La storia del "Whatever it takes" di Mario Draghi

Enrico Cicchetti

Il contesto e il significato della frase pronunciata dall'allora presidente della Bce e diventata poi la sua firma e il simbolo della politica economica a sostegno dei paesi dell'eurozona

In uno storico discorso tenuto il 26 luglio del 2012 alla Global investment conference di Londra, l'allora presidente della Banca centrale europea ha pronunciato le tre parole che sarebbero diventate poi la sua firma. "Whatever it takes" è la frase più famosa di Mario Draghi, che ieri, mercoledì 3 febbraio 2021, ha accettato l’incarico di formare un nuovo governo. 

    

"All’interno del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza"

    

Il "Whatever it takes" non è solo il simbolo della presidenza Draghi, ma in generale di tutta la politica economica degli anni successivi a sostegno dei paesi dell'eurozona. L'Ue allora si trovava nel pieno della crisi del debito sovrano europeo. Nell'estate 2012 i paesi "periferici" dell'area euro (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia), indicati spesso con l'acronimo PIIGS, erano colpiti da una nuova situazione di tensione economica, dopo la grande crisi dei subprime di quattro anni prima, con la crescita dello spread e il timore tra gli esperti del settore che, senza un intervento deciso, tali paesi avrebbero potuto fare default, causando una "rottura" dell'intera area euro. Tale situazione stava inoltre contribuendo ad aumentare l'euroscetticismo, in particolare nel Regno Unito. La Bce, disse Draghi – che era in carica da meno di un anno – avrebbe fatto "tutto il necessario" per salvare l'euro da eventuali processi di speculazione. Le sue parole, definite dal successore Christine Lagarde, "le più potenti nella storia delle banche centrali", hanno permesso, sostengono gli esperti, di bloccare la speculazione contro i debiti sovrani e quindi di evitare la rottura dell’unione monetaria.

  

Le parole prima di "Whatever it takes"

Prima del celebre “Whatever it takes”, Draghi pronunciò (per due volte) altre tre parole che in pochi ricordano: “Within our mandate”. Ovvero: all’interno del mandato della Bce. Quelle tre parole sono una premessa fondamentale. “Cosa vogliono dire queste parole?", ha ricordato Bini Smaghi, a lungo membro del comitato esecutivo della Bce, in un seminario organizzato dalla fondazione Astrid nel 2018. "Che il ruolo della Banca centrale è di far fronte a crisi di liquidità, non di solvibilità di uno stato. In altre parole, la Banca centrale può intervenire per contrastare rischi di contagio, ma non per finanziare una dinamica insostenibile del debito”. Insomma, se un governo decide deliberatamente di deviare dalle regole europee, la Bce non può fare assolutamente nulla. L’Eurotower può fare “whatever it takes”, ma “nei limiti del mandato”: non può finanziare deficit e debiti insostenibili.

 

Nella sua introduzione, il governatore utilizzò anche una metafora per indicare la necessità di cambiamento, paragonando l'euro a un calabrone (bumblebee), che secondo una diffusa credenza non saprebbe volare:

"Anni fa alcune persone dicevano che l'euro era un calabrone che riusciva a volare senza che si sapesse bene come. Per molti anni l'euro, questo bombo, ha volato bene senza che si sapesse come. Ma ora è venuto il momento di evolversi e l'euro deve diventare una vera ape".

 

Draghi aggiunse anche che 

 

"L'unica via d'uscita da questa crisi attuale è avere più Europa, non meno Europa".

 

e di conseguenza:

"Pensiamo che l'euro sia irreversibile. E non è una parola vuota ora, perché nella mia premessa ho esattamente detto quali azioni sono state fatte ed esse sono state fatte per renderlo irreversibile".

 

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  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016