del suo significato.

Eurostat pubblica infatti anche un secondo dato di particolare interesse: il gender pay gap complessivo. La differenza cioè tra i salari guadagnati da tutti i lavoratori uomini e quelli incassati da tutte le lavoratrici. In sostanza il confronto tra il monte salari maschile e quello femminile. Ed ecco che i numeri finalmente descrivono la sproporzione conosciuta in molte famiglie italiane: l’Italia passa dall’essere penultima nella classifica del gender pay gap medio a terza in quella del divario complessivo, ben sopra la media europea. La differenza salariale tra uomini e donne decuplica, passando dal 4,3 per cento al 43 (anno 2018, ultimi dati disponibili).

Per raccontare l’Italia delle disuguaglianze di genere non è necessario – come fa qualcuno – nascondere il dato del divario salariale, perché non coerente con la narrazione mainstream. Basta sapere leggere nei dati, e spiegare cosa c’è dietro il velo delle statistiche. Si scoprirà un’Italia ancora ben lontana dalla parità sul luogo di lavoro e in famiglia.

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