In Argentina

Il socialismo va contro il buon senso. Ancora su Benegas Lynch, ispiratore di Milei

Carlo Marsonet

Quando vince l'idea secondo cui il socialismo è solo un impossibile tecnico: ignora il fatto che la ricchezza si produce per mezzo del lavoro e della creatività individuale, e non per mezzo di apparati burocratici

L’Argentina, è noto, è terra di viscerali scontri tra peronisti e anti peronisti. La presidenza di Juan Domingo Perón (e della seconda moglie “Evita”), infatti, inaugurò una dottrina economicamente socialista imperniata attorno alla triade Dio, patria e popolo. Il justicialismo nazionalista e corporativo di matrice peronista, come afferma Loris Zanatta, storico dell’America latina dell’Università di Bologna, non prometteva altro che il paradiso in terra per il popolo argentino: a ben vedere, l’ideologia socialista che lo sorregge non è che la negazione della realtà. Un’idea, insomma, che si pone in antitesi al pensiero liberale, il quale riconosce come le risorse non piovano dal cielo.

  

Contro tale negazione della realtà si è scagliato in modo piuttosto irruente l’economista Javier Milei, pochi giorni fa entrato in carica come nuovo presidente. Tra i suoi consiglieri – come ricordava il Foglio ieri – figura Alberto Benegas Lynch, figlio dell’omonimo economista, il quale ha scritto il libro da poco tradotto in italiano: "La postverità socialista" (Rubbettino, a cura di Claudia Razza e con introduzione di Renato Cristin). Si tratta di una raccolta di articoli pubblicati su alcuni quotidiani, argentini e non, aventi per oggetto la discussione generale di alcuni capisaldi del pensiero liberale. Studioso ed epigono della Scuola austriaca, Benegas Lynch a più riprese definisce il liberalismo come “il rispetto incondizionato per i progetti di vita degli altri”. Se così stanno cose, egli scrive, non ha senso dividere il liberalismo in tante sfere quante sono le dimensioni dell’esistenza umana: non si può spacchettare ciò che è intimamente legato (si pensi a quanto scrisse Luigi Einaudi). 

 

A proposito di ciò, e in particolare riferendosi all’etichetta tanto in voga oggi per confondere le idee sulla natura del liberalismo, quella di “neoliberalismo”, l’economista argentino riprende una sarcastica battuta di Mario Vargas Llosa: “Mi considero un liberale e conosco molte persone che lo sono e molte di più che non lo sono. Ma, nel corso di un cammino, che comincia a essere piuttosto lungo, non ho ancora conosciuto un solo neoliberale”. Secondo Benegas Lynch, il liberalismo va preso integralmente e ciò significa che economia, politica e morale costituiscono un tutto che non può essere scisso. Quali sono le istituzioni più adatte, in quanto rispettose, di una società libera? In campo economico, il mercato, giacché consente a ciascuno di disporre delle proprie risorse senza essere soverchiato da altri; politicamente, una democrazia che poggi su uno stato limitato nei compiti e difensore dei diritti di libertà. La persona moralmente libera è quella interiormente padrona di se stessa e la quale, dunque, non si fa occupare e manipolare dall’esterno

  

Benegas Lynch rammenta, sulla scorta di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, come il socialismo non sia che un impossibile tecnico, economicamente e gnoseologicamente parlando: l’accentramento delle decisioni nelle mani di un pianificatore che si presume onnisciente falliscono miseramente nel momento in cui vengono meno gli indici di scarsità, i prezzi, frutto dell’interazione sociale dispersa e decentrata. L’ideologia socialista, allora, va contro lo stesso buon senso, dal momento che ignora il fatto che la ricchezza si produce per mezzo del lavoro e della creatività individuale, e non per mezzo di apparati burocratici che anzi la consumano. D’altro canto, però, ricorda Benegas Lynch, l’insidia del socialismo risiede nella sua straordinaria capacità di rinascere dalle sue ceneri celandosi dietro nuove e seducenti formule, come il politicamente corretto.