Demoliti dalle promesse

Redazione

Perché la crisi edilizia non è un’emergenza settoriale ma nazionale

L’anno passato, o meglio il governo passato, è passato inutilmente anche per il settore edile. Il decreto “sblocca cantieri” di stampo leghista non ha avuto effetti di sorta. Secondo l’Associazione nazionale dei costruttori edili (Ance), sono 749 le opere bloccate per 62 miliardi di euro di investimenti. “Nell’elenco – ha detto il presidente Gabriele Buia ieri all’assemblea dell’associazione – c’è di tutto: scuole, ospedali, strade e anche fondamentali opere di messa in sicurezza come quelle che riguardano il letto del fiume Sarno, noto per la tragica frana di oltre 20 anni fa che causò 160 morti. 220 milioni non utilizzati per un’opera che può salvare vite umane”.

 

Il punto più significativo della critica dei costruttori che si sentono dimenticati dai governi è forse proprio che l’edilizia è l’unico settore che non ha recuperato dalla crisi lasciando migliaia di imprese indebitate e in difficoltà e benché rappresenti un settore fondamentale per l’economia nazionale non viene considerato come tale. Anche il Progetto Italia nato per creare un campione nazionale dei costruttori con l’acquisizione di Astaldi da parte di Salini con l’investimento di Cassa depositi e prestiti insieme alle banche creditrici per l’Ance non è capace di risolvere il problema. “Non possiamo accettare un sistema di favore solo per qualcuno come si sta palesando ora sul mercato – ha detto Buia – Non siamo contrari al rafforzamento di grandi player di settore ma il pubblico non deve intervenire nel mercato privato. Progetto Italia non è un’operazione di sistema ma di salvataggio di pochi, a favore di qualcuno con i soldi degli italiani”, ha detto come a intendere che non risolve i guai delle piccole aziende dell’indotto.

 

Il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli ha risposto con l’intenzione di aprire un tavolo di crisi per l’edilizia e il premier Conte ha fatto altrettanto ipotizzando un tavolo interministeriale. Troppo poco e troppo tardi. La proliferazione di valutazioni e competenze non sono la soluzione (ci sono sette strutture pubbliche che hanno a che fare con il settore infrastrutturale, ingolfandolo). Quello che ormai è trasversale è la crisi di un settore demolito dalle promesse.

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