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Ok boomer o ok choosy?

Il guaio dei lavori senza lavoratori riguarda i genitori, non il Reddito di cittadinanza

Claudio Cerasa

I numeri offerti dall’Anpal dicono che in realtà è una balla grande come una casa la possibilità che vi sia un percettore del Rdc che decida di rifiutare un impiego perché la retribuzione è inferiore al sussidio

Sarà capitato anche a voi, magari sfogliando i giornali locali, magari passeggiando al mare, magari entrando in uno stabilimento balneare, magari sedendovi al banco di un bar, magari accomodandovi al tavolo di  un ristorante, di fare i conti con una piccola verità difficile da accettare in una stagione come quella attuale in cui lo sblocco dei licenziamenti spaventa, in cui il lavoro sembra non esserci e in cui la disoccupazione torna a essere uno spauracchio vero, concreto, reale. Sarà capitato anche a voi però, in una di queste prime giornate estive, di imbattervi in una qualche testimonianza di un qualche proprietario di un qualche locale che in modo sincero è lì, di fronte a voi, a stupirsi per il fatto di non riuscire a trovare i lavoratori di cui avrebbe tanto bisogno.

 

Federalberghi, qualche giorno fa, ha diffuso una statistica mostruosa, secondo la quale in Italia, allo stato attuale, mancano circa 200 mila lavoratori stagionali nel settore del turismo. E un numero altrettanto grande lo offre al Foglio la Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, secondo la quale, tra personale di cucina e di sala, sono circa 150 mila gli stagionali che in questo momento servirebbero e che invece non si trovano. E non si tratta, come si sente dire, solo di lavoretti poco retribuiti, perché, come aggiunge la Fipe, “le medie messe a disposizione dal settore sono 1.600 lordi per il cuoco e 1.400 lordi per il cameriere, mance a parte, ma i superminimi dei cuochi, a seconda della professionalità maturata, variano tra i 2.000 e i 4.000 netti”. Diversi imprenditori ripetono che alcune delle persone che avevano contattato si sono rifiutate di essere assunte per non perdere il reddito di cittadinanza e chiedevano di essere pagate in nero per non perdere la propria paga base. I numeri offerti dall’Anpal ci dicono che in realtà è una balla grande come una casa la possibilità che vi sia un percettore di reddito di cittadinanza che decida di rifiutare un lavoro perché i lavori sono pagati meno del reddito (la media del reddito di cittadinanza è circa 500 euro a nucleo famigliare).

 

Mentre è forse più vera l'idea che chi ha il reddito di cittadinanza consideri preferibile aggiungere ciò che gli dà lo stato a ciò che il datore di lavoro potrebbe dargli in nero (ma lavorare in nero con il reddito di cittadinanza è un rischio che il datore di lavoro non si assume più). Di fronte a questi numeri ci si potrebbe indignare per le conseguenze nefaste prodotte dal reddito di cittadinanza, ci si potrebbe indignare anche per il modo in cui le imprese usano i canali ufficiali per cercare i lavoratori che servono e si potrebbe fare qualche riflessione sulla follia di un sistema fiscale come quello italiano che per una paga da 1.000 euro costringe il datore di lavoro a spendere circa il 50 per cento in più di tasse rispetto a ciò che riceve un lavoratore.

 

Si potrebbe fare tutto questo ma si potrebbe fare anche altro e, senza voler esagerare con la retorica, ci si potrebbe chiedere, per esempio, per quale ragione i genitori che si ritrovano in casa figli che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, che in Italia sono circa 2 milioni, pari al 22,2 per cento dei giovani compresi tra i 15 e i 29 anni, piuttosto che sussidiarli con personali redditi di cittadinanza non spingano i propri ragazzi a fare quello che molti genitori che stanno leggendo questo articolo avranno fatto probabilmente da giovani. Quando le proprie madri e i propri padri, durante l'estate, li hanno mandati, a calci dove sappiamo noi, a fare le prime esperienze lavorative in un bar, in un pub, in un ristorante, in uno stabilimento balneare. Nella carenza di personale stagionale che si registra quest'estate ci sono molte responsabilità. Ma la responsabilità forse più interessante, anche se inconfessabile e non misurabile, è quella che riguarda molti genitori, incapaci, come succedeva un tempo d’estate, di mandare i propri figli in età lavorativa a scoprire, in un bar o in un ristorante, cosa vuol dire iniziare a lavorare. Ok boomer? No. Ok choosy. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.