Il caso Ilva si trascina metà in tribunale e metà al tavolo di governo

Annarita Digiorgio

I commissari depositano una memoria contro ArcelorMittal, mentre prosegue la trattativa per un piano industriale irrealistico

Taranto. Forse i commissari di governo di Ilva in Amministrazione straordinaria (As) non si rendono conto della portata delle parole, e della strategia difensiva, che utilizzano nelle memorie presentate presso il Tribunale di Milano per il procedimento d’urgenza in cui hanno condotto la contraente ArcelorMittal per la “battaglia giudiziaria del secolo”, come l’aveva chiamata il presidente Conte, prima di trascorrere la vigilia di Natale a Taranto, in Ilva, proprio insiema al presidente nazionale di Mittal.

 

 

Ci si potrebbe dunque limitare a considerare il ricorso, cosa che forse è, solo some una scialuppa di salvataggio da recuperare nel remoto caso in cui la trattativa politica dovesse fallire. Se non fosse che quelle parole scagliate contro ArcelorMittal cadono come macigni sulla credibilità dell’acquirente che viene accusata di capitalismo d’assalto, salvo ammettere, come ha fatto lo stesso Conte a Natale, “ma è l’unico che c’è”. Per questa ragione bisogna attendere di leggere la memoria di Mittal prima di analizzarla insieme a quella dei commissari e dei pm. Di sicuro c’è che i commissari sono consapevoli che le inadempienze della parte pubblica in questi anni, e persino durante l’affiancamento, non sono mancate, motivo per cui oggi non solo rinunciano a un investimento privato di 4 miliardi (anzi offre un alto sconto di responsabilità sia economica che industriale) ma, ad esempio, di fronte agli esuberi annunciati, non fanno leva sulla penale di 500 mila euro per ogni fuoriuscita prevista dal “contratto Calenda”.

 

Ciò che però preoccupa ancor di più è proprio la trattativa politica tra governo e Mittal. O meglio, tra il governo e Lucia Morselli, avendo da tempo l’ad di Mittal sostituito tutte le prime leve dell’azienda con nuovi quadri prelevati alla concorrenza. Al tavolo al momento siedono il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, quello per il Sud Giuseppe Provenzano, Lucia Morselli, commissari e dirigenti dell’Amministrazione straordinaria, e i due facilitatori scelti dal governo per la trattativa: Francesco Caio ed Enrico Laghi. Proprio Laghi, commissario uscente di Ilva in As, responsabile dell’assegnazione a Mittal, esautorato nel cambio dell’Amministrazione straordinaria con la nuova legislatura, è stato richiamato per riprendere la trattativa. Che così diventa ancora una volta, più che industriale, diventa finanziaria: Mittal ha un debito di un miliardo e mezzo di euro, e Laghi è sempre il commissario giusto per trovare un accordo con le banche.

 

 

Sul piano industriale i commissari riferiscono di aver già chiuso l’accordo che ha messo d’accordo creditori, investitori e governo: a quanto letto finora con un piano da 8 ilioni di tonnellate di produzione nel 2023, con almeno 3 mila esuberi che verrebbero coperti da cassa integrazione straordinaria a spese dello stato fino a riassorbimento al raggiungimento del punto di pareggio da parte di Mittal (che già deve riassorbirne altri 2 mila). Il tutto con l’introduzione dei forni elettrici.

 

Il 2021 sarebbe l’anno della grande transizione ecologica, addirittura a spese della Green New Deal, e il massimo che si riesce a partorire al tavolo di governo è un ciclo industriale che Riva faceva già negli anni ‘50. Questo mentre il resto d’Europa sviluppa l’innovazione dell’economia circolare ed energetica negli altoforni, che creano più occupazione, un prodotto qualitativamente superiore e contribuiscono all’autosufficienza industriale. Ovviamente per la costruzione dei forni elettrici servirà del tempo, oltre che investimenti, così intanto si continuerà con l’attuale assetto industriale, non si sa per produrre quanto. L’ultima notizia è che Mittal per mancanza di commesse, e quindi ridotta capacità produttiva, ha dovuto chiudere sempre a Taranto un’acciaieria mettendo altri 250 lavoratori in cassa integrazione. A questo punto due sono le ipotesi: o Mittal continua deliberatamente a non cercare commesse (chiudendo l’anno con un miliardo di perdita di tasca propria), o non si capisce come il governo possa ritenere credibile un piano industriale da 8 milioni di tonnellate nel 2023. Da vendere a chi?

 

Considerando che la capacità di sovraproduzione mondiale è confermata dall’Eurostat, ed è dovuta principalmente ai dazi americani e alle politiche energetiche europee, il piano industriale presentato dal governo non sta in piedi: nessuno lo ritiene credibile. Certamente non potranno crederci i sindacati quando verranno convocati, perché sono consapevoli che fra due anni ci ritroveremmo nella stessa situazione di oggi.

 

Per questo, scongiurando l’ipotesi giudiziaria, sarebbe utile attivare una seria strategia industriale per il futuro dell’acciaio italiano, liberando il tavolo Ilva dai manager finanziari che finora non hanno prodotto buoni risultati, magari sostituendoli con i maggiori esperti di siderurgia per aprire un ampio dibattito su sviluppo, mercato, bilanci e innovazione dell’acciaio con tutte le parti coinvolte. Certamente avrebbero cose più utili da dire rispetto alle memorie difensive dei commissari di governo.

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