Perché i dati pessimi sulla crescita italiana sono persino troppo ottimistici

Luciano Capone

La Commissione rivede al ribasso le stime. L’Italia è in coda all’Europa, il debito sale e piani del Mef si complicano ancora di più

Roma. Il 2020 sarà un altro “anno bellissimo” a crescita zero. La Commissione europea ha diffuso le sue stime sull’economia europea, rivedendo al ribasso il dato italiano del 2019 (0,2 anziché 0,4 per cento), e riducendo anche quelle per il 2020: quest’anno il pil crescerà dello 0,3 per cento, la metà di quanto previsto dal governo con la legge di Bilancio. Ancora una volta l’Italia resta l’ultimo paese dell’Unione (fuori e dentro l’Eurozona) per crescita economica e l’unico sotto all’1 per cento: la media per il 2020 sarà infatti di +1,4 per cento per l’Unione europea e di +1,2 per cento per l’Eurozona. E, per rendere meglio l’idea della condizione italiana, tutti i paesi periferici che sono stati sotto programmi di assistenza (i vecchi “Pigs”) crescono a tassi superiori alla media europea: 3,6 per cento l’Irlanda, 2,4 la Grecia, 1,7 il Portogallo e 1,6 la Spagna.

 

Le previsioni della Commissione sono anche abbastanza ottimistiche, visto che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) prevede una crescita ancora più bassa (+0,2 per cento) e entrambe le istituzioni fanno ipotesi positive visto che ritengono che l’economia italiana dovrebbe essere in grado di recuperare in corso d’anno il trascinamento negativo del 2019 dovuto alla frenata dell’ultimo trimestre (-0,3 per cento). Queste stime tra l’altro sono state fatte senza considerare gli effetti negativi del coronavirus, che al momento non sono quantificabili, ma che di certo non possono essere positivi. Insomma, la crescita dello 0,3 per cento non è neppure così scontata, richiede comunque un certo sforzo. In ogni caso le previsioni indicano che il quadro di finanza pubblica presentato dal governo nel Documento programmatico di Bilancio non regge più. 

 

I documenti di finanza pubblica redatti dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri prevedono: crescita dello 0,6 per cento, deficit costante al 2,2 e debito pubblico in calo dal 135,7 al 135,2 per cento. Il problema però, oltre al pil reale, riguarda il pil nominale che – assumendo un deflattore elevato (1,3) – il Tesoro prevede crescere in maniera consistente del 2 per cento. Ma se si guarda ai dati della Commissione europea e anche a quelli dell’Upb, il dato è praticamente dimezzato: il pil nominale crescerà circa dell’1 per cento. Questo a sua volta implica il mancato raggiungimento degli obiettivi di disavanzo (il deficit sarà del 2,6 per cento anziché del 2,2) e di debito pubblico (in aumento oltre il 136 per cento anziché in leggera riduzione).

 

Questi aspetti risultano particolarmente problematici, perché la Commissione europea – nonostante il nuovo indirizzo, la maggiore “benevolenza” nei confronti di un governo meno antieuropeista e la presenza di Paolo Gentiloni – difficilmente potrà far finta di nulla di fronte a un deficit che continua a salire e, soprattutto, a un debito pubblico così elevato che – unico in Europa – continuerebbe a crescere. Secondo le previsioni di Bruxelles il debito pubblico supererà il 137 per cento nei prossimi due anni e secondo il Fmi supererà il 140 per cento nei prossimi anni anche per effetto della spesa pensionistica.

 

In questo quadro non proprio roseo vanno considerati possibili choc esterni – ad esempio il coronavirus, restrizioni commerciali e Brexit – e anche interni, dovuti ad esempio a un aumento del rischio politico (tensioni nella maggioranza e crisi di governo) che si rifletterebbero sui tassi di interesse al momento bassi (ma comunque nettamente più alti di Spagna e Portogallo) e sull’economia reale. Un altro elemento da tenere in considerazione, in vista della prossima legge di Bilancio – sempre se non dovesse esserci bisogno di una manovra correttiva come lo scorso anno – è che sono previsti 47 miliardi di clausole di salvaguardia per il prossimo biennio (20 miliardi per il 2021 e 27 miliardi per il 2022).

 

Se sul pianeta Terra è questa la situazione economica dell’Italia, la classe dirigente invece sembra essere sulla Luna: ciò a cui sta pensando il governo in vista della prossima manovra è l’aumento della spesa previdenziale, in una discussione che parte dalle proposte dei sindacati – davvero irresponsabili vista la situazione dell’economia e di finanza pubblica – di approvare una “quota 82” (60 anni di anzianità e 22 di contributi) o una “quota 41” (di contributi). Si tratta di due provvedimenti che costano dai 10 ai 20 miliardi, molto più della quota 100 gialloverde che ha già prodotto grandi danni economici e di credibilità al paese. Forse è il momento di tornare rapidamente con i piedi per terra e pensare a come rilanciare investimenti, lavoro, produttività e crescita.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali