Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti (Ansa)

l'analisi

La riforma fiscale di Meloni è condivisibile ma c'è una sfida: quella della crescita

Nicola Rossi

Il disegno di legge atteso giovedi in Consiglio dei ministri può restituire efficienza all'attuale sistema fiscale e stimolare il pil. A patto di avere il coraggio di sostenere nuove imprese che investono in innovazione. Una proposta 

La lettura della documentazione che presumibilmente dovrebbe fornire le basi per la discussione del prossimo Consiglio dei ministri consente di confermare la valutazione iniziale (già avanzata su queste colonne il 9 marzo scorso): la proposta di riforma fiscale che l’esecutivo potrebbe accingersi a presentare tocca molti degli aspetti più deboli del nostro attuale sistema fiscale e appare, sotto molti punti di vista, condivisibile e potenzialmente in grado di restituirgli un grado ragionevole di efficienza ed efficacia. Ciò non esclude che un supplemento di riflessione possa essere utile e forse anche necessario per conseguire l’obiettivo.

 

Il punto più delicato riguarda le modalità con cui si intende, concretamente, perseguire l’obiettivo di un sistema fiscale capace di stimolare e sostenere la crescita. Al di là della riduzione del carico fiscale, della diversa qualità della legislazione tributaria e di un diverso atteggiamento della amministrazione – finalità peraltro essenziali nella situazione attuale – l’orientamento alla crescita è un obiettivo che sembrerebbe essere perseguito attraverso gli incentivi fiscali incorporati nella futura tassazione in sede Irpef o Ires dei redditi di impresa. L’obiettivo – va detto fin d’ora – è pienamente condivisibile e contiene uno degli aspetti più innovativi del disegno di legge delega: l’idea che le finalità redistributive – pur nel rispetto dei principi costituzionali – non possano essere il termine di riferimento della riforma essendo esse più efficacemente perseguibili dal lato della spesa. Al tempo stesso, implicita nella legge delega è l’idea che la crescita sia possibile solo per il tramite delle imprese già esistenti e solo qualora esse investano in capitale fisso o in capitale umano nelle direzioni previste dal legislatore (o dall’amministrazione).

 

Sono, ambedue, premesse deboli se non proprio infondate. In primo luogo, la crescita (e, in particolare, la crescita innovativa) avviene grazie alle nuove imprese e l’Italia registra ormai da un ventennio tassi di ingresso delle imprese sempre minori ed inferiori ai tassi di uscita. È un fenomeno la cui portata va oltre l’impatto, pur prevedibile, del processo di invecchiamento della popolazione e quindi, se di qualcosa c’è bisogno, è di una applicazione a tutte le start-up della aliquota ridotta al 15%. In secondo luogo, per le imprese già presenti nel mercato, bisognerebbe tener presente quanto sosteneva Steve Wozniak (uno dei fondatori della Apple): anche il più brillante degli inventori non è in grado di ipotizzare il contesto tecnologico prevalente in un orizzonte temporale che ecceda i due anni. Pensare che lo possano fare gli uffici di questo o quel ministero significa partire con il piede sbagliato.

 

Solo le imprese sono in grado – anche sbagliando, a volte – di provare a immaginare la strada dell’innovazione. Una strada che può prendere le forme più diverse e che non sempre è compatibile con aumenti occupazionali ma non per questo è meno importante ai fini della crescita. Si abbia quindi il coraggio di applicare l’aliquota ridotta a chi non distribuisce gli utili ma investe in capitale materiale o immateriale nelle direzioni che ritiene più opportune (con le ovvie limitazioni) o patrimonializza la propria impresa. Quel che deve più di ogni altra cosa interessarci è la dinamica: che nuove imprese nascano, che le piccole diventino medie e le medie grandi e anche che nel processo qualcuna esca dal mercato. E, quindi, che in questo processo il sistema fiscale non sia un ostacolo al cambiamento (il che, per inciso, richiede che l’unificazione meritoria delle imposte di bollo, ipotecarie e catastali si estenda gradualmente all’imposta di registro e in cifra fissa).

 

Un secondo punto meritevole di attenzione riguarda le conseguenze del mai troppo lodato superamento dell’Irap che si immagina possa essere sostituita da una sovraimposta sui redditi di impresa. Non è affatto chiaro perché si voglia mantenere – sia pure in forma diversa – uno dei principi che nel 1998 portò alla istituzione dell’Irap e cioè che la sanità debba essere finanziata attraverso le o (come sarebbe più corretto dire oggi) dalle imprese. Se l’obiettivo di legislatura – condivisibile anch’esso, per quanto non facile da realizzare – è quella della flat tax, allora è difficile non domandarsi se il finanziamento della sanità non debba essere in misura significativa conseguito attraverso una sovraimposta con base imponibile quale quella ipotizzata per la applicazione di alcune detrazioni o deduzioni (e cioè la base imponibile ottenuta sommando i redditi Irpef a quelli assoggettati ad imposte sostitutive).

 

Non è il caso, qui, di ricordare altri aspetti certamente positivi della proposta: per quanto riguarda l’avvicinamento dei concetti fiscali a quelli civilistici (che non è ragionevole limitare alle sole imprese maggiori), nell’ambito della finanza regionale e locale così come a proposito del diverso status dello Statuto del contribuente e del rapporto fra fisco e contribuente o per quanto riguarda la cosiddetta fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno. Un ultimo punto merita però di essere sollevato: la coperta della finanza pubblica è necessariamente molto corta ed è essenziale che la riforma venga portata a termine in un quadro pienamente sostenibile dal punto di vista della finanza pubblica. Al tempo stesso, se si vuole che la riforma parta con il piede giusto è essenziale che l’indicazione di una riduzione del carico fiscale sia chiara sia in termini attuali che in prospettiva. E di conseguenza che sia accompagnata ad un processo di revisione della spesa che non sia puramente (come oggi) di facciata. Più lo sarà e più diverranno nel tempo disponibili le risorse necessarie per affrontare, anche dal lato della spesa, le tante sfide che il paese ha davanti.

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