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Perché l’ultima di Super Mario all’Eurotower non sarà una festa

Draghi lascia la Bce dopo averla rivoluzionata. Gli applausi sono finiti. restano le critiche di banche e vecchi nemici

24 Ottobre 2019 alle 08:46

Perché l’ultima di Super Mario all’Eurotower non sarà una festa

Mario Draghi (LaPresse)

Roma. Hanno proprio deciso di rovinare la festa a Mario Draghi. Oggi presiederà per l’ultima volta il consiglio direttivo della Banca centrale europea. Lunedì a Francoforte si terrà in pompa magna la cerimonia d’addio, poi il passaggio di consegne formale dal primo novembre. Ma da oltre un mese ormai sta salendo un venticello rossiniano che preannuncia un temporale. Prima gli ex banchieri centrali che hanno invitato a tornare sul sentiero virtuoso (back to normal), poi un coro di ortodossi (e non solo tedeschi), ai quali si sono aggiunti gli operatori sui mercati, adesso è la volta del Fondo monetario internazionale, finché non è arrivata la rivolta aperta delle banche guidate dall’Unicredit che ha deciso di fare pagare ai depositanti (quelli oltre un milione di euro) i tassi negativi. Sono loro, gli interessi sotto zero, i nuovi mutui subprime, quelli che possono provocare un’altra grande crisi finanziaria?

  

La percentuale applicata sui prestiti indica il prezzo della merce moneta, se è nulla vuol dire che quel bene non vale o che ce n’è troppo (le due cose vanno a braccetto). Dunque, bisogna guardare innanzitutto alle regole del mercato per capire che cosa sta accadendo. E’ la lunga stagnazione delle economie occidentali a spingere in basso il costo del denaro, ed è il cambiamento dei rapporti di produzione nella economia globale a schiacciare l’inflazione. Tuttavia alcuni banchieri centrali hanno assecondato questa tendenza proprio nella speranza di uscire dalla palude. La responsabilità va divisa tra la Banca del Giappone e la Banca centrale europea, quindi tra Masaaki Shirakawa e Mario Draghi. Il Giappone è portato a esempio dai nazional-populisti eurofobi i quali invece detestano Draghi proprio per aver salvato la moneta unica. In ogni caso anche loro hanno dato un contributo importante a questa sorta di caccia all’untore che sta spargendo la nuova peste finanziaria.

 

Secondo il Fmi guidato dal nuovo direttore generale, la bulgara Kristalina Georgieva, ci sono in circolazione ben 15 mila miliardi di dollari di obbligazioni statali e societarie a tassi negativi. E i mercati si attendono che circa un quinto dei titoli di stato in circolazione continueranno ad avere tassi sotto lo zero per almeno tre anni. Non solo, ammonta a 19 mila miliardi di dollari il debito aziendale a rischio default conservato nelle casseforti delle 8 principali economie mondiali, il 40 per cento del totale. Il rapporto sulla stabilità finanziaria sottolinea che sono gli effetti collaterali del Quantitative easing, una miscela esplosiva nel caso arrivasse una recessione. I fondi di investimento, ad esempio, hanno già oggi una vulnerabilità elevata, sostiene il Fmi, ma anche le banche soffrono perché i loro margini sono ormai ridotti al minimo. Di qui i segnali di allarme che vengono dal mondo del credito, di qui anche le reazioni come quelle di Unicredit che ricadono sui risparmiatori e sull’economia reale.

 

I nazional-populisti l’hanno accusato di aver salvato le banche. Le banche lo accusano di averle messe a terra. I nazional-populisti lo rimproverano di non aver fatto abbastanza. Gli ortodossi di aver fatto troppo. Il destino del banchiere centrale è di essere trafitto dai politici che però non hanno fatto nulla

Non è che Draghi non lo sappia, ma a suo avviso le banche debbono cambiare modello di business, non contare fondamentalmente sulla differenza tra tassi attivi e passivi, e offrire invece servizi sempre più efficienti e sofisticati a una clientela che ha denaro da investire. Paradossale: i nazional-populisti hanno accusato Draghi di aver salvato le banche mentre le banche lo accusano di averle messe a terra. I nazional-populisti lo rimproverano di non aver fatto abbastanza e gli ortodossi di aver fatto troppo, addentrandosi in una “terra incognita” nella quale nemmeno la Federal Reserve ha osato entrare. E’ il destino del banchiere centrale che Guido Carli, mentore di Draghi, paragonava a san Sebastiano, tanto da avere nel suo ufficio in via Nazionale un grande quadro del martire trafitto dalle frecce. Ma non solo.

 

Tutte queste critiche, o quanto meno quelle sensate, mostrano che le banche centrali non possono stampare moneta gratis e senza fine, a meno di provocare effetti negativi che non possono più controllare. Dunque, c’è un ciglio oltre il quale l’intera economia cade in un circolo vizioso, anzi in un vero e propri maelstrom. La Bce s’è spinta troppo in là e ha privilegiato l’euro all’inflazione? Se è così, non ha centrato l’obiettivo principale: riportare l’aumento dei prezzi vicino al 2 per cento l’anno.

 

In realtà, Draghi ha introdotto alcune novità, o forse ha rispecchiato senza dogmi né pregiudizi le novità del mondo reale. La prima è che la stabilità, totem e tabù, va intesa in senso più ampio, come stabilità del sistema finanziario e della economia nel suo complesso. La crescita, dunque, è una condizione necessaria per la stabilità. La seconda consiste nel riconoscere che l’inflazione non è un fenomeno prevalentemente monetario, ma reale, cioè affonda nella relazione tra salari, prezzi e profitti. E qui entra in campo il mercato mondiale che ha cambiato i termini di scambio e aumentato la concorrenza, la pressione salariale è oggi molto inferiore, gli utili da attività produttive sono sotto pressione, la globalizzazione ha trasformato la catena del valore, ciò si ripercuote sulla formazione dei prezzi finali. La terza novità è che le aspettative giocano oggi un ruolo ancor più importante che nel passato. Di qui il successo della frase “whatever it takes” del 27 luglio 2012. C’è poi una quarta acquisizione: una moneta tendenzialmente forte, che non è soggetta a continua svalutazioni, aiuta l’economia più di una moneta debole. Non sta alla banca centrale manovrare la valuta (al contrario di quel che sostiene Donald Trump), ma sta a lei difenderla quando è sotto attacco da nemici interni ed esterni. Aggiungiamo infine il fiscal compact. E’ Draghi che lo ha voluto come sostegno fondamentale alla politica monetaria espansiva. Sono i governi a non averlo applicato. E oggi l’economia occidentale, anche quella Europea, ha più debiti del 2008, come denuncia lo stesso Fmi.

  

Le polemiche sui tassi negativi, conseguenza del Qe e dell’eccesso di moneta, colgono una contraddizione vera. Ma colpisce la forza e l’intensità di attacchi che andrebbero girati alle politiche fiscali di governi ciechi ed egoisti, ciò vale sia per l’Italia che ha continuato a gonfiare deficit e debito pubblico, sia per la Germania che, sull’altare di un mitico pareggio di bilancio sempre e comunque, ha rinunciato a sostenere la propria economia e quella dell’intera Europa. Non si tratta solo di spendere, ma di realizzare le riforme che favoriscono la crescita, l’innovazione, la stabilità sociale. Italia e Germania, pur con scelte opposte, condividono la responsabilità della lunga stagnazione e di tutti i suoi effetti negativi, tassi compresi.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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