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La riforma del Mes tutela gli interessi nazionali. Ecco perché bisogna ratificarla

Lorenzo Borga

E' uno strumento che potrebbe intervenire per ricapitalizzare istituti bancari in crisi senza coinvolgere i governi nazionali, che non dovrebbero così più firmare alcun memorandum. Una misura che, nei fatti, conviene all'Italia

L’Italia per anni ha insistito al tavolo europeo per rafforzare il fondo di garanzia comune utile in caso di salvataggi bancari. Una volta ottenuto, ha deciso di bloccare tutto e di non ratificare la riforma, impedendone l’entrata in vigore. Full stop.

Questa è la storia della riforma del Mes, riassunta in due frasi. Ripartiamo dall’inizio: nel 2017 ha inizio il dibattito tra i ministri dell’Economia dell’Eurozona per una riforma del Meccanismo europeo di stabilità, che durante la crisi della moneta unica aveva sostenuto Grecia, Cipro, Irlanda, Portogallo e Spagna ma che dopo il “whatever it takes” di Draghi aveva perso gran parte della sua rilevanza. Si capì dunque che serviva trovare altre funzioni agli oltre 80 miliardi di euro già versati dai paesi membri. L’Italia, con altri paesi, spinse per utilizzarli come backstop, fondo di emergenza, per fronteggiare crisi bancarie. E lo ha fatto in modo bipartisan, con tutti i governi di ogni colore politico che si sono succeduti durante le trattative europee tra il 2017 e il 2021.

 

A chiarire come sono andate le cose sono gli stessi ministri dell’Economia che per l’Italia hanno negoziato la riforma del Mes. Giovanni Tria al Foglio ha detto nel 2020 che “le modifiche del Mes sono tutte marginali, a parte il backstop per le crisi bancarie”. Roberto Gualtieri, successore di Tria nel secondo governo Conte, al Parlamento aveva riferito, sempre nel 2020, che il rafforzamento del fondo di risoluzione bancaria “rappresenta la vera novità e valore aggiunto” della riforma, la cui introduzione “anche grazie all’iniziativa italiana” è stata anticipata di due anni dal 2024 al 2022.

 

Secondo Daniele Franco, responsabile del Mef tra il 2021 e il 2022, “la riforma del Mes contribuisce a proteggere la stabilità finanziaria dell’area Euro”. E perfino per l’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti il Mes è “ovviamente lo strumento più a portata di mano per la creazione del backstop da attivare in caso di grandi crisi bancarie, che rappresenta l’unica parte davvero nuova della riforma”.

 

Tutti i ministri, anche l’attuale, concordano dunque che l’unica novità rilevante della riforma è il rafforzamento del fondo per i salvataggi bancari e che questa novità favorisce l’Italia. La schizofrenia italiana ha già prodotto risultati: dopo gli sforzi profusi per anticipare di due anni la data di attivazione della linea di credito per i salvataggi bancari, il ritardo nella ratifica del Parlamento italiano sta vanificando il risultato dei negoziati.

 

In realtà già oggi il Mes – anche senza riforma – potrebbe intervenire per ricapitalizzare istituti bancari in crisi. Lo ha già fatto, in Spagna nel 2012, con un prestito di oltre 40 miliardi di euro. Ma le condizioni imposte a Madrid non sono state di poco conto: la Spagna ha dovuto firmare un memorandum promettendo riforme strutturali – tra cui quella del mercato del lavoro – e taglio del deficit. I progressi compiuti sono stati verificati regolarmente dalle istituzioni europee, con una vera limitazione della sovranità nazionale. Con la riforma, in caso di necessità, il Mes potrebbe prestare oltre 60 miliardi al Fondo di Risoluzione Unico, che potrebbe intervenire direttamente per ricapitalizzare un singolo istituto. Senza coinvolgere i governi nazionali, che non dovrebbero più firmare alcun memorandum. Se i sovranisti sono realmente tali, lo dimostrino ratificando una riforma che, nei fatti, tutela l’interesse nazionale.

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