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Npl, le banche scaricano la "zavorra" ma lo sforzo rischia di essere inutile

Secondo Pwc, ammontano a 120 miliardi i crediti cattivi smaltiti dal 2015 ad oggi. Ma per Moody's non è servito a rendere gli istituti solidi. Le riflessioni di Bertolino (Frontis)

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marchesano@ilfoglio.it

8 Dicembre 2018 alle 06:09

Npl, le banche scaricano la "zavorra" ma lo sforzo rischia di essere inutile

Foto LaPresse

Milano. Che fine hanno fatto i 120 miliardi di euro di sofferenze bancarie finite sul mercato negli ultimi tre anni? Questo ammontare – che è possibile calcolare grazie ai dati sul settore forniti dall'ultimo report di Pwc – rappresenta la differenza tra lo stock di crediti deteriorati e di inadempienze probabili esistente nel 2015, momento del picco massimo, e quello registrato al 30 giugno di quest'anno. Su sollecitazione delle autorità di Vigilanza europea, le banche italiane si stanno via via liberando dei prestiti cattivi che appesantiscono i bilanci rappresentando una minaccia per la loro solidità finanziaria.

Dopo il crac di Lehman Brothers e la grave crisi che ne è conseguita, gli istituti di credito di tutto il mondo hanno dovuto sopportare pesanti svalutazioni per adeguare i valori dei crediti in portafoglio ai prezzi reali. Ma in questo processo l'Italia è stata più lenta di altri paesi, rifiutandosi, sostanzialmente, di affrontare il problema e perdendo persino l'occasione di farsi approvare dall'Unione europea una bad bank pubblica, come ha fatto la Spagna nel 2011-2012, e arrivando molto vicino al punto di collasso. Solo nel 2016 il governo Renzi ha individuato una soluzione in extremis ed è nato il fondo Atlante, è stata recuperata la Sga dal vecchio crac Banco Napoli. Entrambi i soggetti oggi hanno una grossa fetta dei non performing loan, assorbiti soprattutto dalle crisi delle banche venete e del Montepaschi, mentre l'altra metà è finita nelle mani di operatori privati.

Secondo il report di Pwc, il 2018 sarà ricordato come l'anno record delle cessioni di non performing loan con volumi superiori a 70 miliardi di euro (solo Mps e Intesa Sanpaolo coprono 34 miliardi a cui si aggiungono 8 miliardi appena annunciati da Bpm) e per il 2019 sono stimate operazioni per ulteriori 50 miliardi, un po' meno rispetto a quest'anno considerato anche che le regole di accantonamento sono state ammorbidite rispetto a quanto previsto inizialmente dal Consiglio europeo.

Nonostante numeri così rilevanti, che fanno dell'Italia il primo mercato per gli npl, la situazione è meno rosea di quanto appare. Dal punto di vista delle banche, infatti, questo alleggerimento è stato un successo durato troppo poco e dal punto di vista del sistema paese resta un problema ancora irrisolto, oltre che un potenziale rischio. Non è un caso che l'agenzia di rating Moody's abbia deciso di mantenere negativo l'outlook sul settore bancario italiano. Moody's ha spiegato che l'impatto positivo derivante dalle previste ulteriori riduzioni dei crediti problematici è controbilanciato negativamente dai costi crescenti del funding e del potenziale inasprimento fiscale. In altre parole, a causa dell'incertezza politica che sta spingendo verso l'alto i rendimenti dei titoli di stato, e quindi il costo del debito, le banche pagheranno di più per approvvigionarsi sul mercato dei capitali, il che neutralizza il loro sforzo di smaltire i crediti cattivi.

Ma c'è anche un'altra questione che viene sottovalutata proprio perché si tende a esaminare il tema solo dal punto di vista delle banche. “Non è vero che i crediti deteriorati sono diminuiti, sono stati solo spostati da una parte all'altra – spiega al Foglio Massimiliano Bertolino, amministratore delegato di Frontis, società specializzata in npl – Un credito in sofferenza esce dal sistema solo attraverso un accordo stragiudiziale con il debitore oppure attraverso un'asta giudiziaria. Ma se il processo si inceppa, come spesso accade nei tribunali italiani, perché i proventi della vendita degli immobili a garanzia dei crediti non vengono poi ripartiti nei tempi giusti, allora abbiamo una diseconomia per tutti”.

Il punto di vista di un operatore di mercato consente così di comprendere che cosa succede dopo le maxi cartolarizzazioni che ogni giorno vengono annunciate dal sistema bancario, incentivato da una garanzia statale come la Gacs (Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze), prorogata dal governo giallo-verde dopo essere stata introdotta da Renzi-Gentiloni. “Credo che la Gacs stia creando un effetto distorsivo nel mercato degli npl – continua Bertolino – perché rende poco visibile quale sia il prezzo effettivo a cui vengono ceduti i crediti. E, considerata la lentezza dei processi di recupero, esiste anche un rischio concreto per lo stato di dover un giorno fare fronte di tasca propria”.

Secondo una stima ufficiosa, il recupero di crediti deteriorati, in cui sono compresi anche i cosiddetti Utp, cioè cioè quelli di dubbia esigibilità che riguardano le imprese, coinvolgono complessivamente 10 milioni di italiani. Se anche, come dice Bertolino, per i debitori rappresenta un vantaggio potere restituire solo una parte del debito iniziale, è vero anche che non ci sono in circolazione dati che rivelino quanti dei crediti smaltiti finora dalle banche vengano effettivamente recuperati. Insomma, al di là dei proclami sullo smaltimento delle sofferenze, nel complesso la situazione è di sostanziale stallo. Non è un caso che stiano cominciando a nascere operatori con nuovi modelli di business. E' il caso della società Ads, appena costituita da un gruppo di ex manager proprio della Sga, tra i quali l'ex amministratore delegato, Roberto Romagnoli. La società si prefigge di affiancarsi ai debitori per arrivare a formulare ai creditori (cioè alla banca oppure al servicer che ha acquistato gli npl) una “proposta cumulativa di transazione a saldo e stralcio”. Un sistema che non prevede l'utilizzo della garanzia pubblica.

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