Un'immagine dello stabilimento Honda a Swindon (foto LaPresse)

I giapponesi a Londra. Arrivati con la Lady, fuggiti con la Brexit

Ugo Bertone

Honda ha deciso di chiudere lo stabilimento di Swindon, un colpo pesante per l’auto inglese. Si allunga la lista delle defezioni di aziende giapponesi in vista dell'uscita del Regno Unito dalla Ue

Milano. Non c’è che dire: non ci sono più i giapponesi di una volta. Gli orgogliosi samurai che preferirono imboscarsi nelle foreste del Pacifico pur di non alzare bandiera bianca. Allo stesso modo, nei passati momenti di crisi, i grandi gruppi di Tokyo, da Toyota a Panasonic, hanno sempre stretto i denti ma senza chiudere i battenti, sia in patria che fuori: liquidare una fabbrica rappresentava un gesto vile. Ma le cose sono cambiate. 

 

Ieri mattina (19 febbraio ndr) è arrivata da Tokyo la notizia che Greg Clark, il ministro del governo May che si occupa del business, non avrebbe voluto ricevere: Honda ha deciso di chiudere lo stabilimento di Swindon. L’ultima Honda Civic uscirà dallo stabilimento, 3500 dipendenti, una capacità produttiva di 150 mila pezzi, nel 2021. E’ un colpo pesante per l’auto inglese, anche perché arriva due settimane dopo la decisione di Nissan di rinunciare a produrre il nuovo Suv nell’impianto di Sunderland, il più importante del gruppo al di fuori del Sol Levante. Difficile non tirare in ballo la Brexit anche se il ceo di Honda Takahiro Hachigo assicura che l’uscita dall’Unione europea non c’entra niente: “La trasformazione del mercato e le novità tecnologiche che attraversano il mondo dell’auro – spiega – ci obbligano a concentrare gli sforzi dove disponiamo di una presenza significativa”. Ovvero, la produzione verrà concentrata in patria e negli Stati Uniti, a danno dell’Europa, “meno interessante”, come conferma la decisione, annunciata sempre ieri, di liquidare una fabbrica in Turchia.

 

Nel Regno Unito resterà solo la base della squadra di Formula 1. Magra consolazione che non conforta gli analisti inglesi, che guardano con crescente preoccupazione allo smantellamento del modello messo a punto da Margaret Thatcher. Fu la Lady di Ferro, una volta domate le Union già onnipotenti, a convincere i giapponesi a investire nelle Midlands e nelle altre aree depresse del Regno Unito, orfane delle miniere. Un’operazione di successo, al punto che, dopo Toyota, Nissan e Honda, sono arrivati tedeschi di Bmw, ma anche gli indiani di Tata, alla guida di Jaguar e Land Rover, due gioielli della meccanica inglese riportati allo splendore dai vecchi sudditi del Commonwealth che oggi, però, pianificano tagli spietati nelle fabbriche inglesi.

 

“E’ un brutto colpo ma non è una sorpresa – dice al Financial Times David Bailey, docente di politica industriale all’Università di Aston – Sono anni che noi mettiamo in guardia il paese dai rischi che correva il settore auto, specie in caso di incertezza sull’esito della Brexit. E’ logico che una grande impresa eviti investimenti a lungo termine senza avere alcuna certezza”. E così, dopo gli anni della Resurrezione in cui Londra, senza avere un solo produttore nazionale (salvo la piccola Aston Martin) si è ritrovata al secondo posto tra i costruttori europei, è arrivata l’ora della ritirata: calano gli investimenti (il 50 per cento in meno), la produzione di dicembre (79 mila pezzi) è scesa di un quinto rispetto a dodici mesi prima.

 

A fare harakiri, invece dei produttori asiatici, forse sono state le tute blu dell’auto che, a grande maggioranza, si schierarono nel referendum a favore della Brexit. I dati non lasciano dubbi: Gaydon, Coventry, Sunderland, Bridgend, Broughton, Dagenham e Swindon, tutte le Mirafiori del Regno votarono compatte per l’uscita dal mercato che garantiva lo sbocco ai frutti del loro lavoro. Chissà se gli operai, di fronte alla prospettiva di una probabile crisi di lunga durata, hanno nel frattempo cambiato idea. Anche questa incognita complica le previsioni alla vigilia di una fase tormentata e incerta che, forse, si chiuderà il 29 marzo, la data ultima (salvo deroghe) che si è auto imposta Theresa May. Intanto, s’allunga la lista delle defezioni. La lista giapponese è particolarmente lunga: Sony, Panasonic, Daiwa Secutities e Sumitomo Mitsui Financial group. Per non parlare di Nomura, l’antenna più sensibile della finanza di Tokyo, finora il punto di riferimento per fare affari con l’Europa passando dalla City.

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