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Ottimismo da governare

Le buone notizie sul futuro dell'Italia passano molto da imprese e sindacati e poco dalla politica

Dario Di Vico

Il governo scampa al rischio della rincorsa salari-prezzi grazie al sacrificio di sindacati e imprese. Ma sull’inflazione i miracoli dal basso non basteranno. Le scelte che ora hanno di fronte la Bce e l'esecutivo

In pochi giorni l’Istat ha prodotto una serie estremamente interessante di dati che sono andati dal pil all’inflazione passando per l’occupazione e l’andamento delle retribuzioni. La somma algebrica di tutti questi numeri ci porta sicuramente a dire che si intravede una luce oltre il tunnel e la chiave di questa novità la possiamo rintracciare nella fine dell’incubo della bolletta energetica. Il gas costa grosso modo un terzo (nel mese di gennaio, secondo quanto comunicato ieri da Arera, il costo del metano per famiglie e piccole imprese è sceso del 34,2 per cento rispetto al mese di dicembre) e il beneficio per l’industria energivora del made in Italy è più che evidente. Ma se è giusto sottolineare il carattere esogeno della discontinuità sarebbe un errore relegare in secondo piano il ruolo che hanno ricoperto imprese e sindacati. Come sottolinea Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche, “hanno saputo guardare al lungo periodo e di conseguenza hanno salvaguardato seppur transitoriamente la base produttiva e occupazionale”.

 

Tanta roba, anche perché non è stata effetto di una decisione concordata dai vertici della rappresentanza ma si è palesata di fatto come somma dei comportamenti dei tanti soggetti dei territori. Un idem sentire che non era affatto scontato e un ennesimo piccolo miracolo del nuovo Triangolo industriale. Così non c’è stata la paventatissima rincorsa prezzi-salari e di fatto la tenuta dei consumi (la spesa alimentare si è contratta solo di qualche decimale con lo spostamento verso discount/private label e quella della ristorazione ha sostituito il take away alle trattorie) è stata finanziata/compensata dalla diminuzione del tasso di risparmio, che d’altro canto in tempo di lockdown aveva raggiunto vette impensabili. Però le famiglie che hanno potuto risparmiare non rappresentano l’universo degli italiani e di conseguenza se di questa traversata del tunnel dobbiamo alla fine individuare i loser sono state chiaramente le famiglie a basso reddito che hanno visto decurtarsi il loro potere d’acquisto senza poter far ricorso al conto corrente bancario. Poi siccome non si può procedere con la media del pollo occorrerebbe costruire una mappa dei loser che riesca a cogliere le differenze tra gli operai delle grandi imprese e quelli delle Pmi, tra nord e sud. C’è da aggiungere che i sindacati metalmeccanici nei giorni scorsi hanno messo assieme alcuni numeri sulle aziende in crisi ma per ora sulla grande scena nazionale non si sono imposti tanti casi di assoluta gravità e, anzi, per la triestina Wärtsilä si è registrata una schiarita.

  
Ma posto che l’incubo della bolletta energetica si attenui, come sembra ora, e visto anche che il funzionamento dei flussi delle grandi catene del valore ha recuperato in efficacia e timing, la domanda clou diventa: quanto ci vorrà perché la caduta dell’inflazione italiana scenda ben oltre le due cifre a cui ancora è ferma? Per una volta si eviterà di ricadere in pieno nella tradizione dei prezzi che salgono in ascensore e scendono (piano) usando le scale? Dalle risposte che verranno dipendono la ripresa dei consumi e la tenuta dell’occupazione.  

 
De Novellis sottolinea come le aziende che hanno comprato materie prime o semilavorati che incorporavano il costo della bolletta di cui sopra dovranno decidere che politica dei prezzi adottare per mantenere la marginalità e quindi se comportarsi in maniera flessibile o meno. Vista la domanda tutto sommato stagnante è possibile anche che sia la concorrenza ad avere la meglio e a fare da arbitro di un mercato in cui i produttori partono da un basso potere negoziale. Per completare il quadro vanno considerate con attenzione le scelte di altri due player di un certo peso, la Bce e il governo.

 

Francoforte dovrà scegliere se scommettere sull’inflazione di domani (unanimemente prevista come più bassa) o proseguire nella politica di rialzi (ieri la Bce ha alzato i tassi di mezzo punto).

 

Il governo, scampato non per suo merito il rischio della rincorsa salari-prezzi, vede allontanarsi la spada di Damocle d’aprile di ulteriori sussidi da erogare sul fronte energetico ma dovrebbe anche rendersi consapevole di una semplice verità. Un’inflazione che scendesse anche della metà del 10 per cento odierno comunque richiederebbe politiche di regolazione dell’andamento delle retribuzioni e del potere d’acquisto. Non si può sempre vivere di miracoli dal basso. E dopo anni di inflazione zero anche il solo tentativo di gestire socialmente un tasso del 5 per cento esige comunque di cambiare il mazzo di carte con cui si gioca.