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La riforma del Reddito di cittadinanza e la prospettiva di un altro fallimento

Lorenzo Borga

Il governo è certo che con la fine del Rdc si potranno rivedere le politiche attive del lavoro. Ma gli ultimi dati sono tutt'altro che confortanti

Politiche attive, ci risiamo. La riforma del Reddito di cittadinanza entra nel vivo e le prime 160 mila famiglie sono state avvisate con un sms della sospensione del sussidio in vista dell’arrivo del nuovo Supporto per la Formazione e il Lavoro. Un aiuto, massimo 350 euro al mese a persona per 12 mesi non rinnovabili, che verrà erogato a partire da settembre in cambio della partecipazione a corsi di formazione obbligatori. Il governo è convinto che sia la volta buona e che non saranno ripetuti gli errori del passato. Anche il Reddito di cittadinanza era stato venduto dai Cinque stelle e dall’Inps a guida Tridico come strumento per far rientrare nel mercato del lavoro centinaia di migliaia di poveri. Un errore politico che sarebbe stato corretto in pochi mesi ma ormai il danno era fatto, e il Reddito di cittadinanza avrebbe attirato critiche per non essere riuscito a trovare un impiego a persone da anni fuori dal mercato del lavoro, spesso con carichi familiari impegnativi e livelli di istruzione non adeguati. Un classico errore politico di aspettative, decisamente troppo ottimistiche.

 

La ministra Marina Calderone è però sicura che questa volta sarà diverso. A Sky TG24 Economia ha infatti assicurato che con la riforma le cose cambieranno: “E’ stata fatta una separazione delle platee, adesso si sono differenziati i percorsi: il paradigma è completamente differente, c’è bisogno da parte dei beneficiari di una volontà di intraprendere un percorso che vada verso il lavoro”. Eppure i dati a disposizione non sembrano giustificare l’ottimismo della ministra. E la cosa interessante è che è lo stesso esecutivo a sottolinearlo. Nella proposta di rimodulazione del Pnrr, il ministro Fitto fa scrivere su Gol – il programma di politiche attive pagato con fondi europei che punta a coinvolgere 3 milioni di persone – “i dati mostrano luci e ombre. I risultati relativi al reinserimento nel mondo del lavoro e alla formazione non sono incoraggianti”. Il governo ci va giù duro: “Con riguardo alla formazione solo il 29 per cento dei beneficiari” sta svolgendo i corsi. Non esattamente un quadro che ispira fiducia sul buco nero delle politiche attive, affidate da sempre alle regioni che si muovono ognuna per conto proprio.

Sale quindi la curiosità di andare a leggere i dati Anpal. Gli ultimi, relativi a giugno, sono sconfortanti. Particolarmente interessanti sono quelli relativi ai percettori del reddito di cittadinanza indirizzati verso i centri per l’impiego, che dunque vengono valutati come in grado di lavorare (e sono già di per sé una minoranza). Prima di tutto, chi sono queste persone: prevalentemente single, due su tre hanno al più la licenza media, e solo nel 9 per cento dei casi hanno lavorato nel corso degli ultimi 12 mesi. E questi sono i cosiddetti “occupabili”. Veniamo alle politiche attive: solo il 42 per cento di questi segue in effetti un’attività di formazione o sta svolgendo un tirocinio. A tutti gli altri non è stato ancora offerto un percorso di reinserimento lavorativo, nonostante si siano attivati. I numeri regionali mostrano un’Italia – come troppo spesso accade – colorata a macchie di leopardo. In Molise i beneficiari a cui è stata proposta almeno un’attività sono appena il 6,6 per cento, in Sicilia il 15,5, in Campania il 26,9 (comunque più della Lombardia, unica regione del centro-nord che presenta progressi così modesti). La domanda sorge spontanea: come faranno questi stessi centri per l’impiego a occuparsi di altre centinaia di migliaia di persone che si rivolgeranno loro? Nonostante gli ingenti stanziamenti del Pnrr, il sistema di politiche attive appare ancora troppo frammentato e inefficiente.

 

Non va dimenticato che le 436 mila famiglie che – secondo il governo – riceveranno il Supporto per la Formazione e il Lavoro perché considerate occupabili dovranno seguire obbligatoriamente corsi di formazione. Pena l’esclusione dall’aiuto, che in effetti è considerato un rimborso spese dalla legge e non un sussidio contro la povertà. La preoccupazione degli esperti – per esempio l’Alleanza contro la povertà – è dunque che le fondamentali attività di reinserimento si trasformino in semplici adempimenti burocratici da assolvere per incassare i 350 euro al mese. Senza dunque fornire una vera prospettiva di trovare un impiego per queste centinaia di migliaia di poveri che dopo i 12 mesi – non rinnovabili – di durata dell’aiuto rischiano di trovarsi senza alcun sostegno.

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