Giovanni Tria e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Il balletto sull'Iva crea solo incertezza ma è uno strumento prezioso

Veronica De Romanis

Un aumento è assicurato anche se Lega e M5s negano. Tria sa che modificare l’imposta è essenziale per tenere i conti in ordine

Nel Documento di economia e finanza (Def), il governo ha deciso di confermare l’aumento dell’Iva. “Le maggiori entrate per circa 50,8 miliardi – si legge a pagina 61 – sono riconducibili prevalentemente alle disposizioni della legge di Bilancio relative agli aumenti delle aliquote Iva e delle accise”. Eppure, tutti gli esponenti politici della maggioranza – nessuno escluso – ripetono che questi aumenti non avranno luogo e che le clausole di salvaguardia saranno disinnescate. I dettagli sul “come” avverrà il disinnesco (tagli alla spesa, incrementi di altre tasse o aumento del debito) saranno noti solo in autunno con la legge di Bilancio 2020.

 

Al momento, in mancanza di fatti, bisogna credere alle parole. In un paese come il nostro, dove è in atto un pesante rallentamento della domanda interna, questo genere di incertezza (Iva si, Iva no) non giova al rilancio dell’economia: per tornare a crescere, servirebbe chiarezza. Il governo dovrebbe spiegare in maniera trasparente le ragioni sottostanti alla scelta di continuare a conservare immutate le clausole Iva. L’Iva è un perno fondamentale del quadro macroeconomico predisposto nel Def, senza il quale crollerebbe tutta l’impalcatura, a cominciare dalle stime di finanza pubblica. L’aumento di questa imposta ha un duplice impatto. In primo luogo, concorre all’incremento delle entrate e, quindi, al miglioramento dei conti dello stato. In secondo luogo, contribuisce a innalzare il tasso di inflazione e, quindi, anche il cosiddetto “deflattore” del pil che rappresenta il denominatore di due parametri fondamentali di finanza pubblica come il rapporto deficit/pil e il debito/pil. Più alta è l’inflazione per effetto dell’Iva, più si riduce il deficit e il debito in rapporto al pil.

 

Secondo il governo, il deflattore passerebbe da una variazione dell’1 per cento nel 2019 al 2 nel 2020, per poi restare su questi livelli nel biennio 2021-2022. La crescita del pil nominale (che tiene conti della variazione dei prezzi) dovrebbe più che raddoppiare, passando dall’1,2 per cento del 2019 al 2,8 nel 2020. Grazie alla maggiore Iva, nel periodo 2019-2021, il deficit e il debito scenderebbero rispettivamente dal 2,4 all’1,8 per cento e dal 132,6 al 130,2 per cento. Rinunciare all’aumento dell’Iva significa rinunciare non solo a “mancate entrate” per circa 23 miliardi di euro nel 2020 e 29 miliardi nel 2021 ma anche a una dinamica sostenuta del pil nominale. Il governo dovrà trovare un modo per compensare questi impatti.

 

 

Nella legge di Bilancio dello scorso anno, le “mancate entrate” sono state “coperte” con un incremento del deficit, esattamente come hanno fatto i governi precedenti: non c’è stato nessun cambiamento di metodo. Replicare questo metodo, però, “non è più possibile”. A dirlo è il ministro dell’Economia Giovanni Tria che ha delineato in modo molto chiaro il perimetro d’azione della politica economica: qualsiasi intervento, secondo Tria, deve avvenire “nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica”. In altre parole, margini per aumentare il deficit non ci sono. Per disinnescare l’Iva restano, quindi, solo due strade. La prima è la spending review. Tuttavia, tagli di spesa per oltre 50 miliardi – in un lasso di tempo cosi ristretto – non sono mai stati realizzati. La seconda è l’aumento di altre tasse. Anche quest’opzione sarebbe difficile da implementare per un esecutivo che ha promesso la riduzione della pressione della fiscale, a cominciare dalla flat tax. Di fronte a questa situazione d’impasse, Tria una soluzione l’avrebbe: cancellare “l’aumento” dell’Iva con “aumenti” di Iva. L’idea sarebbe quella di spostare alcune tipologie di beni da un aliquota all’altra. Una simile rimodulazione avrebbe il vantaggio di redistribuire il carico dell’imposta in modo più equo e nel contempo mantenere invariato l’ammontare di entrate. A conti fatti, con un’economia ferma, l’incremento dell’Iva rappresenta uno strumento troppo prezioso per disfarsene facilmente. Ecco perché continua a essere inserito nei documenti del governo. La realtà è che nessuno, per ora, ha trovato uno modo migliore per far quadrare i conti messi a dura prova da reddito di cittadinanza e da quota 100, misure molto costose con impatto sulla crescita davvero limitato.

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