Per una generazione a cui raramente è concesso uno spazio nel dibattito pubblico, l’esempio di Alberto era un’infusione di coraggio

Alberto Alesina avrebbe tagliato corto: “Dei morti si può solo parlare bene”. Eppure, che sia stato uno dei più grandi economisti della sua generazione lo testimoniano il suo lavoro, la sua fama, la sua capacità di immaginare per primo nuovi ambiti di ricerca. Ha rivoluzionato un’intera area di studio – la political economy, che studia il ruolo di istituzioni e dinamiche politiche nell’influenzare le scelte economiche – e per trent’anni è rimasto il punto di riferimento per tutti coloro che volevano contribuirvi. Meno conosciuta, invece, è la sua capacità di abbattere quell’aura di sacralità che lo circondava agli occhi di chi non lo conosceva da vicino e di porsi sullo stesso piano del suo interlocutore. Come suoi studenti, vorremmo ricordare questo di Alberto.

 

Lo stereotipo del luminare arroccato su idee che lo hanno reso celebre era lontano dall’Alberto che avresti incontrato in corridoio o a un seminario. A chi mostrava qualche segno di debolezza non ha mai nascosto le difficoltà all’inizio del suo dottorato, quando casa era dietro la cornetta di un telefono e vedere la famiglia era un privilegio riservato al Natale. Raccontava di quanto parlasse male l’inglese e come temesse di non passare gli esami di fine anno. Guardando la sua carriera, sarebbe stato normale pensare che quelle difficoltà, comuni a molti studenti, lui non le avesse mai incontrate. E invece Alberto non aveva paura di mettersi sul tuo stesso piano, ammettendo di avere affrontato quegli ostacoli in prima persona.

Ti trasmetteva però il coraggio di argomentare e esporti, talvolta ad errori, sulla scorta di idee forti. Come sulla cima delle sue amate piste da sci, davanti al vuoto si lanciava con forza nella discesa. Subito prima di una presentazione importante ti diceva di sperare in una platea critica “perché sono le più utili per migliorare”, e allo stesso tempo ti avvisava scherzosamente: “Mi raccomando: niente cavolate!”

Per una generazione a cui raramente è concesso uno spazio nel dibattito pubblico, l’esempio di Alberto era un’infusione di coraggio. Era la persona che ti ricordava che le idee e il contenuto del lavoro vengono prima di pedigree e anzianità. Poco interessato ai titoli, ha sempre collaborato con tanti ricercatori giovanissimi, scoprendo talenti ora affermati a livello internazionale.

Come relatore, Alberto dimostrava la sua capacità di ascoltare senza imporre il suo punto di vista. Non accettava che le idee non nascessero dagli studenti. A patto che rispondessero a una domanda importante. Certo, a progetto avviato, era ben contento di contribuire, dare la sua visione e motivare, ma sempre lasciandoti libero.

Forse il segreto di Alberto era il saper tendere una mano a chi era più fragile di lui. Mostrarsi umano in un mondo, quello accademico, in cui apparire fragili è spesso considerato un sintomo di idee deboli. E di fronte alle difficoltà, quando aveva conquistato la tua fiducia, ti spingeva a provarci. Sulla porta del suo ufficio ad Harvard, un poster di uno sciatore lanciato sulle piste di Jackson Hole recita: “Una laurea, un buon lavoro, una bella casa… Tutti commettiamo errori!”. Lascia perdere le insicurezze e le strade già battute, segui le grandi idee. Ciao Alberto.

Enrico Di Gregorio, Matteo Paradisi, Edoardo Teso, Michela Carlana, Pierfrancesco Mei, Armando Miano, Giorgio Saponaro, Marco Tabellini

Di più su questi argomenti: