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I nostri guai non vengono dalla guerra. Visco tra ottimismo e sveglie ai politici (e al governo)

Claudio Cerasa

L’Italia è solida, sì, ma i rischi veicolati dall’irresponsabilità della  classe dirigente sono  più pericolosi di quelli veicolati dalle emergenze esterne. Le considerazioni del governatore di Bankitalia

Non è stata una mattinata semplice, quella di ieri, per i professionisti del catastrofismo. Prima, arrivano i dati dell’Istat, che certificano una crescita dell’Italia nel primo trimestre dell’anno superiore al previsto, più 0,1 per cento contro una stima precedente del trimestre pari a meno 0,2 per cento. Poi arrivano le considerazioni finali del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che offrono, come dice a fine giornata il numero uno di Intesa Sanpaolo Carlo Messina in un corridoio al primo piano di Palazzo Koch a Roma, “buone ragioni per non essere pessimisti sul futuro”. Ignazio Visco, nel corso della sua relazione, ha messo insieme tutto ciò che può permetterci di osservare il futuro con un moderato ottimismo. Ha detto che la crescita dei prezzi si manterrà elevata per tutto l’anno, ma che nel 2023 fletterà “in modo deciso”. Ha rassicurato sul fatto che “le condizioni di finanziamento dell’economia resteranno comunque favorevoli”. Ha detto che, sebbene il deficit energetico sia raddoppiato, nel 2021 il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è rimasto largamente positivo, “contribuendo a rafforzare la posizione creditoria verso l’estero”.

 

Ha detto che, nell’anno passato, il rapporto debito/pil è diminuito più di quanto ci si aspettava, arrivando al 151 per cento rispetto al 160 per cento, e che “nonostante il deterioramento del quadro congiunturale continuerà a scendere sia quest’anno sia il prossimo”. Ha detto che l’economia italiana, nonostante la guerra, nonostante l’inflazione, “ha la possibilità di superare le debolezze che ne rallentano lo sviluppo, per interrompere il ristagno della produttività”. Ha ricordato che in Italia la capacità delle imprese di dimensione medio-grande di raggiungere i mercati internazionali è compatibile con quella delle imprese di analoga dimensione di Francia e Germania. Ha ricordato che l’incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti delle banche è quasi la metà rispetto al 2019. Ha ammesso che sul fronte economico “la ripresa dell’attività produttiva ha superato le previsioni”.

 

E una volta messi insieme tutti i dati ha offerto buone ragioni per dimostrare che i problemi più pericolosi per il futuro dell’Italia arrivano più da minacce interne, endogene, che da minacce esterne, esogene. La guerra pesa sulla nostra economia, certo, e una guerra lunga può valere per l’Italia due punti di pil in meno. Ma, dice Visco, per far crescere l’economia, e far crescere anche i salari, più che pensare a quello che succede fuori dai nostri confini occorre pensare a ciò che accade all’interno del nostro paese. Dove la produttività è ancora molto bassa (dal 2010 al 2020 la produttività in Italia è rimasta più o meno la stessa, in Germania, in Francia e nell’area euro è invece raddoppiata). Dove la capacità delle aziende di aggregarsi, di fare squadra, è ancora insufficiente (in Italia le aziende con oltre 250 addetti sono poche, troppo poche, e impiegano meno di un quarto degli occupati, circa la metà di Francia e  Germania).

 

Dove il risparmio gestito viene investito poco nei titoli emessi dalle imprese nazionali (è solo il 5 per cento la quota di fondi  investiti in titoli emessi da imprese nazionali, mentre in Francia e in Germania quella cifra arriva al 34 e al 14 per cento). Dove il differenziale di rendimento fra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi conferma che il debito resta un fattore di forte vulnerabilità del paese. E dove, dice Visco, come a voler segnalare un tema al governo del presente e a quello del futuro, i progressi compiuti nell’ambito del sostegno al settore produttivo appaiono reali ma ancora “parziali”: “Restano – dice Visco – elevate la complessità e l’instabilità delle norme, la farraginosità dei procedimenti amministrativi, le carenze nel funzionamento delle amministrazioni pubbliche e della giustizia. Sono fattori che ancora oggi riducono la disponibilità a investire nel nostro paese”.

 

I veri guai strutturali per l’Italia non vengono dalla guerra, ma dall’incapacità da parte dei politici e degli imprenditori di saper trasformare fino in fondo la globalizzazione in un’opportunità per creare ricchezza. Visco non lo dice esplicitamente ma il messaggio è chiaro: l’Italia se la passa meglio di quanto possiamo credere ma rispetto al futuro i rischi veicolati dall’irresponsabilità della nostra classe dirigente sono infinitamente più pericolosi rispetto ai rischi veicolati dalle emergenze esterne. Appunti utili per tutti. Per i partiti, per le imprese e anche per questo governo, che prima o poi dovrà dedicare un po’ di riflessione anche al tema dei “progressi parziali”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.