(foto EPA)

Erdogan e quell'inutile unione tra economia e religione

Alberto Chiumento

Il presidente turco usa slogan religiosi per opporsi alle regole tradizionali dell’economia come l'aumento dei tassi d'interesse. Una strategia pienamente politica, che però a lungo andare può mettere a rischio il bilancio dello stato

La sfida economica che Erdogan ha avviato in Turchia negli ultimi mesi sta causando una fortissima svalutazione della lira turca. Per comprare un dollaro il primo di settembre bastavano 8 lire, mentre qualche giorno fa ne servivano addirittura 18. La causa principale è l’intransigente e non convenzionale posizione economica del presidente turco. Per diminuire la crescente inflazione, Erdogan ha richiesto che venissero tagliati i tassi d’interesse, opponendosi alla teoria economica tradizionale che invece impone un aumento dei tassi per contenere l’inflazione. E non ha esitato a cancellare l’indipendenza della Banca centrale turca per ottenere i desiderata: negli ultimi tre anni si sono succeduti quattro diversi presidenti a guidare la banca centrale.

 

In realtà la posizione di Erdogan non è errata, ma è temporalmente sbagliata. Ridurre i tassi d’interesse crea un effetto positivo sull’economia perché favorisce gli investimenti e le esportazioni, ma ha come effetto collaterale l’aumento dell’inflazione. Attualmente però la ripresa economica dalla pandemia ha prodotto una forte inflazione anche nei paesi occidentali, e un paese emergente ed importatore di materie prime come la Turchia importa anche l’inflazione. Il comportamento di Erdogan quindi aggiunge una seconda dose di inflazione a una situazione già molto volatile: a novembre il livello dei prezzi in Turchia su base annua è salito al 21,3 per cento, rendendo difficoltoso per una parte della popolazione accedere a beni quotidiani come cibi e farmaci.

Per difendere la sua opposizione all’aumento dei tassi di interesse, sempre più sconnesso alla realtà economica e a cui si è opposto anche gran parte del mondo imprenditoriale turco, Erdogan ha utilizzato motivazioni religiose. “Non aspettatevi nulla di diverso da me. Come musulmano, io continuerò a fare ciò che le norme religiose richiedono”. Il riferimento era al divieto dell’usura nel mondo islamico. 

 

Persone in coda all'ingresso di un negozio di cambio valuta ad Ankara, in Turchia (foto Ap)

 

Tuttavia, il ricorso ai principi di finanza islamica non è molto convincente, come spiega Andrea Paltrinieri, professore di banking and finance all’Università Cattolica di Milano ed esperto di finanza islamica. “E’ vero che il tasso di interesse (Riba) nel mondo bancario che segue le norme islamiche è assente, ma questo non vuol dire che non ci sia remunerazione. Esistono strutture particolari che permettono di ottenere rendimenti ancorché in assenza di tasso di interesse esplicito”. La globalizzazione del mondo finanziario ha reso concorrenti le banche occidentali e le banche islamiche, che hanno necessità di remunerare la propria attività per resistere. “Ad esempio i rendimenti delle obbligazioni islamiche (Sukuk) sono paragonabili a quelli di un’obbligazione occidentale. Ed è normale che sia così vista la competitività e la rapidità con cui si muovono i capitali in questo periodo storico”, dice Paltrinieri.

 

Alcune strutture tipiche della finanza islamica sono la maggiore condivisione, rispetto al modello occidentale, dei profitti e delle perdite tra banca e imprenditore, e il forte legame degli investimenti con le attività reali sottostanti. Inoltre, non è consentito investire in alcuni settori come quello delle bevande alcoliche e quello pornografico. “Il principio alla base dell’affermazione di Erdogan è corretto. Ma poi la pratica è diversa: la remunerazione esiste. Si tratta quindi solo di un annuncio. Che oltretutto è un sintomo della sua difficoltà perché lo ha fatto in un momento di forte crollo del valore della Lira.”

Lunedì 20 dicembre, il giorno successivo a questa dichiarazione, il cambio lira-dollaro ha superato la soglia delle 18 lire turche ed Erdogan ha deciso di intervenire. Per bloccare la perdita di valore della valuta ha annunciato con un discorso che lo stato turco pagherà la differenza tra il tasso di deprezzamento della lira (rispetto al dollaro) e il tasso di interesse sui depositi, per i depositi dai 3 ai 12 mesi dei soli cittadini, escludendo quindi le imprese. Se una banca offre il 14 per cento sui depositi e dovesse avvenire una svalutazione del 20 per cento, il 6 per cento di differenza sarebbe pagato al correntista dallo stato turco, cioè dai contribuenti.

 

Questa novità garantisce l’impegno dello stato nel vigilare il tasso di cambio poiché le perdite saranno coperte da fondi pubblici. Ed è soprattutto un invito per i turchi a convertire i propri risparmi in lire turche. Infatti, è molto comune in Turchia convertire il denaro in valuta estera per evitare la svalutazione della lira, che si è accentuata ora ma è lentamente in corso da diversi anni. Si stima che tra il 50 e il 60 per cento dei depositi delle banche turche sia denominato in una valuta straniera.

L’intervento di Erdogan ha subito permesso il recupero della lira sul dollaro e il cambio si è ridotto fino a 11 lire per dollaro nella giornata di martedì. Pur senza esserlo, esso ha uno scopo simile all’aumento dei tassi di interesse, che Erdogan dice di voler rifiutare. Inoltre, il fatto che per la prima volta il governo si sia mostrato determinato ad intervenire attivamente sul valore della valuta ha contribuito positivamente.

“C’è però una conseguenza: ora è aumentato il rischio che gli investitori leggono sulla tenuta dei conti pubblici turchi. Si è passati da una crisi valutaria a una potenziale crisi di debito sovrano. Il debito pubblico sarà usato per coprire un’eventuale svalutazione della valuta. Attualmente questo è possibile per la Turchia poiché il rapporto debito/pil è molto leggero, intorno al 40%, ma se la svalutazione dovesse proseguire, fino a quanto si potrà appesantire il bilancio dello stato nel medio-lungo periodo?” conclude il professor Paltrinieri.

Sarebbe stato sufficiente aumentare i tassi di interesse, come fatto dalle banche centrali di paesi emergenti quali Brasile e Russia, che hanno seguito l’idea economica tradizionale. Erdogan, invece, prosegue nella sua “guerra economica di indipendenza” - come lui stesso disse dopo uno dei quattro recenti tagli dei tassi di interesse. I motivi religiosi sono inconsistenti e la guerra sembra più dovuta a motivi politici, elettorali e al desiderio di ridurre il peso degli investitori istituzionali esteri nell’economia turca.

Di più su questi argomenti: