Lapresse

L'analisi

Giuste critiche e contraddizioni dei sindacati sulla delega fiscale

Marco Leonardi

Alcuni princìpi che ispirano il progetto di riforma del governo sono sbagliati tanto strutturalmente quanto nella attuale contingenza. Dalla rendita immobiliare alla flat tax, cosa non torna nel testo passato in Cdm

La scorsa settimana Giorgia Meloni è andata in qualità di presidente del Consiglio al congresso della Cgil ed è stata contestata in primis per la sua proposta di delega fiscale. Hanno ragione i sindacati a contestare la delega fiscale non tanto nel metodo (non essere stati consultati prima) quanto proprio nel merito. Hanno certamente ragione perché la delega fiscale contiene alcuni princìpi del tutto sbagliati sia strutturalmente che nella contingenza. È sbagliato dare una tassazione di favore alla rendita immobiliare oltre un certo limite. I redditi da affitto sono cresciuti moltissimo in Italia a discapito dei redditi da lavoro (in 20 anni dall’8 al 13 per cento dei redditi totali). Continuare a favorire oltremodo chi è tassato sui redditi immobiliari è certamente una semplificazione per il contribuente perché è assai comodo avere una tassazione forfettaria sui redditi d’affitto (21 o 10 per cento), ma bisogna essere consapevoli che tutto quello che si risparmia di tasse sulle rendite immobiliari dovrà essere coperto da tasse sul lavoro. In particolare, assoggettare ad aliquota forfettaria anche gli affitti degli edifici commerciali (oggi assoggettati a Irpef) sembra proprio un eccesso.

 

Come sembra un eccesso promettere a piccole aziende la possibilità di accordarsi ex ante con il fisco su un valore di utile presunto nei prossimi due anni. Io mi domando in quale altro paese al mondo si adotti un tale sistema per le piccole imprese, certo molto comodo per il contribuente ma anche molto pericoloso per il gettito fiscale. Un conto è una grande multinazionale che pensi di stabilirsi in Italia e quindi si mette d’accordo con il fisco su specifiche questioni complesse, ma questo ragionamento non ha senso per le imprese più piccole già stabilite in Italia. La parte della delega fiscale comunque più critica riguarda la flat tax. La flat tax per gli autonomi, se estesa molto (e lo è già fino a ottantacinque mila euro di reddito), favorisce oltremodo il reddito autonomo a discapito di quello dipendente. Ma la cosa più delicata è la flat tax per il lavoro dipendente. La proposta originale di Lega e Forza Italia è sempre stata quella di una flat tax per tutti i redditi autonomi e dipendenti. Fratelli d’Italia, una volta capito che avevano la possibilità di governare, ha proposto il compromesso della flat tax incrementale (cioè solo sui redditi aggiuntivi da un anno all’altro) che potenzialmente è anche peggio della flat tax tout court, ma ha il pregio di salvare i conti pubblici, perché ovviamente una flat tax sull’incremento costa meno che una flat tax sul tutto.

 

Il principio della flat tax ha senso quando è diretta a evitare l’evasione e ad aumentare l’offerta di lavoro: entrambi i princìpi si possono applicare entro un limite ai redditi di lavoro autonomo, tant’è vero che anche il centrosinistra già dei governi Prodi aveva applicato una flat tax per le sole start up (con l’intento di incentivarle) e per un periodo limitato di tempo. Ma ovviamente il principio di evitare l’evasione e di aumentare l’offerta di lavoro non si applica al lavoro dipendente (che non evade e non cambia orario di lavoro a seconda della tassazione), quindi tendenzialmente la flat tax non ha nessun senso per il lavoro dipendente.

 

Ma questo forse è un punto di contatto programmatico, forse inconsapevole, tra Meloni e la Cgil. Da anni ormai i sindacati propongono la detassazione degli aumenti contrattuali. Ovviamente l’intento è di favorire il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro ponendo i datori di lavoro in condizione di garantire aumenti maggiori proprio perché detassati. Ma questa proposta è molto simile a una versione della flat tax incrementale per il lavoro dipendente, perché detassa solo l’aumento del reddito sebbene limitatamente ai lavoratori che abbiano un rinnovo del loro Ccnl. Questa richiesta non è mai stata approvata da nessuno degli ultimi governi per la buona ragione che tassare gli aumenti contrattuali significa creare un’aliquota diversa per ogni lavoratore, per quelli fortunati che hanno un rinnovo contrattuale rispetto a quelli che non l’hanno avuto. Fare diversamente significherebbe “sporcare” la progressività, perché un lavoratore che guadagna cento verrebbe trattato sulla parte incrementale del suo reddito esattamente come uno che guadagna dieci. Meno male che gli sconti fiscali ai lavoratori a basso reddito sono stati invece concessi, giustamente fiscalizzando i contributi sociali che appunto vengono caricati sulla fiscalità generale invece che sul lavoratore fino a 35 mila euro di reddito. Così non si sporca la progressività del fisco e non si giustifica il principio di flat tax incrementale né per i dipendenti né per gli autonomi.

Di più su questi argomenti: