“No. A Draghi non serve nazionalizzare le autostrade”, ci dice Vito Gamberale

Maria Carla Sicilia

Con l’offerta vincolante Cdp compie il primo passo verso la nazionalizzazione di Aspi. “Ma le vere crisi industriali da affrontare sono altre”

Non penso che questo governo abbia bisogno di compiere una mossa demagogica. Sembrerebbe quasi distonico. Salvo che non sia un’iniziativa autonoma di Cdp, magari in coincidenza di prossime scadenze”. Per Vito Gamberale non è ancora troppo tardi per fare un passo indietro su Autostrade, facendo saltare l’accordo con Cassa depositi e prestiti e lasciando agli azionisti libertà di scelta su come gestire l’eventuale uscita della famiglia Benetton, mai indagata. L’occasione è il cambio dell’esecutivo, che può imprimere discontinuità rispetto all’esperienza dei governi Conte, da cui Mario Draghi ha ereditato un dossier frutto di una stagione politica diversa. “Una politica inesperta – dice Gamberale – basata sulla demagogia e non sull’esperienza, specie all’inizio. Che si era data un obiettivo dettato in parte dall’emozione e in parte dall’inesperienza”. Eppure questa potrebbe essere la settimana decisiva per chiudere la questione Aspi.

 

Il termine per presentare l’offerta vincolante da parte di Cdp, Blackstone e Macquarie scade oggi e venerdì il cda di Atlantia è chiamato a esaminarla. Resta da capire se si troverà un compromesso sul prezzo: la Cdp offre tra 8,5 e 9,5 miliardi di euro, pagando subito i tre quarti del valore, ma gli azionisti dei Benetton si aspettano tra gli 11 e i 12 miliardi. “Dobbiamo domandarci perché una cifra che prima era considerata onerosa ora diventa possibile da spendere”, dice Gamberale. “Possiamo permettercelo davvero? Siamo il paese che non sa se usare il Recovery fund per fare investimenti nuovi o dirottare le risorse su progetti già in cantiere per non aumentare il debito. E poi che facciamo, nazionalizziamo Autostrade?”. Per Gamberale quello di Aspi, con il crollo del ponte Morandi, resta un dramma. “I 43 morti richiedono colpevoli e condanne, non giustizia sommaria”. Ma ci sono altri e più importanti fascicoli industriali. “Il problema reale è Alitalia, trovare un modo per ridarle fiato. E’ reale l’Ilva, che rappresenta il perno del sistema industriale del paese. Intervenire sulla banda larga è un tema concreto: lì c’è un’esigenza del paese, una difficoltà dell’incumbent a portare avanti un progetto per via delle scorrerie che ha subito nel passato”. Di fronte a questo quadro, allora, quello di regolare i conti con la famiglia Benetton resta più che altro un problema politico. “Ma a volte anche l’oblio risolve le scivolate politiche”, dice l’ingegnere che in Autostrade è rimasto fino al 2006 come amministratore delegato. “E come paese dobbiamo chiederci se è giusto che il più grosso sistema industriale e finanziario del paese qual è la Cdp spenda diversi miliardi in un ‘non problema’”. Oggi, insomma, potrebbe essere il momento buono per risolvere il rompicapo Aspi scegliendo semplicemente di rimuoverlo.

 

“Mi chiedo se nella gerarchia delle priorità di cui Cdp si deve fare carico ci sia davvero l’acquisto di questo asset”, continua Gamberale, suggerendo piuttosto di guardare la questione da un’altra prospettiva, quella del controllo. “Autostrade è un’azienda di servizi e andrebbe governata dal punto di vista del controllo, non del recupero della proprietà. Non mi pare che il ministero si sia organizzato per potere controllare i gestori autostradali. E’ un tema che si tende a rimuovere, ma se c’è stata una cattiva gestione c’è stata anche una mancanza di controllo”. Lo stato, dice Gamberale, dovrebbe attrezzare il ministero delle Infrastrutture per creare un vero servizio di sorveglianza, che eviti il ripetersi di sciagure come quella di Genova e impegni la società a realizzare investimenti anche in nuove opere, oltre che in manutenzione, coinvolgendo Autostrade nel piano di rilancio del paese. “Quella di Aspi è la più grande rete autostradale a sé stante del mondo. Ed è dell’Italia. A controllo privato ma di capitali italiani. Starei più attento a chi entra nel capitale di un’impresa così strategica piuttosto di preoccuparmi di nazionalizzare”. In questi casi “pecunia olet”, dice Gamberale, che suggerisce di osservare con attenzione il comportamento dei fondi “che non sempre hanno un’anima istituzionale e una visione convergente con quella delle esigenze del paese”. Insomma, non è troppo tardi per fare un passo indietro? “Chi l’ha detto, scusi. Dagli errori si fa sempre in tempo a imparare. Anzi, riconoscere gli errori è il modo migliore per evolversi e per dare al proprio pensiero una visione diversa”.

 

  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Praticante da luglio 2020.