Uno scatto delle proteste durante la Cop26 a Glasgow dello scorso novembre (LaPresse)

I quattro populismi da smascherare per una transizione ecologica non più estremista

Claudio Cerasa

L'approccio progressista e quello conservatore, le istituzioni europee e l'ideologia degli attivisti. Se si considera urgente il passaggio verso un altro modello di società occorre anche non chiudere gli occhi di fronte ad alcuni tabù. Rendere compatibile difesa dell’ambiente e difesa del benessere si può

Il punto in fondo è tutto qui: siamo in grado di uscire da un mondo monodimensionale per entrare in un mondo tridimensionale? La decisione del Parlamento europeo di bloccare la vendita delle auto a benzina e diesel a partire dal 2035, decisione che non ha un valore vincolante e che andrà negoziata con la Commissione europea e il Consiglio europeo, ha contribuito a far emergere alcune forme di populismo ambientalista che è forse utile illuminare in una stagione delicata come quella in cui ci troviamo oggi, all’interno della quale il tema della transizione ecologica, per ragioni legate anche all’impatto della guerra sulle nostre politiche energetiche, non riguarda più il se ma riguarda semplicemente il come. Su questa materia, le forme di populismo tossiche sono almeno quattro e riguardano elementi che impediscono alla transizione ecologica di essere a difesa non solo dell’ambiente ma anche dell’equità, del benessere e dell’occupazione di un paese.

 

Una prima forma di populismo ideologico è quella che viene dal mondo progressista ed è una forma di populismo che coincide più con un tic che con una posizione strategica: accelerare il più possibile la transizione ecologica, tutto e subito, considerando non prioritaria la compatibilità fra la tutela delle politiche ambientali e la tutela del benessere industriale di un paese: ce lo chiede l’ambientalista collettivo e pazienza poi se l’accelerazione dogmatica avrà un impatto sulla nostra economia, rendendoci più dipendenti da paesi esportatori di litio come la Cina. Una seconda forma di populismo è quella che viene dal mondo conservatore, che in modo altrettanto ideologico ha scelto di trasformare la transizione ecologica, il passaggio dalla stagione del dominio degli idrocarburi a quella del dominio delle rinnovabili, non in un’occasione per innovare il tessuto industriale ma nella nuova frontiera dell’anti europeismo: ce lo chiede l’Europa, dunque è sbagliato.

 

Una terza forma di populismo è purtroppo quella veicolata anche dall’Europa, le cui istituzioni, in primis il commissario Frans Timmermans, sembrano essere incapaci di capire che i nuovi equilibri prodotti dall’invasione dell’Ucraina impongono all’Europa di trovare una via diversa da quella del “come prima ma più di prima”. La quarta forma di populismo più interessante da illuminare (senza considerare naturalmente i populismi negazionisti) è una forma di populismo poco raccontata che coincide con un’incapacità strutturale da parte degli ambientalisti ideologici di essere coerenti con le proprie promesse e con le proprie premesse.

 

E se si considera urgente, cruciale, strategica la transizione verso una nuova stagione dominata dalle rinnovabili occorrerebbe con coerenza non chiudere gli occhi di fronte ad alcuni tabù. Sarebbe utile, per esempio, che l’ambientalista collettivo avesse il coraggio di ricordare che le rinnovabili, in un paese come l’Italia, vanno a rilento non per un complotto internazionale ma perché nel nostro paese (a) il 70 per cento dei progetti rinnovabili è fermo a causa della burocrazia, (b) ci sono da anni 575 domande bloccate al ministero della Cultura in attesa di un’autorizzazione, (c)  la durata media di un iter autorizzativo sulle rinnovabili è di sette anni nonostante la direttiva europea sulla promozione dell’utilizzo dell’energia rinnovabile preveda  una durata di un anno di media e due in casi eccezionali.

 

Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ripete spesso ai suoi interlocutori che sui temi ambientali uno dei limiti di molti osservatori è quello di non capire che il mondo nuovo prodotto dall’invasione dell’Ucraina costringe tutti, politici, imprenditori, legislatori e governi, a uscire dalla propria comfort zone e passare dal semplice piano monodimensionale a quello più complesso e tridimensionale. Il senso è chiaro: sull’ambientalismo è ora di premere il pulsante reset, e chi oggi cerca un consenso facile su questo terreno non fa altro che fomentare un populismo anti green destinato a essere controproducente non solo per la difesa dell’ambiente ma anche per la difesa del nostro benessere.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.