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La guerra al supermercato. La carenza di materie prime fa alzare i prezzi 

Albero Chiumento

Gli effetti dell'invasione in Ucraina e il rincaro dell'energia hanno spinto verso l’alto i prezzi per produttori e allevatori: ora anche i consumatori ne saranno toccati. Mais e Girasole restano i prodotti che creano le maggiori difficoltà

Le difficoltà nel reperire le materie prime alimentari, necessarie anche per i mangimi del bestiame, stanno facendo aumentare i costi nella filiera agroalimentare. Per il consumatore finale non c’è il rischio del razionamento dei prodotti, come ha ricordato anche Mario Draghi giovedì, ma la crescita dei costi è inevitabile, dati anche gli aumentati dei costi dell’energia e degli imballaggi.

Ora sfamare un animale costa, in media, il 40 per cento in più. Per evitare che il sistema collassi sarà necessario che la grande distribuzione aumenti i prezzi di almeno il dieci per cento”, dice Primo Cortelazzi, presidente del Consorzio lombardo di produttori di carne bovina. Una conferma arriva anche da Simeone Fusco, amministratore delegato di Fusco mangimi: “Per chi fa la spesa gli effetti sono già visibili su alcuni prodotti, come il petto di pollo, ma presto toccheranno anche uova e mozzarella.”

 

Benchè la grande distribuzione non ami modificare i prezzi finali perché si minaccia il rapporto con il cliente, non vi sono molte alternative: a febbraio 2022 il prezzo medio di produzione del pollo è aumentato del 65 per cento rispetto a dodici mesi prima (anche per via dell’influenza aviaria che ha colpito gli allevamenti del nord Italia); negli ultimi tre mesi il costo all’ingrosso della carne di bovino è cresciuto del 15 per cento, secondi i dati Ismea; nello stesso periodo il costo al chilo delle uova d’allevamento è aumentato del 20 per cento, per i listini Cun elaborati dal ministero delle politiche agricole.

Per cercare di attutire gli aumenti è intervenuta la politica. Sempre giovedì, in commissione Agricoltura del Parlamento europeo, il Commissario Janusz Wojciechowski ha spiegato che è possibile sbloccare i fondi di riserva per le crisi della Pac: 500 milioni di euro. Prima volta in assoluto. Agli agricoltori italiani saranno destinati 50 milioni. Si è anche scelto di derogare l’obbligo di mantenere una certa quota di terreni a maggese, cioè a riposo, nel tentativo di incrementare la produzione.

L’invasione russa dell’Ucraina ha aggravato l’impossibilità di ottenere alcuni beni. Nel settore alimentare la carenza riguarda soprattutto il mais e il girasole, di cui si usano i semi e l’olio. Entrambi sono ingredienti fondamentali per l’alimentazione del bestiame. “Importiamo questi prodotti soprattutto dall’Ucraina. A causa del conflitto il prezzo non è soltanto aumentato, è schizzato”, dice Raffaele De Simone, broker nel commercio di cereali destinati a molini e allevatori. Ogni tonnellata di mais ora costa circa 430 euro, a inizio febbraio il prezzo era 290. È difficile reperire la materia prima all’estero. In Italia stiamo lavorando con le rimanenze di magazzino, ma non sono infinite e non permettono di pianificare il lavoro dei mesi futuri”.

 

Alcune aziende stanno bloccando temporaneamente la produzione ma per chi produce mangimi e alleva animali questo non è fattibile, come puntualizza Fabio Spada, amministrazione delegato di Spada mangimi. “Non ci possiamo fermare: il bestiame va sfamato ogni giorno, qualsiasi cosa succeda. Per alcuni l’alternativa sarebbe di abbattere o macellare gli animali, ma non la considero nemmeno una possibilità. Sarebbe semplicemente impensabile.”

L’Ucraina è fondamentale nel mercato del mais, essendone il quarto esportatore al mondo per quantità. La guerra ha cancellato la quota ucraina, spingendo in alto il prezzo perché la domanda si è concentrata sugli altri produttori. L’Italia importa circa il 50 per cento del mais che utilizza e di questo un quinto proviene dall’Ucraina. “Sostituire una quantità così elevata non è semplice – racconta ancora Fusco – l’unica soluzione è quella di aprire all’importazione di mais da Stati Uniti e Brasile, che però al momento è vietato perché lavorato con alcune varianti di Ogm. È necessario che a livello europeo si faccia una deroga anche a questo vincolo per almeno sei mesi, altrimenti sfamare gli animali sarà molto complesso.”

 

Tra i paesi europei che più spingono per la deroga c’è la Spagna, che già importa un tipo di mais lavorato con Ogm per i mangimi dei suini (è consentito). In Italia, il ministro per le Politiche Agricole Patuanelli si è mostrato favorevole a un’apertura. Un ulteriore preoccupazione era lo stop alle esportazioni scelto dall’Ungheria, pur in violazione delle norme europee. Essa è il primo fornitore di mais per l’Italia, di cui costituisce il 30 per cento delle importazioni. Un colloquio telefonico tra Draghi e il presidente ungherese Orbán, avvenuto mercoledì, ha permesso però di riprendere le importazioni. Negli ultimi anni in Italia sono diminuite le superfici coltivate a mais per via dall’aflatossina, una sostanza fortemente cancerogena che rende inutilizzabile il raccolto di mais e la cui frequenza è molto aumentata di recente.

 

Per quanto riguarda il girasole, l’agricoltura ucraina è così altamente specializzata che non vi sono paesi in grado di offrire lo stesso bene in modo altrettanto conveniente. È più semplice sostituire i derivati del girasole con prodotti affini, che però non sono stati risparmiati dall’aumento generalizzato dei prezzi. Per garantire la parte proteica nel mangime, si può usare la soia. “Ma non è facile reperire nemmeno questa visto che anche il governo argentino ha messo un blocco alle esportazioni e si prevede un aumento dei dazi”, sottolinea Spada. L’argentina è il principale esportatore di soia utilizzata nei mangimi animali. Su questo bene, la sua importanza è paragonabile a quella che l’Ucraina ha per il girasole.  

Sui prezzi si potrebbe riflettere anche la carenza dei fertilizzanti. Importarli è complesso perché le sanzioni hanno escluso dal commercio mondiale la Russia, che ne è però la prima esportatrice al mondo. Per molti agricoltori fertilizzare il terreno potrebbe essere un problema nelle prossime settimane. Come per il settore energetico, anche per quello agroalimentare è necessario ripensare alle fonti di approvvigionamento.

 

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